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Approfondimenti

Formare i nuovi giornalisti ai temi dello sviluppo sostenibile

di Antonio Galdo, direttore di Nonsprecare.it e Donato Speroni, segretariato ASviS

I media tendono a relegare i temi della sostenibilità nelle pagine dedicate all’ambiente, ma l’Agenda 2030 abbraccia invece problematiche e impegni ben più ampi. Le scuole di giornalismo cominciano a rendersi conto dell’importanza di questa sfida, che presuppone la comprensione dei temi legati al benessere collettivo e la capacità di parlare del futuro.
Luglio - Agosto 2018

La prima cosa che viene in mente, quando si parla di sostenibilità e informazione, è la forbice che separa la domanda dell’opinione pubblica dall’offerta di buona, completa e autonoma informazione. Un recente sondaggio di Demos, stilando la classifica delle preoccupazioni degli italiani (che poi si traducono in insicurezza e rancore), ha scoperto che al primo posto non ci sono né il lavoro né la pensione, ma la distruzione dell’ambiente e della natura (58 per cento degli intervistati). A fronte di questa paura di massa, che non si può vincere né con lo stentoreo integralismo degli ambientalisti trasformati in predicatori né con una generica quanto vacua informazione da piccoli club del green, l’informazione è rimasta indietro di decenni.

Innanzitutto lo spazio informativo nel quale circolano queste notizie, con rari approfondimenti che vadano oltre l’allarmismo di maniera, è relegato nelle sezioni Ambiente di giornali, tv e siti. Sezioni di nicchia, poco frequentate dai lettori, e non aderenti alla nuova idea di sostenibilità che, da quando l’Onu ha scolpito i 17 goal dell’Agenda 2030, si è molto allargata rispetto alle tematiche dell’inquinamento e dei relativi problemi. Oggi sostenibilità significa benessere, qualità della vita a tutto tondo, modello di sviluppo: dunque evoca anche le politiche per il contrasto alla povertà, per l’istruzione, per la sanità, per il welfare, per una migliore redistribuzione dei redditi.

Mentre il campo di riferimento della sostenibilità si è allargato, l’informazione  è rimasta ristretta nel recinto di una iper-specializzazione, senza però neanche coltivare i necessari aggiornamenti di analisi e di metodo. E’ superfluo aggiungere che questo stato delle cose sconta anche la crisi generale del settore dell’editoria, dove la caduta verticale dei ricavi, della quale ancora non si vede la fine, si è tradotta in minori investimenti nel capitale umano, e quindi anche nella formazione dei giornalisti.

Da dove ripartire? Come nel caso più generale dell’educazione sostenibile, bisogna ripartire dal basso, dalla formazione. Abbiamo diverse scuole di giornalismo, non tutte di eccellente qualità e non tutte ancorate alle dinamiche del mercato, e abbiamo ottime università dove studiano i futuri professionisti dell’informazione. E’ qui che bisogna lavorare cercando, come ha fatto ASviS con la sua rete, di costruire alleanze tra i segmenti, editori e università, docenti e studenti. Da direttore di un sito che tocca questi temi, Non sprecare.it, ho visto come qualsiasi iniziativa formativa, attraverso il web, una volta che funziona, può diventare virale e contaminare altre esperienze. Tutto è partire con il piede giusto, e lavorare con una logica di network, senza barriere e steccati corporativi, e spingendo gli editori a investire in progetti di questo genere. Bisogna formare i futuri giornalisti della sostenibilità, e aggiornare i giornalisti impegnati sulle tematiche ambientali. L’interesse degli editori, che dicono sempre di volere un’informazione di qualità, è quello di riuscire così a intercettare quella domanda dell’opinione pubblica, scolpita nella ricerca sul campo di Demos, ancora inevasa, specie per le fasce giovanili meno attirate dalla carta stampata e spesso prigioniere delle semplificazioni del web.

All’interno di questo percorso c’è poi un altro sforzo da fare insieme, cercando di mettere a frutto le migliori competenze del settore: rivedere il linguaggio della sostenibilità. Le sue parole d’ordine, i suoi slogan, la sua sintesi, e anche, non bisogna spaventarsi del termine, la sua attrazione in termini di propaganda, sono completamente fuori binario. Alcune parole, quasi tutte quelle dell’ambientalismo anni Settanta, sono logore, fredde, respingenti. E hanno bisogno di un radicale aggiornamento che non sia solo lessicale, ma indichi la nuova declinazione della sostenibilità, i nuovi traguardi verso i quali muoversi, anche riscoprendo il gusto per l’utopia, a partire sempre dall’ampio ventaglio dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030. Quelli che, se fossero davvero raggiunti, o perlomeno avvicinati, ci consentirebbero di lasciare alle nuove generazioni un mondo davvero migliore. E anche questo significa essere sostenibili.

Come si può insegnare “sostenibilità” ai futuri giornalisti? Un primo corso ha preso le mosse in questi giorni, nell’ambito del master biennale di primo livello in giornalismo dell’Università di Bologna, che ha previsto al secondo anno due indirizzi di specializzazione, uno in economia e finanza, ma l’altro appunto in sviluppo sostenibile. Altre iniziative sono allo studio, alla Luiss di Roma e in altre scuole.

