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Approfondimenti

Agricoltura sostenibile e fame zero: il ruolo del mondo universitario

di Alessio Malcevschi, Università di Parma

Tradurre problemi globali in ricerca innovativa e governance attive, sviluppare corsi universitari e post laurea per diffondere la conoscenza delle implicazioni economiche, sociali e ambientali dello sviluppo sostenibile nel contesto della lotta alla fame e della produzione alimentare, promuovere l'educazione a un'alimentazione sostenibile: sono alcuni dei contributi che la Rete delle Università per lo sviluppo sostenibile può offrire al raggiungimento dell'Obiettivo 2 dell'Agenda 2030.
Luglio - Agosto 2018

Sia il documento della Fao “The state of food security and nutrition in the world 2017” che il rapporto Onu per l’High-level Political Forum 2018 per la revisione e l’implementazione nel mondo dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 indicano che dopo un decennio di progressi la fame nel mondo è tornata ad aumentare nonostante la produzione alimentare globale sia aumentata. Attualmente ci sono 815 milioni di persone nel mondo che non hanno ancora un’alimentazione sufficiente, sicura e nutriente: nel 2013 erano 775 milioni. La maggioranza di queste persone vive in in Asia (67%) e in Africa Sub-sahariana dove una persona su quattro soffre di denutrizione. La scarsa alimentazione provoca quasi la metà (45%) dei decessi dei bambini sotto i cinque anni, 3,1 milioni di bambini ogni anno. Nei Paesi in via di sviluppo, un bambino su sei (circa 100 milioni) è sottopeso e uno su tre soffre di deficit della crescita.

Le cause dei problemi della fame e dell’insicurezza alimentare non risiedono tanto nella scarsità di cibo quanto nell’aumento delle disuguaglianze socio-economiche che non permettono a molte persone di avere pieno accesso al cibo soprattutto in aree rurali (come riportato dal World Inequality Report 2018). Inoltre molti studi dimostrano come l’agricoltura e la produzione di cibo siano intrinsecamente sensibili ai cambiamenti climatici che colpiscono con frequenza e violenza sempre maggiori spesso paesi poveri e vulnerabili. L’agricoltura e la zootecnia contribuiscono a loro volta al cambiamento climatico, producendo il 35% dei gas serra. Anche l’Europa mediterranea, e l’Italia in particolare, sono a rischio per gli effetti che i cambiamenti climatici potranno avere sulla produzione agricola e la disponibilità idrica. Altre ragioni sono la perdita di biodiversità (tre quarti del cibo mondiale derivano da sole 12 varietà vegetali), la mancanza d’investimenti per lo sviluppo di una agricoltura sostenibile e la fluttuazione dei prezzi alimentari nel mercato agricolo globale. Infine un’altra causa è l’intensificarsi dei conflitti armati, soprattutto in Asia e Africa, che coinvolgono 500 milioni di persone.

Esiste anche il problema opposto cioè quello dello spreco e della malnutrizione: un terzo di tutto il cibo prodotto a livello mondiale (circa 1,3 miliardi di tonnellate di cui l’80% ancora consumabili) viene scartato, mentre secondo i dati forniti dal Oms, ci sono nel mondo oltre 1,9 miliardi di adulti in sovrappeso, tra cui oltre 600 milioni obesi, un numero che è raddoppiato a partire dal 1980. La cattiva educazione alimentare è  in aumento non solo nei Paesi ricchi ma anche in quelli a reddito medio-basso ed è fattore di rischio per una serie di patologie acute e croniche, come ischemie cardiache, l’ictus, l’ipertensione arteriosa, il diabete tipo 2 e alcuni tipi di tumori. In Italia (dati Istat) più di un terzo della popolazione adulta è in sovrappeso e una persona su dieci è obesa, prevalentemente nelle regioni meridionali.

Dall’analisi della situazione risulta evidente l’insostenibilità, sia in termini sociali che economici e ambientali, dell’attuale modello lineare di sviluppo soprattutto in campo alimentare. Occorre trasformare il rapporto tra gli esseri umani e il cibo in modo da soddisfare le attuali  esigenze delle persone e conservare le risorse per le generazioni future in un mondo dove la popolazione sarà ulteriormente aumentata. Le stime della Fao per il 2050 danno un incremento pari al 70% della domanda globale di cibo. Per fare ciò  sarà necessario un approccio sistemico che coinvolga diverse discipline tra cui economia, ecologia, scienze agrarie medicina e sociologia e che tenga conto della natura delle molteplici interconnessioni esistenti tra il Goal 2  e molti altri SDGs (1, 3, 4, 5, 6, 8,10, 12, 13, 15, 16 e 17). Tale approccio transdisciplinare permetterà una maggiore partnership tra governi, mondo accademico, settore profit e pubblica amministrazione a vantaggio della società civile, superando l’attuale contesto frammentato poco efficiente nell’elaborare progettualità coordinate e coerenti.

