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RIDURRE LE DISUGUAGLIANZE

Ridurre l'ineguaglianza all'interno di e fra le Nazioni

Dal 2008 al 2014, il 40% della popolazione mondiale più povera ha visto aumentare il proprio reddito o le possibilità di consumo. In Italia, il divario di reddito tra il 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero è aumentato dal 5,4 del 2006-2007 al 6,3 del 2016, rispetto a una media europea del 5,2.

Goal 10: nell’ultimo decennio le famiglie povere sono quasi raddoppiate

Le disuguaglianze continuano a crescere. Il Rapporto ASviS 2018 chiede di rafforzare gli interventi, di cui il Reddito di inclusione è stato un primo importante passo, e delle nuove misure per rendere più equo l’accesso ai servizi di base. 24/10/2018

Il Rapporto ASviS 2018  registra un significativo peggioramento nel  Goal 10, anche a livello regionale. Rispetto ai valori nel 2010, in particolare, la Valle D’Aosta si assesta nel 2016 ad un livello inferiore rispetto alla media nazionale, mentre la Lombardia, pur peggiorando, rimane al di sopra della media. Le regioni che hanno registrato un netto miglioramento rispetto al 2010 sono l’Abruzzo e la Basilicata.

Continua a crescere non solo il divario di ricchezza tra la popolazione ad alto reddito e quella a basso reddito, ma soprattutto la quota delle famiglie che vivono in condizioni di povertà assoluta, a causa della grave recessione che ha colpito il Paese e sopratutto il Mezzogiorno, tanto che il numero di famiglie al di sotto della soglia di povertà assoluta è quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni e ora coinvolge molti più giovani e anche persone lavoratrici. Anche se dal dicembre 2017, con il Reddito di inclusione (Rei) sono stati introdotti nuovi strumenti di contrasto alla povertà e attuate misure per la riduzione delle disuguaglianze nell’accesso ai servizi fondamentali, di fronte all’accentuazione così estesa delle diseguaglianze è grave l’assenza di convergenza di politiche volte a una loro riduzione.

Il Rapporto ASviS 2018 segnala l’urgenza di estendere e rafforzare gli interventi specifici di sostegno al reddito per lo sradicamento della povertà assoluta e avanza proposte soprattutto per garantire l’uguaglianza di accesso ai servizi di base, rendere il sistema fiscale più equo, ridurre i divari di reddito all’interno dello stesso luogo di lavoro e tutelare la natura universalistica e pubblica dei sistemi di welfare.


Guarda la videointervista al coordinatore del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 10, Fabrizio Barca (Comitato promotore Forum disuguaglianze diversità)

 

L’indicatore composito per l’Italia

L’indicatore composito elaborato dall’ASviS segnala che tra il 2010 e il 2016 la situazione peggiora significativamente. Anche se dal 2014 aumenta il reddito disponibile, contestualmente cresce il rapporto tra il reddito dei più ricchi e quello dei più poveri e la percentuale di persone che vivono in famiglie con un reddito disponibile inferiore al 60% del reddito mediano. Nella costruzione dell’indicatore composito è stato introdotto un nuovo indicatore relativo al rapporto tra il reddito delle famiglie straniere e quelle italiane.

 

 

Le regioni italiane e il Goal 10

Il Goal 10, rispetto alla media dell’Italia nel 2010, mostra una situazione diversificata per le regioni italiane. Le regioni che migliorano maggiormente sono l’Abruzzo e la Basilicata, che registrano un netto miglioramento del tasso di variazione del reddito familiare pro-capite per il 40% più povero della popolazione. Al contrario, la Valle D’Aosta e la Lombardia evidenziano un peggioramento causato dall’aumento del tasso di famiglie con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% del reddito mediano.

 

 

Il resoconto degli ultimi 12 mesi

L’economia italiana è uscita dalla fase più acuta di una crisi che, in questi ultimi anni, ha accentuato le disuguaglianze e aggravato il fenomeno della povertà, in particolare fra i giovani e le fasce meno abbienti della popolazione. Il rapporto tra il reddito disponibile equivalente ricevuto dal 20% della popolazione con più alto reddito (quintile più ricco) e quello del 20% della popolazione con più basso reddito (quintile più povero) è aumentato dal 5,2 del 2007 al 6,3 del 2016, mentre l’Istat stima un ulteriore aumento al 6,4 nel 2017. Ciò in ragione della forte varianza della dinamica del Pil sia durante la recessione sia nella lenta ripresa. Alcune regioni registrano in questi anni una forte crescita delle disuguaglianze di reddito: Sicilia, Calabria, Campania, Sardegna, ma anche Lazio, Liguria e Lombardia.

