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Goal 6: L’accesso all’acqua come diritto umano universale

di Rosario Lembo, Comitato italiano contratto mondiale sull’acqua (Cicma)

L’accesso all’acqua è stato riconosciuto a livello internazionale come un diritto umano universale, autonomo e specifico, presupposto per tutti gli altri diritti umani, ma nel 2030 20 milioni di cittadini non avranno ancora accesso all’acqua potabile. Vediamo le cause.
Novembre - Dicembre 2017

I dati sull’accesso all’acqua per uso umano mostrano che questo obiettivo non è stato raggiunto entro il 2015, attraverso i Millennium development goals (Mdg), e con molta probabilità non sarà garantito con la strategia per gli Obiettivi di sviluppo sostenibile proposti dall’ Agenda Onu entro il 2030. L’Obiettivo 6 dell’Agenda propone infatti alla comunità internazionale di “assicurare l'accesso universale all'acqua da bere e ai servizi igienici attraverso un prezzo accessibile e una gestione efficiente e sostenibile [1]. 

La criticità di questa impostazione risiede nella riluttanza di alcuni Stati e nella debolezza delle Nazioni Unite, durante i negoziati intergovernativi dell’Agenda 2030, a contrastare una visione economica sollecitata dai mercati e dalla finanza per fissare gli Obiettivi di sviluppo in termini di opportunità di accesso ai diritti universali dell’uomo, attraverso servizi forniti dal mercato, anziché  definire gli Obiettivi in termini di accesso ai diritti umani che in quanto “universali e irreversibili” devono essere garantiti dagli Stati e dalla comunità internazionale con la presa in carico del costo di accesso ad un quantitativo minimo vitale.

L’accesso universale all’acqua, fonte di vita per ogni essere umano e per la sopravvivenza dello stesso Pianeta, rappresenta l’esempio più eclatante di questa contraddizione che caratterizza i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda.

Nel 2010, su iniziativa di alcuni Paesi latino‐americani, l’Assemblea generale dell’Onu e successivamente il Consiglio dei diritti umani hanno infatti approvato due importanti Risoluzioni che sanciscono il diritto all’acqua e ai servizi igienico‐sanitari come un diritto umano, universale, autonomo e specifico.

Questo riconoscimento giuridico a livello di diritto internazionale, è stato ottenuto dopo oltre dieci anni di mobilitazione da parte dei Movimenti dell’acqua e del Contratto mondiale sull’acqua per contrastare i processi di privatizzazione e mercificazione della gestione dell’acqua e superare il principio che il diritto all’acqua è implicito in altri diritti riconosciuti dalla Dichiarazione dei diritti umani e da altre Convenzioni (diritto alla salute, alla alimentazione, etc.)

La Risoluzione della Assemblea delle Nazioni Unite 64/92 del 28 luglio 2010 ha quindi riconosciuto che il “diritto all’acqua potabile ed ai servizi igienico sanitari è un diritto dell’uomo essenziale alla qualità della vita ed all’esercizio di tutti i diritti dell’uomo”.     

La Risoluzione 15/9 del Consiglio dei diritti umani (30 settembre 2010) ha affermato che “il diritto umano all’acqua ed ai servizi igienico‐sanitari deriva dal diritto ad un livello di vita adeguato ed è indissolubilmente legato al diritto a migliorare lo stato di salute fisica e mentale così come al diritto alla vita ed alla dignità”.

La successiva risoluzione dell'Assemblea Generale del 19 settembre 2013 ha declinato alcune modalità con cui gli Stati possono garantire “il diritto umano all'acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari": accesso progressivo, monitoraggio, applicazione, non discriminazione, consultazione delle comunità, garanzia di accessibilità ai servizi anche se gestiti da terzi e non dallo Stato. 

Sul piano della giustiziabilità, con l’entrata in vigore (maggio 2013) del Primo protocollo opzionale al “Patto Internazionale relativo ai diritti economico e sociali, culturali” (Pidesc) la giustiziabilità teorica e pratica dei diritti economici sociali e culturali è stata estesa al diritto umano all’acqua. L’insieme di queste risoluzioni ha contribuito ad una “positivizzazione del diritto umano all’acqua” e di strumenti interpretativi” di norme già esistenti nel diritto internazionale come il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr), Convenzione sui diritti dell'infanzia (Crc) e Dichiarazione universale dei diritti umani (Udhr).

A sette anni di distanza dalle Risoluzioni Onu, nonostante  il diritto all’acqua sia stato riconosciuto a livello di diritto internazionale come un diritto umano, universale, autonomo e specifico e presupposto per tutti gli altri diritti umani, l’accesso all’acqua come diritto umano, anche a livello di un quantitativo minimo di acqua potabile, necessario per la vita, non è garantito e preso in carico in nessuno Stato del mondo e non costituisce un Obiettivo di sviluppo sostenibile della stessa Agenda 2030, cioè del modello di sviluppo sostenibile che si intende perseguire nei prossimi 15 anni.

Se a livello di diritto internazionale il diritto umano all’acqua resta un riconoscimento assunto dagli Stati solo a livello “declaratorio”, la situazione non si presenta migliore a livello di azioni messe in campo per assicurare l’accesso all’acqua come Obiettivo di sviluppo sostenibile come proposto dalla Agenda 2030. A due anni dall’approvazione dell’Agenda Onu,l'accesso universale all'acqua da bere e ai servizi igienici attraverso un prezzo accessibile e una gestione efficiente e sostenibile” resta un obiettivo difficilmente raggiungibile anche entro il 2020, come attestano alcuni rapporti e tendenze statistiche.

