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LAVORO DIGNITOSO E CRESCITA ECONOMICA

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A livello globale, la crescita annuale media del Pil pro-capite è passata dallo 0,9% del 2005-2009 al 1,6% del 2010-2015. Nei Paesi in via di sviluppo, la percentuale è passata dal 3,5% al 4,6%. Anche in Italia il Pil pro-capite ha ripreso a salire (+1,2%), ma nel 2015 quello del Mezzogiorno rappresentava il 47% di quello del Nord-ovest. Il tasso di occupazione nel 2016 si è attestato al 57,2%.

Cresce il ruolo degli SDGs nel reporting sulla responsabilità sociale d’impresa

Secondo Kpmg, aumentano le imprese che comunicano informazioni non finanziarie e gli SDGs sono sempre più citati nelle relazioni annuali di responsabilità sociale, soprattutto in Europa.

Il sondaggio Kpmg “The road ahead” analizza le pratiche di rendicontazione di sostenibilità e responsabilità d’impresa di 4.900 aziende in 49 Paesi. L’edizione 2017 dell’indagine, la decima dal 1993, pone particolare enfasi sul reporting concernente i rischi finanziari legati al clima, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu (SDGs), i diritti umani e la riduzione delle emissioni di carbonio.

Secondo lo studio, le imprese che comunicano informazioni di carattere non finanziario nelle proprie relazioni annuali sono in aumento e gli SDGs, a soli due anni dalla loro adozione, sono sempre più citati. Secondo Kpmg, nei prossimi anni il ruolo degli Obiettivi Onu nel reporting crescerà ulteriormente.

L’analisi distingue tra un campione “N100”, che rappresenta le oltre 4mila imprese esaminate nello studio e include le 100 più grandi realtà di ognuno dei 49 Paesi selezionati, e un campione “G250”, che rappresenta le 250 imprese a più alto reddito secondo la classifica 2016 di Fortune 500. Secondo Kpmg, il gruppo G250 è importante da analizzare per conoscere le tendenze di reporting a livello globale, poiché i comportamenti delle grandi imprese tendono a influenzare le attività di tutte le altre.

A conferma di questa intuizione, il sondaggio dimostra che il numero di imprese del gruppo N100 che effettua la rendicontazione è in costante aumento e in rotta di convergenza con le abitudini del gruppo G250: il 12% delle aziende N100 effettuava la rendicontazione della responsabilità d’impresa nel 1993, mentre nel 2017 a farlo è il 75% (a fronte del 93% del gruppo G250).  

La rendicontazione d’impresa è più affermata in America, dove ad effettuarla è l’83% delle imprese della categoria N100, e in Asia (78%), mentre l’Europa mostra ancora risultati misti: la tendenza è in aumento (+3% rispetto al 2015), ma esiste una significativa divergenza tra Europa occidentale ed Europa dell’Est, dove il tasso di rendicontazione è relativamente basso (65%). Rispetto a questi dati, Kpmg sottolinea che nell’Unione europea devono ancora manifestarsi a pieno gli effetti della direttiva sull’informazione non finanziaria (2014/95/Ue).

Tra le priorità emergenti della rendicontazione della responsabilità d’impresa emergono in primo luogo gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu. Il 43% dei rapporti delle aziende del gruppo G250 fa riferimento agli SDGs, e sono quelle europee a integrarli maggiormente nella propria rendicontazione: a farlo è l’83% delle realtà aziendali in Germania, il 63% in Francia e il 60% nel Regno Unito. Soltanto il 31% delle grandi società americane cita gli SDGs nei propri rapporti.

Ci sono poi i diritti umani: quasi tre quarti delle imprese N100 e il 90% delle G250 integrano nei propri rapporti considerazioni al riguardo. In molti casi, tuttavia, mancano vere politiche a livello aziendale e solo una minoranza delle imprese cita i Principi guida Onu su imprese e diritti umani. Secondo Kpmg, questo segnala che molte realtà aziendali non sono ancora pronte ad allinearsi pubblicamente ai Principi Onu.

Altro elemento emergente nella rendicontazione è la comunicazione di informazioni relative alla CO2: il 67% delle G250 include nei propri rapporti l’obiettivo di ridurre le emissioni di anidride carbonica, ma anche in questo casa manca l’esplicito collegamento tra gli obiettivi aziendali e quelli sul clima stabiliti dai governi, dalle autorità regionali o dalle Nazioni Unite, come ad esempio l’Accordo di Parigi che impegna i Paesi a contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2°C.

Inoltre, rimane da migliorare la performance delle imprese nella rendicontazione dei rischi finanziari posti dal cambiamento climatico (i rischi fisici posti da fenomeni climatici estremi come la siccità e le alluvioni e i rischi commerciali legati alla transizione verso una economia a basse emissioni di carbonio): soltanto il 28% del campione N100 e meno della metà del gruppo G250 (48%) riconosce questi rischi, e in entrambi i casi meno del 5% delle aziende ne quantifica gli impatti attraverso l’analisi dei possibili scenari.

Secondo Kpmg, alla luce delle tendenze emergenti nel reporting, il futuro della responsabilità d’impresa sarà di comunicare informazioni sugli impatti, anziché condividere solo i propri dati statistici. Nell’ambito dell’investimento finanziario responsabile, infatti, strumenti come l’impact investing stanno incoraggiando le aziende ad analizzare i propri impatti sulla società e sull’ambiente in maniera misurabile e paragonabile. Ma non basta citare gli SDGs o i diritti umani nelle proprie relazioni annuali: occorrono vere e proprie politiche volte a integrarne i principi nella realtà aziendale.

 

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di Lucilla Persichetti

martedì 07 novembre 2017
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