In tale contesto la Rete delle Università per lo sviluppo sostenibile (Rus), attraverso la promozione della ricerca, della conoscenza tra gli studenti dell’Agenda 2030 e della diffusione e della condivisione di buone pratiche di sostenibilità, sia all’interno che all’esterno degli Atenei, ha il ruolo e dovere fondamentale di tradurre problemi globali lontani e complessi, come quello della lotta alla fame, del miglioramento della nutrizione e della promozione di un’agricoltura sostenibile, in occasioni di ricerca innovativa e governance attive all’interno e all’esterno degli atenei, stimolando, attraverso lo sviluppo di competenze interdisciplinari, gli studenti e i ricercatori ad agire in modo responsabile e solidale e nel contempo agendo come catalizzatori per una società sostenibile.

Linee guida per aiutare le università ad allineare i contenuti dei loro corsi e della ricerca con i contenuti degli SDG sono già disponibili nel Sustainable Development Solutions Network (Sdsn). Si auspica quindi l’attivazione già a partire dal prossimo anno accademico di specifici corsi universitari sulle tematiche del SDG2 che siano interdipartimentali e transdisciplinari, sia nelle aree scientifiche che umanistiche, sia per le lauree triennali che magistrali. Lo stesso si dovrebbe fare a livello di post laurea con l’ attivazione di master di primo e secondo livello, organizzazione di summer school, scuole di alta formazione, dottorati, progetti globali di ateneo e centri interdipartimentali ad hoc. Potenziare gli scambi di studenti e docenti a livello internazionale tramite programmi come Erasmus ed Erasmus+. Si dovrebbero anche organizzare corsi di formazione, frontali e on-line, sui vantaggi dell’economia circolare nella filiera del settore agroalimentare, dedicati a manager di aziende pubbliche e private, analogamente a quello che si sta già facendo sulla sostenibilità per i docenti delle scuole nell’ambito della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile. Gli argomenti trattati dovrebbero includere l’identificazione delle implicazioni economiche, sociali e ambientali dello sviluppo sostenibile nel contesto della lotta alla fame e per raggiungere la sicurezza alimentare, l’analisi critica dell’importanza del capitale naturale nel settore della produzione alimentare e la valutazione della capacità di carico dei sistemi naturali in campo alimentare in relazione  alla loro vitalità e  resilienza, la conoscenza e uso di modelli e indici statistici per interpretare dati e fenomeni complessi, la definizione e lo sviluppo di indicatori di sostenibilità nel food system come l’impronta ecologica del cibo (Uni iso 14064 e Uni iso 14046),  il “Sustainablility Assessment of Food and Agriculture Systems” (Fao) il Bes e il Food Sustainability Index (Bcfn), l’analisi delle possibilità e dei limiti insiti nel progresso tecnologico per la produzione di cibo, la comprensione di cosa si intenda per sicurezza alimentare in termini di sanità e diritti civili includendo le problematiche della bioetica e delle questioni di genere. A tale proposito esistono già proposte innovative nel panorama accademico italiano che stanno sviluppando una  cultura della sostenibilità in cui l’aspetto economico è integrato con l’apporto tecnologico e scientifico delle scienze ambientali e delle tecnologie alimentari per formare nuove figure manageriali e professionali dotate di particolari capacità e competenze trasversali al sistema agroalimentare.  

Un altro ruolo che le Università possono/devono svolgere è quello della educazione all’alimentazione sostenibile stimolando una maggiore consapevolezza nel consumo di alimenti e la diminuzione dello spreco da parte dei propri studenti e dipendenti e promovendo iniziative di coinvolgimento attivo degli stessi in progetti educativi quali ad esempio la costituzione di orti di ateneo orientati alla qualità più che alla quantità.

Infine, nell’ambito della terza missione dell’Università occorre potenziare l’offerta dedicata alla valorizzazione del trasferimento tecnologico sul territorio e della cooperazione  internazionale  dei risultati della ricerca sulla sostenibilità alimentare sotto tutti i punti di vista (ambientale, agrario, economico, medico, alimentare, ingegneristico, storico e culturale). Ne risulta che la combinazione cibo/società/economia circolare costituisce un eccellente elemento di partenza da cui partire per sviluppare un’ innovazione tecnologica sostenibile in grado di coinvolgere l’Università e il territorio. Considerando che in molti casi si ottengono buoni risultati nella diffusione di pratiche sostenibili relative alla produzione alimentare quando la ricerca, la pubblica amministrazione e il mondo dell’impresa lavorano in modo pragmatico a soluzioni locali, occorre favorire la collaborazione del mondo universitario con gli operatori locali per definire le priorità, rafforzando le sinergie e sviluppando approcci di soluzione orientati al sistema al fine di creare un mercato locale e nazionale che garantisca la sostenibilità della filiera agroindustriale e contribuisca la creazione di nuovi posti di lavoro come raccomandato nel Milan Urban Food Policy Pact e dalla Carta di Milano. Per facilitare tali collaborazioni, sia con grandi aziende che con  PMI, sarebbe auspicabile che le tematiche di tali progetti rientrassero sempre  più tra quelle prioritarie nei bandi della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile 2017-2030, i programmi operativi regionali (Por-Fesr), i piani di sviluppo rurale (Psr), i progetti di rilevante interesse nazionale (Prin) e il Social Impact Finance – Una rete per la ricerca supportato dal MIUR. Infine sarebbe augurabile un sempre maggiore coinvolgimento in queste iniziative da parte del Clan (Cluster agrifood nazionale).

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