Un Rapporto Oms-Unicef del luglio 2017 evidenzia infatti che 2,1 miliardi di abitanti non possiedono ancor oggi nella propria abitazione un accesso continuato e sicuro all'acqua potabile e 4,4 miliardi di persone non hanno accesso a servizi igienici.  La situazione non è destinata a migliorare. Circa 600 milioni di bambini nel 2040 vivranno in zone con scarsità d’acqua e si troveranno ad affrontare alti rischi di morte, malattie e malnutrizione (Rapporto Unicef 2017 “Thirsting for a Future”). Saranno circa 20 milioni i cittadini che nel 2030 non avranno accesso all’acqua potabile nelle città del mondo perché in condizioni di povertà e quindi non saranno in grado di pagare il costo dell’acqua, neanche il costo “equo”. Questo rischio era già stato denunciato dal secondo Rapporto 2013 dello Special Rapporteur sul diritto umano all’acqua, che aveva evidenziato come la crisi economica fa sì che in tutti i Paesi cresca il numero di coloro che non sono in grado di pagare la bolletta dell’acqua, mentre aumentano i flussi di rifugiati climatici per effetto dei cambiamenti climatici, che nel 2050, raggiungeranno quota 250 milioni.

Purtroppo in funzione dell’aumento delle disuguaglianze sociali, il trend di coloro che non avranno accesso all’acqua sarà destinato ad aumentare. Alcuni rapporti stimano infatti che saranno circa 120 milioni le persone in Europa e 4,7 milioni in Italia a rischio povertà assoluta, quindi in condizioni di non aver la sicurezza dell’accesso all’acqua potabile perché rischiano di non essere in grado di pagare il prezzo equo fissato dall’Agenda, come modalità di accesso al diritto all’acqua.

A queste criticità rispetto all’accesso all’acqua come diritto umano, si aggiungono quelle sul piano della disponibilità di acqua di buona qualità sui territori. La salvaguardia del ciclo naturale dell’acqua costituisce un presupposto per poter garantire l’accesso universale all’acqua potabile come diritto umano da parte degli Stati. Accanto ai diritti umani sarebbe necessario riconoscere i diritti della natura e dell’ambiente e quindi adottare politiche a salvaguardia del ciclo naturale dell’acqua.

Quali sono le cause che impediscono l’accesso universale all’acqua come diritto umano?

La prima è l’assenza di volontà politica. A tutt’oggi il diritto umano all’acqua non è garantito da nessun Stato, neanche da quelli che hanno inserito nelle Costituzione il riconoscimento o approvato legislazioni sull’acqua. Facilitati dal carattere giuridico di “soft-low”, cioè non vincolanti delle risoluzioni delle Nazioni Unite, gli Stati ignorano l’obbligo a garantire l’accesso l’acqua come diritto umano a livello di un quantitativo minimo vitale. Sarebbe opportuno, come sollecitato di recente anche da Papa Francesco, che gli Stati adottino strumenti giuridici, come ad esempio un Protocollo/Trattato internazionale che  definisca le modalità formali e sostanziali con cui gli Stati possono garantire il diritto umano all’acqua. La mancata concretizzazione del diritto umano all’acqua deriva anche dall’assenza di potere di sanzioni delle Nazioni Unite rispetto alle violazioni e dal prevalere del principio della discrezionalità finora riconosciuto agli Stati in tema di diritti umani dallo stesso Consiglio dei diritti umani.  

La seconda criticità è l’opzione dominate dell’accessibilità economica ai diritti umani, che si stanno trasformando in diritti a valenza sociale, garantiti attraverso bonus o interventi filantropici per fasce disagiate. Per quanto attiene il diritto all’acqua, l’adozione di advocacy esercitata dalle multinazionali ha portato infatti  all’esclusione di ogni riferimento al dovere degli Stati a garantire il diritto umano all’acqua  dagli Obiettivi della Agenda 2030 degli SDGs e al rilancio di una visione economica dell’acqua, introdotta con la Dichiarazione di Dublino (marzo 1992) che “il diritto all’acqua consiste in un approvvigionamento sufficiente, fisicamente accessibile, ad un costo abbordabile, di acqua salubre e di qualità accettabile per gli usi personali e domestici di ciascuno”, ignorando il riconoscimento del diritto all’acqua come diritto umano sancito dalla risoluzione del 2010 dell’Onu.

La terza criticità è l’approccio culturale: la percezione prevalente nei cittadini, soprattutto tra i giovani, è che l’acqua sia una risorsa illimitata ed un prodotto, come tanti altri, si compra in bottiglia e al supermercato, anziché un diritto umano, cioè il diritto alla vita, che come tale deve essere garantito dallo Stato in termini di accesso ad un minimo vitale a tutti i cittadini, in primis nelle abitazioni ma anche nei luoghi pubblici.

 


[1] L’obiettivo 6 è supportato da due obiettivi specifici che precisano i Target e le modalità (6.1) "assicurare entro il 2030 l'accesso equo e universale all'acqua ad un prezzo abbordabile"; "garantire l'accesso ai servizi igienici di base ponendo fine alla defecazione all'aperto, con particolare riferimento ai bisogni delle donne e delle ragazze, e dei gruppi più vulnerabili" (6.2)

 

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