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ISTRUZIONE DI QUALITA'

Assicurare un’istruzione di qualità, equa ed inclusiva, e promuovere opportunità di apprendimento permanente per tutti

Nel 2014, hanno frequentato le scuole elementari due bambini su tre, ma nei Paesi più arretrati solo quattro su dieci. In Italia è aumentato il tasso di completamento degli studi terziari e sono diminuite le uscite precoci dal sistema di istruzione e formazione, ma molti quindicenni non raggiungono la soglia minima delle competenze per potersi orientare negli studi e sul lavoro.

Gli italiani istruiti e del Nord vivono di più. Colmare il gap dipende dalle Regioni

In Campania l’aspettativa di vita è in media tre anni inferiore rispetto a Trento e in Italia se si è laureati si vive fino a cinque anni in più e si riduce il tasso delle malattie croniche, dice il rapporto “Le disuguaglianze di salute in Italia”.

“Quando c’è la salute c’è tutto”, si dice. Peccato però che non sia per tutti. Secondo le stime dell’ultimo rapporto dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane “Le disuguaglianze di salute in Italia”, le disuguaglianze in materia di sanità sono ancora difficili da debellare. Disuguaglianze, come spiega il rapporto, che riflettono diversità sia “orizzontali” che “verticali”. Le prime relative all’efficienza dei sistemi sanitari regionali - si riapre lo storico divario fra Nord e Sud.  Le seconde invece di tipo economico e sociale - ritorna il tradizionale gap fra ricchi e poveri.

Partiamo dalle prime. Nel Nord, tradizionalmente più virtuoso, si vive più a lungo: se in Campania gli uomini vivono in media 78,9 anni e le donne 83,3 a Trento si vive in media tre anni di più. Al di sotto della media nazionale, con l’eccezione di Piemonte e Valle d’Aosta, troviamo regioni centro-meridionali, quali Lazio, Basilicata, Sardegna, Campania, Calabria, Sicilia. Queste ultime tre, per altro, con un riportato peggioramento negli ultimi anni.

Un trend simile è riscontrabile nei tassi di mortalità prematura. Al di sotto della media nazionale troviamo la Sicilia, la Sardegna, il Lazio, il Piemonte, il Friuli e la Campania, che svetta tristemente in cima alla classifica. Un dato, questo, che lascia riflettere sull’efficienza del sistema sanitario regionale, dal momento che le morti premature sono facilmente evitabili con adeguate misure preventive.

Veniamo poi alle disuguaglianze sociali e parliamo di istruzione. Secondo i dati dell’Istat, gli individui (maschi) con un più alto livello di istruzione - come ad esempio i laureati -  hanno una maggiore aspettativa di vita, cinque anni in più rispetto ai soggetti la cui istruzione si ferma alla scuola dell’obbligo. Con una maggiore istruzione diminuisce anche la percentuale di malattie croniche: 3,2% per i laureati contro il 5,8% dei meno istruiti.

Considerando che poi il livello di istruzione è specchio dello status sociale, il divario che c’è fra istruiti e non finisce per ricalcare quello fra benestanti e poveri. L’obesità, esempio lampante, è presente al 12,5% nel livello di reddito più povero della popolazione contro il 9% in quello più ricco.

Va aggiunto poi che le diversità economiche e sociali non si riflettono solo nello stile di vita, più o meno salutare, ma anche  nell’accesso alle cure mediche. La rinuncia alle prestazioni sanitarie per motivi economici è al 34% negli aventi un titolo di studio e sale al 69% fra coloro che ne sono privi.

Quanto queste diversità devono allarmarci? Da un lato, dice lo stesso report, le divergenze sulla sanità rispetto al grado di istruzione non sono “così male” se ci si confronta con altri Paesi europei dove sono più alte. Siamo secondi solo alla Svezia. Dall’altro, però, quando si tratta di risanare queste spaccature si va a dover fare i conti con ardue questioni di bilancio e di competenza fra Stato e Regioni.

La riduzione delle disuguaglianze, sociali e territoriali, è uno dei principi cardine del nostro welfare sanitario, ma questo obiettivo dipende soprattutto dalle Regioni, dal momento che queste svolgono un ruolo fondamentale in materia di sanità. Sia nella regolamentazione, in quanto vige il principio di sussidiarietà, sia nella copertura finanziaria; con il federalismo fiscale gli eventuali deficit di bilancio in materia di sanità sono a carico della fiscalità regionale.  

Un sistema sanitario come quello italiano che, per quanto “non troppo male”, oscilla fra necessità a volte difficili da conciliare, da quella di garantire sufficiente copertura sanitaria entro stringenti vincoli di spesa a quella di uniformare un quadro sanitario nazionale che, al momento, rimane ancora frammentato e diviso.

di Francesca Cucchiara

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giovedì 01 marzo 2018
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