Il Rapporto Istat sugli SDGs indica anche che, se fino al 2007 in Italia la crescita dei redditi della popolazione a relativamente basso reddito era stata più elevata di quella del reddito complessivo, dal 2008 il fenomeno si è rovesciato e, nonostante l’avvio della ripresa economica, negli ultimi tre anni l’effetto negativo sui redditi più bassi non sembra esaurito. Il risultato è che la quota delle famiglie che vivono in condizioni di povertà assoluta è quasi raddoppiata negli ultimi dieci anni (al 6,9% nel 2017), raggiungendo nel Mezzogiorno il valore più elevato (10,3%).

Per quanto riguarda la disuguaglianza di ricchezza privata, in Italia la quota di ricchezza netta personale detenuta dal percentile più ricco della popolazione (top 1%) è cresciuta da circa il 16% del 1995 a oltre il 25% nel 2014. Nello stesso periodo, la concentrazione di ricchezza delle 5mila persone più ricche del Paese è aumentata dal 2% a circa il 10%. Una quota oggi doppia rispetto a quella posseduta dalla metà della popolazione più povera.

Di fronte all’accentuazione così estesa delle diseguaglianze ancora non si ravvisa la convergenza di politiche miranti all’obiettivo della loro riduzione. Oltre all’urgenza di estendere e rafforzare gli interventi specifici di sostegno al reddito per lo sradicamento della povertà assoluta, appaiono necessari passi verso: un sistema fiscale improntato a una maggiore progressività ed equità; misure che producano una riduzione dei divari di reddito all’interno dello stesso luogo di lavoro; la tutela della natura universalistica e pubblica dei sistemi di welfare; interventi mirati allo sradicamento delle condizioni di privilegio più inaccettabili.

Da dicembre 2017 l’Italia sperimenta uno strumento di contrasto alla povertà, il Reddito di Inclusione (ReI). A marzo 2018 risultavano complessivamente beneficiari circa 230mila nuclei familiari, corrispondenti a quasi 800mila persone, cioè circa il 50% del Target potenziale. Il decreto che ha introdotto il ReI ha istituito anche la Rete della protezione e dell’inclusione sociale per favorire una maggiore omogeneità territoriale nell’erogazione delle prestazioni e definire linee guida per gli interventi.

Con la Legge di Bilancio 2018 sono state confermate le misure strutturali volte a sostenere le famiglie, è stato previsto un credito di imposta pari al 65% a favore delle Fondazioni di origine bancaria che promuovono il welfare di comunità ed è stato disposto uno stanziamento (50 milioni di euro) per la realizzazione di edifici scolastici nelle aree interne, un contributo per affrontare le criticità che tali aree sono costrette ad affrontare in maniera isolata e frammentata.

Le disuguaglianze esistono infatti tra piccole e grandi città, periferie e centri, aree urbane e aree rurali. In questo ambito, gli ultimi dodici mesi hanno visto lo sviluppo della Strategia nazionale per le aree interne (Snai), finalizzata alla riduzione delle disuguaglianze nell’accesso ai servizi fondamentali, un intervento oggi esteso a 72 aree lontane dai grandi centri di servizio, che coprono un quinto del territorio nazionale, con circa due milioni di abitanti. Nel 2017, sette aree interne hanno avviato la fase attuativa della strategia d’area e altre otto hanno raggiunto la fase finale del processo.

Anche in molte città italiane – con l’accelerazione nel 2018 della realizzazione degli interventi nell’ambito della Politica di coesione 2014-2020 e il decisivo contributo del Terzo settore a favore delle periferie e delle fasce più vulnerabili della popolazione – sono in atto mutamenti nelle politiche urbane riconducibili all’influenza dell’Agenda europea in termini di approcci place-based e di strumenti d’innovazione dell’azione pubblica. In questo contesto va segnalato il congelamento del “Bando periferie” previsto nel cosiddetto “decreto Mille Proroghe” approvato in prima lettura il 7 agosto del 2018 al Senato, che blocca le convenzioni per il finanziamento di interventi di 96 comuni finalizzati alla riqualificazione delle periferie urbane, la cui condizione disastrosa richiede continuità degli impegni finanziari e chiarezza delle procedure.

