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L’obiettivo 1,5° presuppone un maggior impegno dei Paesi più ricchi

Gli impegni assunti finora non ci avvicinano all’obiettivo di un aumento della temperatura limitato a 1,5 gradi, dice un documento Focsiv. E le limitazioni attribuite ai Paesi in via di sviluppo sono eccessive rispetto alle loro responsabilità storiche.

Nel testo approvato della Conferenza di Parigi Cop 21 del dicembre 2015 si sottolineava “con seria preoccupazione l'urgente necessità di affrontare il divario significativo tra l'effetto aggregato di mitigazione degli impegni assunti dalle Parti in termini di emissioni annue globali di gas serra entro il 2020 e i percorsi di emissione aggregati coerenti con il mantenimento dell'aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C sopra i livelli pre-industriali e perseguendo ogni sforzo per limitare l'aumento della temperatura entro gli 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali” sulla base dei contributi nazionali (Intended  Nationally Determined Contributions, Indc) di riduzione delle emissioni.

Il documento “Il percorso verso 1,5°C”, a cura dell’associazione di volontariato Focsiv, pubblicato in occasione della Cop22  di Marrakech, avanza sostanziali critiche al raggiungimento di questo obiettivo e i deboli contributi nazionali che sono stati finora presentati.
Secondo questo rapporto, ad oggi, le emissioni di anidride carbonica ammontano a circa 50 GtCO2eq (giga tonnellate equivalenti di CO2) all’anno e sono destinate a salire a 54 GtCO2eq se non verranno attuate alcune misure di riduzione. La capacità globale di assimilazione di anidride carbonica del pianeta affinché la temperatura aumenti di massimo 1,5°C è di 40 GtCO2eq. Si richiede, dunque, una mitigazione di 14 GtCO2eq entro il 2020.

I singoli contributi nazionali, però, non sembrano portare al risultato atteso. Anche se venissero messi rigorosamente in atto, le emissioni totali produrrebbero un aumento della temperatura di 3,5°C invece che degli 1,5°C prospettati. Oltretutto tralasciano di prendere in considerazione le reali responsabilità e capacità di soluzione dei Paesi in via di sviluppo.
Questa linea di gestione della salvaguardia del Pianeta dai cambiamenti climatici sembra comportare, nel lungo termine, effetti ben lontani dall’idea di sviluppo sostenibile. L’obiettivo 1,5 non solo non è realistico rispetto ai problemi ambientali che si stanno verificando e che si prospettano sempre più gravi nel futuro, ma trascura anche il giusto riconoscimento della vulnerabilità di molti paesi che hanno sottoscritto gli accordi di Parigi. L'equità conta, non solo perché è un principio positivo in sé ma anche perché è una chiave per la cooperazione.

Nel rapporto Focsiv vengono messi in luce gli squilibri tra i livelli di emissioni di gas serra dei Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo e i target di riduzione che sono stati assegnati ad ognuno. Alla fine del documento vengono avanzate alcune proposte che si propongono di appianare questi dislivelli e di raggiungere l’obiettivo comune di tutela ambientale.

Qui è disponibile il documento

 

di Giulia D'Agata

lunedì 21 novembre 2016
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