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Approfondimenti

Responsabilità d’impresa e formazione: una visione strategica

di Jacopo Schettini Gherardini, direttore ufficio studi di Standard Ethics, Londra

Le imprese e gli investitori istituzionali che intendono proporsi come responsabili si collocano oggi lungo un continuum ai cui estremi si collocano la messa in pratica della propria visione etica e un approccio fondato sulla comprensione delle necessità future e le azioni conseguenti.
Luglio - Agosto 2018

È convinzione degli analisti di Standard Ethics che i differenti modelli di responsabilità d'impresa si collocano lungo un continuum che va dal “particolare” verso il “generale”: a un estremo si colloca la messa in pratica della propria visione etica, a quello opposto riscontriamo un approccio fondato sulla comprensione delle necessità future e le azioni conseguenti. Due opzioni che possono condurre a risultati non coincidenti, se non opposti, tenendo conto che una scelta “etica” potrebbe non essere vista come “sostenibile” secondo la scienza economica, ambientale o sociale.

Nella pratica, possiamo immaginare che un’impresa o un investitore istituzionale intenda proporsi come “responsabile” (seguire, quindi, anche logiche non economiche) puntando su opzioni filantropiche o/e escludendo dal proprio ambito di attività alcuni settori economici e produttivi giudicati riprovevoli. All’opposto, esso potrebbe anteporre a una visione particolare un’idea di “responsabilità” condivisa facendo proprie quelle politiche che esperti e decisori autorevoli ritengono necessari allo sviluppo futuro. In una sintesi con l’accetta: metterebbe la “scienza” davanti alla “coscienza”.

La divisione tra i due approcci – ovviamente – non è sempre netta, ma sono certamente diversi i processi decisionali sottostanti: tanto più prevale un modello legato alla propria visione di sviluppo, tanto più la fonte delle decisioni viene circoscritta al proprio interno. Anche intraprendendo una fase di ascolto degli stakeholder con, ad esempio, una "analisi di materialità", la soggettività verrebbe solo mitigata mantenendo comunque una visione parziale. 

Chi invece ambisse a definirsi “sostenibile” nella sua accezione corretta, allora dovrebbe soddisfare la definizione data nel rapporto Brundtland “Our Common Future” del 1987 e che diede corpo a questa nozione: “Uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”. L’approccio “sostenibile” è allora – in premessa – un approccio aperto che deve superare il perimetro delle proprie esperienze e non si esaurisce nella propria predefinita idea di futuro. Significa che, al netto di una possibile condivisione interna e con i propri stakeholder, gli obbiettivi, le priorità e le azioni messe in pratica saranno allineate alle strategie globali come gli accordi di Parigi sul clima, come le politiche Ue sulla parità di genere e la trasparenza, o come gli orientamenti Ocse per le grandi multinazionali.

Dopodiché, è chiaro che il grado di “sostenibilità” sarebbe diverso da caso a caso, nel senso che l’adesione a queste strategie varierebbe in base alle possibilità di dedicare risorse e tempo alle future generazioni sottraendole a se stessi e quindi a quelli che sono – adesso – al lavoro nella propria sfera di interesse. Ma il grado d’impegno messo in campo (“commitment”) impatterebbe  sulla forza delle proprie azioni, non sulla direzione che si è scelta.  

Oggi, imprese e investitori istituzionali che intendono proporsi come “responsabili” si collocano quindi lungo questo continuum. Significa osservare linguaggi, modelli e risultati differenti. Significa anche un certo grado di confusione per chi sceglie zone grigie.

Quel che è certo, è che un qualche strada del bivio alla fine andrà pure intrapresa. Ad esempio, nel caso di un fondo d’investimento Sri (Socially Responsible Investment), arriverà il momento in cui esso dovrà decidere se adottare o meno una visione etica escludendo a piacimento qualche settore industriale dai propri investimenti (ad esempio quello finanziario o della difesa), oppure – alternativamente – se adottare criteri di sostenibilità promossi a livello internazionale per valutare singolarmente i propri asset senza esclusioni preventive. Nel caso di un’impresa, arriverà il momento in cui essa dovrà decidere se focalizzarsi prevalentemente sulla propria idea di business, casomai esaltando le “liberalità” in bilancio, oppure condividere – nei modi e nella misura che crede – alcuni impegni generali. Ad esempio, l’impegno sul fronte dei diritti umani che può essere perseguito accogliendo nel proprio codice etico la dichiarazione delle Nazioni Unite del 1948, oppure il caso della parità di genere che potrebbe essere applicata adottando regole specifiche nella composizione degli organi apicali, o ancora, la gestione del proprio impatto ambientale che potrebbe essere formalmente vincolata al rispetto degli accordi di Parigi sul clima.

L’importante è che ai fruitori della nostra analisi – se fossimo analisti – sia svelato quale sforzo extra-finanziario e “responsabile” essi stanno premiando acquistando le azioni o le obbligazioni di un emittente o delle quote di un fondo di investimento. Stanno condividendo delle strategie etiche o morali e quali? Stanno premiando uno sforzo verso l’equità generazionale e la sostenibilità e in che misura? Stanno premiando una scelta di “responsabilità” non ben definita? Stanno cadendo nella rete di un’abile azione di marketing?   

Ecco allora come qualsiasi processo formativo per un sustainability analyst o un sustainability manager non possa prescindere dal fornire adeguati strumenti cognitivi a partire dall’esame dei vari approcci etici per giungere allo studio delle proposte internazionali e della casistica di applicazione. In questo contesto, gli approfondimenti sui modelli di corporate governance e sui principali strumenti regolatori per le attività di asset management sono davvero fondamentali e servono a dare la misura del commitment.

Lo studio metodologico della così detta “analisi di materialità”, dello stakeholder engagement, dei modelli di rendicontazione socio-ambientali o integrati, sono punti centrali in qualsiasi formazione, ma devono essere inquadrati per quello che sono: si tratta solo di strumenti più o meno malleabili – più o meno ben applicati – al servizio di una logica più elevata. La qualità e il tipo di rapporto che s’instaura tra chi intende essere “responsabile” ed i suoi stakeholder è, dopotutto, un elemento funzionale ad una scelta di fondo antecedente e sottostante ogni altra ricaduta pratica.

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