 

Le proposte dell’ASviS

Profonde e crescenti disuguaglianze presenti nel Paese e il rafforzamento della loro concentrazione territoriale rappresentano una minaccia per lo sviluppo e per i diritti di cittadinanza. L’ASviS propone:

  • che ogni intervento volto a modificare le aliquote fiscali abbia come obiettivo dichiarato l’aumento della progressività effettiva delle imposte, come indicato dall’art. 53 della Costituzione. Fra il 2008 e il 2014, le 5mila persone più ricche del nostro Paese hanno visto crescere la loro quota di ricchezza privata nazionale dal 2% al 10%, non sarebbe quindi tollerato dai cittadini italiani che il contributo di tali soggetti alle finanze pubbliche venisse ridotto;
     
  • una più efficace azione di accertamento della ricchezza sommersa, evitando ogni forma, anche implicita, di condono fiscale, e una progressiva riduzione del regime fiscale di favore concesso alle rendite finanziarie, tenendo conto dell’invito dell’Ocse a valutare l’opportunità di un riequilibrio tra tassazione dei redditi e dei patrimoni;
  • che l’azione di redistribuzione dello Stato sia accompagnata da interventi preredistributivi in grado di incidere sull’effettiva parità di accesso alle opportunità e sulla formazione dei redditi primari. Secondo l’indirizzo dell’articolo 3 della Costituzione, la redistribuzione deve accompagnarsi a misure che accrescano le capacità delle persone, andando a segnare profondamente la fase di formazione della ricchezza e dei redditi primari e quella dell’accesso ai servizi essenziali. Per fare questo occorrerà un radicale cambiamento delle politiche, nazionali ed europee, ma anche un forte investimento nella pubblica amministrazione, sulla qualità delle risorse umane e sulla trasparenza delle politiche e dei processi amministrativi, per assicurare ai cittadini e alle organizzazioni di cittadinanza attiva un monitoraggio effettivo in itinere;
  • di rafforzare nell’accesso ai servizi basilari la responsabilità nazionale nel conseguimento dei livelli essenziali delle prestazioni, a cominciare da istruzione e salute, dove assai forte rimane l’influenza delle condizioni familiari e territoriali sulla capacità di accedere a servizi di qualità. Nel contempo, è necessario far ricorso ad approcci che tengano maggiormente conto dei fabbisogni e dei vincoli strutturali di ciascun territorio, anche sulla base di forme operative di partecipazione dei cittadini;
  • di rafforzare, nell’ambito di una politica di rilancio degli investimenti pubblici, la valutazione del loro impatto sociale nei singoli territori e della domanda pubblica di beni collettivi, promuovendo politiche di ricerca e innovazione che assicurino migliori e più sicure condizioni di lavoro o arricchiscano la qualità dei prodotti e servizi godibili da tutti.
  • di tutelare l’uguaglianza di opportunità in ambito lavorativo, attraverso dimensioni quali l’accesso di persone con competenze imprenditoriali al governo delle imprese e ai risultati della ricerca, e la partecipazione e il contributo autonomo dei lavoratori alle imprese. Vanno incoraggiate politiche che diano al lavoro un maggiore peso nel governo societario, anche valorizzando le esperienze di “manifattura collaborativa”. Vanno inoltre rafforzati gli strumenti di sostegno pubblico a favore di quei lavoratori o dirigenti che intendono rilevare la propria azienda in crisi, affrontare il ricambio generazionale di un’impresa familiare o rilanciare un’azienda sottratta alla criminalità organizzata.
  • di ridare impulso alle politiche per la crescita e per l’inclusione sociale a livello europeo con l’avvio del negoziato sul Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, il cui indebolimento ha allontanato decine di milioni di cittadini europei dalla fiducia nell’Unione. La politica di coesione, quale politica di investimento volta a favorire la convergenza delle diverse regioni verso traguardi di crescita inclusiva e sostenibile, con un focus su obiettivi, processi e risultati delle azioni pubbliche, può rappresentare il principale strumento di attuazione a livello comunitario dell’Agenda 2030, ma solo se in essa avrà spazio centrale un approccio nuovo “rivolto alle persone nei luoghi” (place-based approach).

Leggi l’analisi del Goal 10 nel Rapporto ASviS 2018 e le proposte dell’Alleanza su Povertà e disuguaglianze

Consulta il Rapporto ASviS 2018

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mercoledì 24 ottobre 2018
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