Ovviamente, una parte degli insegnamenti deve essere dedicata ai diversi aspetti della sostenibilità affrontando temi sociali come povertà e diseguaglianze, ambientali come la perdita di biodiversità, in una parola l’intera gamma dei temi dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile e dei suoi 169 specifici target da raggiungersi entro il 2030, ma in certi casi, come per esempio la drastica riduzione del numero dei Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, già nel 2020.

Ci sono però due pilastri che devono reggere l’intero insegnamento sullo sviluppo sostenibile: il concetto di benessere e il concetto di futuro. Il primo mette in discussione i fondamenti stessi dell’economia, che finora legava l’idea di progresso a quella di crescita del prodotto interno lordo o, nel migliore dei casi, alla crescita del Pil pro capite. Sappiamo ormai che la crescita come finora l’abbiamo conosciuta ha limiti invalicabili, che sono quelli delle risorse del Pianeta. Sappiamo anche, da molti anni, che bisogna andare “beyond Gdp”, oltre il Pil, per misurare il progresso sotto forma di incremento del benessere collettivo. Abbiamo anche a disposizione un’ampia strumentazione fatta di indicatori, dal Better life index (Bli) dell’Ocse all’italiano Bes, Benessere equo e sostenibile. Dal punto di vista mediatico però questi indicatori hanno un difetto: mentre il Pil è un numero, facilmente commentabile, Bli, Bes e simili sono “cruscotti” fatti di tanti numeri, perché descrivono al tempo stesso lo stato di salute di un Paese, il livello di istruzione, le relazioni sociali e la sicurezza dei suoi abitanti. Insomma, sono più difficili da comunicare. È dunque importante insegnare ai giornalisti come leggere questi numeri e come valorizzarli, anche considerando che con la riforma della legge di bilancio del 2016, dodici indicatori Bes sono entrati nell’iter della contabilità di stato per prevedere e successivamente valutare gli effetti sul benessere collettivo delle misure di politica economica.

Spieghiamo il concetto con un esempio. Se in futuro, come prevedono molti economisti, nei Paesi industrializzati sarà difficile ottenere aumenti annuali del Pil che vadano oltre il 2% e siano quindi insufficienti per garantire giustizia sociale e occupazione a tutta la popolazione, sarà sempre più importante valutare i progressi (e i ritardi) con altri indicatori che forniscano un quadro più completo della realtà; questi indicatori devono uscire dal novero delle curiosità di cui si parla saltuariamente per diventare l’asse portante delle misurazioni politiche.

Il secondo aspetto che la formazione dei giornalisti deve guardare con particolare attenzione è il concetto di futuro. Spesso rimproveriamo i politici di non saper o voler guardare oltre l’ottica della legislatura corrente. Questa tendenza allo “short termismo” si riscontra anche nei media, soprattutto in Italia. Invece i giornalisti dovrebbero interrogarsi un po’ di più sugli scenari futuri e sulle politiche che potrebbero determinarli.

Prendiamo come esempio il cambiamento climatico. Che sia in atto e quali ne siano le conseguenze  è ormai piuttosto evidente e ben pochi in Italia seguono Donald Trump nella sua linea negazionista. Tuttavia, gli articoli dedicati a questi temi fotografano quasi sempre il presente: lo scioglimento dei ghiacciai, i poveri orsi bianchi, l’aumento dei fenomeni meteorologici estremi. Di rado ci si avventura a prevedere che cosa potrebbe succedere e ancor meno ci si domanda che cosa si dovrebbe davvero fare per impedire che avvenga. Sappiamo bene che gli accordi raggiunti a Parigi nel 2015 non sono sufficienti (oltre che parzialmente inattuati), ma c’è ben poca voglia di interrogarsi su come andare oltre. L’appello lanciato due mesi fa dall’Economist sul fatto che stiamo perdendo la guerra contro il cambiamento climatico non ha trovato eco in Italia.

Può la nuova generazione di giornalisti cambiare tutto questo? Devono farlo, innanzitutto, proprio perché sono una nuova generazione. Chi oggi ha meno di trent’anni si troverà a vivere tutte le conseguenze di un mondo insostenibile. L’Agenda 2030 ha il pregio di aver messo insieme su un programma comune tutti i 193 Paesi delle Nazioni unite, ma sappiamo bene che è solo una piattaforma di base per debellare i gravissimi squilibri sociali e ambientali che affliggeranno questo secolo.

Inoltre, i giovani giornalisti devono farlo perché questa è una bellissima sfida professionale. C’è da raccontare un mondo in rapido cambiamento. I suoi punti di forza e le sue vulnerabilità, le speranze affidate alle nuove tecnologie, i gravissimi rischi degli scenari non sostenibili. Chi si affaccia oggi alla professione di giornalista sa bene che dovrà vivere in un sistema mediatico profondamente diverso dal passato e in buona parte imprevedibile. Il giornalista del futuro non vivrà in un contesto facile, ma certamente dovrà capire e saper raccontare un mondo molto interessante e aiutare l’opinione pubblica a comprenderne problemi e prospettive.

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