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BUONA OCCUPAZIONE E CRESCITA ECONOMICA

Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un'occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti

A livello globale, la crescita annuale media del Pil pro-capite è passata dallo 0,9% del 2005-2009 al 1,6% del 2010-2015. Nei Paesi in via di sviluppo, la percentuale è passata dal 3,5% al 4,6%. Anche in Italia il Pil pro-capite ha ripreso a salire (+1,2%), ma nel 2015 quello del Mezzogiorno rappresentava il 47% di quello del Nord-ovest. Il tasso di occupazione nel 2016 si è attestato al 57,2%.

Notizie

Per trasformare i modelli di crescita serve una svolta eco-sociale

Secondo un rapporto Unrisd, lo sviluppo sostenibile comporta una riforma delle gerarchie normative. Va data priorità alle considerazioni sociali e ambientali, e i processi decisionali devono essere più inclusivi.

L’Agenda per lo sviluppo sostenibile può essere realizzata soltanto se si mettono in moto cambiamenti fondamentali nelle relazioni e nelle istituzioni sociali per renderle più eque e inclusive. Bisogna imprimere al più presto una svolta eco-sociale alle politiche pubbliche. È quanto emerge da Policy Innovation for Transformative Change, principale rapporto (flagship report) del 2016 dell’Istituto di ricerca delle Nazioni Unite per lo sviluppo sociale (Unrisd).

Secondo il Rapporto, le innovazioni che finora hanno guidato il cambiamento sono state quelle che hanno riorganizzato le gerarchie normative, ricondotto l’attività economica a norme sociali e ambientali, e stimolato processi decisionali realmente partecipatori. In particolare, il documento analizza il potenziale di riforme e innovazioni in sei aree chiave cui possono essere ricondotti i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, e per ognuna delinea le condizioni necessarie affinché portino a quello che viene definito “cambiamento trasformativo”, ossia un cambiamento che genera un nuovo paradigma di sviluppo:

  1. Politiche sociali. Queste devono essere concepite piuttosto come politiche eco-sociali che integrino meglio le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile dando priorità a quella sociale e ambientale.  I sistemi di protezione sociale devono essere realmente inclusivi e coinvolgere anche i lavoratori dell’economia informale (quella che sfugge alla contabilità nazionale) per non lasciare indietro nessuno. Le riforme in ambito sociale devono poi accrescere lo spazio per far valere dei diritti piuttosto che permettere semplicemente di ricevere aiuti.
  2. Lavoro di cura e lavoro domestico non retribuiti. Si tratta di una nuova area di politiche che è stata integrata negli SDGs con un target specifico (5.4). Nonostante si tratti di attività non remunerate, e quindi non misurabili in termini economici, non sono certo prive di costi o implicazioni per coloro che le svolgono, soprattutto se sono complici di povertà o disuguaglianze, in particolare di genere. Il lavoro di cura “trasformativo” è quindi quello che garantisce i diritti umani e il benessere sia di chi offre sia di chi riceve l’assistenza. In particolare, deve stabilire canali per il dialogo sociale con movimenti femminili, sindacati e organizzazioni di persone con particolari esigenze di cura, oltre a incorporare una più robusta prospettiva di genere.
  3. Promozione di un’economia sociale e solidale. Si tratta di un’economia i cui principi reintroducono i valori di equità e giustizia, umanizzando le interazioni per dare priorità a considerazioni sociali e ambientali piuttosto che al profitto. Le organizzazioni che contribuiscono alla realizzazione di un’economia sociale e solidale possono aiutare a rendere più sostenibili i modelli di produzione e consumo quando sono sostenute dai governi senza che questi ne diluiscano il potenziale trasformativo. L’attenzione verso la coerenza delle politiche economiche non si deve concentrare soltanto sul coordinamento ma anche sui possibili effetti negativi che fattori macroeconomici, investimenti, commercio e politiche fiscali possono avere sulle organizzazioni dell’economia sociale e solidale.
  4. Cambiamento climatico e sostenibilità. Bisogna comprendere che il degrado ambientale e il cambiamento climatico sono anche questioni sociali e politiche. Una visione eco-sociale facilita l’elaborazione di politiche eque che minimizzano il rischio di ingiustizia associato alla green economy e correggono gli squilibri distributivi nei confronti dei gruppi più vulnerabili.
  5. Mobilitazione delle risorse domestiche. Tra gli investimenti finanziari necessari per realizzare l’Agenda 2030, le risorse interne sono essenziali, ma devono essere integrate da aiuti internazionali, prestiti esteri, accesso ai mercati di credito internazionali, investimento diretto all’estero e commercio. Le politiche di reddito domestiche devono coinvolgere i contribuenti e gli altri stakeholder in accordi fiscali trasparenti, inclusivi e legati alle politiche sociali. Le fonti di finanziamento nazionali dovrebbero essere diversificate e la mobilitazione delle risorse basata su politiche macroeconomiche che stimolino cambiamenti strutturali e crescita sostenibile, oltre a capacità amministrativa e innovazioni tecnologiche che facilitino l’esazione fiscale e promuovano l’efficienza.
  6. Governance e Politica. Le trasformazioni nazionali devono essere integrate da processi analoghi a livello regionale e globale. Ma nel contesto globale esiste un’incoerenza di fondo: si tende sempre a facilitare il commercio, la finanza e gli investimenti privati, subordinando o pregiudicando gli obiettivi di protezione sociale e ambientale. Raggiungere livelli migliori di governance è un processo politico in cui la voce dei gruppi più vulnerabili e dei Paesi in via di sviluppo deve essere ascoltata di più. In questo contesto sono importanti le innovazioni sociali che permettono alle organizzazioni della società civile di organizzarsi, mobilitarsi e partecipare ai processi decisionali.
     

di Lucilla Persichetti

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