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LAVORO DIGNITOSO E CRESCITA ECONOMICA

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A livello globale, la crescita annuale media del Pil pro-capite è passata dallo 0,9% del 2005-2009 al 1,6% del 2010-2015. Nei Paesi in via di sviluppo, la percentuale è passata dal 3,5% al 4,6%. Anche in Italia il Pil pro-capite ha ripreso a salire (+1,2%), ma nel 2015 quello del Mezzogiorno rappresentava il 47% di quello del Nord-ovest. Il tasso di occupazione nel 2016 si è attestato al 57,2%.

Gallup: il 16% della popolazione adulta desidera andar via dal proprio Paese

Nei giorni caldi del Global Compact, la società di analisi americana, pubblica un rapporto sulle volontà migratorie mondiali. Africa, Medio Oriente e America Latina in testa. L’Europa perde “appeal”, e l’Italia passa da +10% a -8%. 12/12/2018

“Dopo che la crisi dei migranti ha travolto l'Europa nel 2015, l’immigrazione è emersa come tematica dominante e divisiva non solo nella politica del vecchio continente, dove i partiti anti-immigrazione hanno guadagnato il potere, ma anche in altre parti del mondo, Stati Uniti inclusi”. Gallup, società di consulenza e analisi americana famosa per i suoi studi su tematiche globali (accesso al cibo, occupazione, leadership, benessere), ha pubblicato i risultati delle analisi condotte negli ultimi due anni (2015-2017) sulle volontà migratorie delle popolazioni mondiali. Il sondaggio, condotto in 152 Paesi su un campione di mille – duemila adulti a Paese (453.122 in totale), conferma una situazione fortemente critica.

I sondaggi Gallup World Poll rivelano infatti che il desiderio delle persone di migrare permanentemente in un altro Paese è aumentato significativamente tra il 2015 e il 2017: il 16% degli adulti del mondo (più di 750 milioni di persone) afferma che “vorrebbe trasferirsi in un altro Paese se ne avesse l'opportunità”. Il dato ha superato anche il record del 2007-2009 (15%), dopo esser sceso nel 2010-2012 (13%) e leggermente risalito nel 2013-2015 (14%).

Di particolare interesse è la fascia temporale in cui si è svolto lo studio: “questo periodo di analisi coincide con la crisi dei migranti iniziata in Europa nel 2015, in cui decine di migliaia di rifugiati sono morti nel tentativo di raggiungere un altro continente”. Inoltre, lo studio si è svolto in concomitanza con i negoziati del Global Compact, durati due anni, che hanno dato vita a un accordo legalmente non vincolante per promuovere i principi guida sulle politiche migratorie, rendendole più sicure, ordinate e regolari. Il documento, adottato da 164 Stati Membri delle Nazioni Unite, non è stato firmato da Stati Uniti, Ungheria, Austria, Cile e altre nazioni, mentre Paesi come Italia e Svizzera non hanno partecipato alla conferenza, in attesa del responso dei rispettivi parlamenti. Mentre i critici dell'accordo temono che aprirà le porte a una migrazione di massa incontrollata, l'Indice migratorio potenziale (Pnmi), elaborato da Gallup per definire gli andamenti positivi o negativi delle volontà migratorie, mostra che la maggior parte dei Paesi che si rifiutano di firmare il Global Compact sono i protagonisti stessi dei più alti tassi di emigrazione. L'Ungheria, ad esempio, secondo Paese dopo gli Stati Uniti a essersi ritirato dal patto, avrebbe assistito a una diminuzione del 16% della propria popolazione se tutti i suoi abitanti si fossero traferiti dove avrebbero voluto. Anche negli Usa un americano su sei (16%) ha affermato che vorrebbe trasferirsi in un altro Paese (la percentuale è la più alta mai registrata negli Stati Uniti).

Ovviamente, però, “conflitti, carestie e disastri ambientali continuano a essere i principali driver migratori in molte parti del mondo”, dichiara Gallup. “Il desiderio è aumentato maggiormente tra i periodi 2010-2012 e 2015-2017 in un certo numero di regioni già note per l'invio di migranti, come l'Africa Subsahariana, l'America latina, i Caraibi, il Medio Oriente e il Nord Africa”.

Tuttavia, è importante guardare al di là dei risultati regionali e concentrarsi sui punteggi dei singoli Paesi, poiché non sempre seguono il trend regionale. Ad esempio, mentre l'Africa subsahariana totalizza un Pnmi di -26%, i punteggi nella regione non sono tutti negativi (Botswana registra +35%).

Il Pnmi per l'America Latina nel suo insieme ha continuato a peggiorare nel periodo di analisi più recente, scendendo a -20%, per le crisi registrate in Paesi come il Venezuela, sull’orlo del collasso economico e politico dal 2013. Il Pnmi di questo Paese è sceso da    -9% tra il 2010 e il 2012 a -31% tra il 2015 e il 2017. I punteggi negativi in ​​Messico sono quasi raddoppiati e sono quasi triplicati in Brasile, a causa delle continue turbolenze politiche ed economiche.

Nel periodo 2015-2017, i punteggi Pnmi per la regione del Medio Oriente e del Nord Africa (Mena) sono scesi a -6%. Gli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo continuano a registrare risultati alti, anche se “Paesi come l'Arabia Saudita hanno perso parte del loro fascino, passando da + 221% a + 90%”, afferma la ricerca. I punteggi più bassi per la regione Mena si registrano in Siria (-44%), Iraq (-29%) e Libia (-16%), territori devastati dai conflitti”.

Eppure, in altri luoghi, la volontà di migrare non si è modificata negli anni. In Asia, ad esempio, la percentuale di persone che desiderano trasferirsi in un altro Paese è rimasta invariata. In Europa, questo desiderio è aumentato tra i residenti di Paesi non membri Ue e rimasto più o meno piatto tra gli Stati membri dell'Ue. Nei Paesi extra Unione europa del vecchio continente, i punteggi vanno da +187% in Svizzera (punteggio Pnmi più alto in Europa) a -42% in Kosovo.

Il Regno Unito ha perso gran parte del suo appeal, con un punteggio Pnmi che passa da +53% a +37%. Il punteggio dell'Italia è sceso da +10% a -8% (risultato precedente all'elezione della leadership anti-immigrazione), e anche Cipro scende da +67% a +13%.

Le località di migrazione preferite restano comunque Stati Uniti, Canada, Germania, Francia, Australia, Regno Unito, Arabia Saudita.

“Questi dati mostrano che i desideri delle persone sono sensibili a ciò che sta accadendo in tutto il mondo, dalle crisi economiche, alla guerra civile, ai cambiamenti dei governi e agli atteggiamenti verso i migranti”, afferma lo studio. “I leader devono essere consapevoli di questo fattore quando sviluppano strategie per attrarre e trattenere talenti”.

 

 

di Flavio Natale

mercoledì 12 dicembre 2018
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