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In molti Paesi Ocse i giovani di oggi saranno gli anziani in difficoltà domani

Il Rapporto Preventing Ageing Unequally mostra come il legame tra status socio-economico e salute sia determinante sin dai primi anni di vita sul percorso scolastico e l'inserimento lavorativo. In Italia i giovani sono i più penalizzati.

I cambiamenti demografici, l'aumento tendenziale delle diseguaglianze e una contrazione delle finanze pubbliche stanno incidendo in maniera significativa sulle prospettive future dei cittadini: con un'aspettativa di vita più lunga, famiglie meno numerose, nuovi modelli lavorativi e l'innalzamento dell'età pensionistica in molti Paesi, saranno proprio i giovani a trovarsi in contesti del tutto nuovi per la terza età.

Il Rapporto Preventing Ageing Unequally pubblicato oggi dall'Ocse mostra la correlazione tra una buona salute nei primi anni di vita e i successivi buoni risultati negli studi: insieme questi due fattori contribuiscono al raggiungimento in età adulta di salari più alti. Ecco perché le persone meno abbienti con lavori meno qualificati e stabili tendono anche ad avere condizioni fisiche peggiori, devono affrontare un rischio più alto di divenire poveri e se necessitano di cure alla persona costanti, queste risultano insufficienti o inappropriate.

Se il quadro per i giovani di oggi e anziani di domani non è dei più rincuoranti in due terzi dei 35 Paesi considerati dall'Ocse, sollevando complesse questioni sulle quali serve un impegno a lungo termine per interventi e politiche, per l'Italia si potrebbe riassumere che i ragazzi sono troppo pochi e ingiustamente più poveri, con un divario retributivo e di tutele decisamente a loro sfavore. Tra il 2000 e il 2016 il tasso di occupazione è aumentato del 23% tra i cittadini tra 55 e i 64, dell'1% per gli adulti tra i 54 e i 25 anni ed è precipitato dell'11% tra i giovani tra i 18 e 24. E anche l'andamento dei redditi a partire dal 1985 ha registrato per gli anziani tra i 60 e i 64 anni una crescita del 25% in più rispetto a quelli dei giovani dai 30 ai 34 anni. Diseguaglianze che si verificano durante il periodo di attività lavorativa per poi trasformarsi in disparità previdenziali, praticamente nel 100% dei casi, contro una media Ocse dell'85%, a causa, si legge nel Rapporto della "mancanza di una solida rete di sicurezza sociale".

Così discriminati per età e per genere, con le donne che percepiscono salari e relative pensioni del 20% in meno rispetto agli uomini e devono lasciare l'impiego per occuparsi dei figli, gli italiani rischiano entro il 2050 di divenire il terzo Paese al mondo per anzianità della popolazione nel mondo, dopo Giappone e Spagna.

Le indicazioni dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico tentano di investire ogni ambito che concorre alla formazione delle diseguaglianze a più livelli. Eccole in sintesi:

  • Iniziare le protezioni sociali sin dai primi anni di vita, specialmente per i bambini di famiglie disagiate, accompagnandoli nel percorso scolastico e di inserimento lavorativo e interrompendo così il circolo vizioso che lega salute e status socio-economico;
  • limitare l'impatto della perdita del posto di lavoro con politiche e servizi mirati;
  • fornire uguali opportunità di crescita professionale legata all'aggiornamento e accrescimento delle competenze,
  • migliorare le condizioni di lavoro per i più anziani, con specifiche normative sulla sicurezza, gli orari e le tutele;
  • raggiungere trasferimenti pensionistici adeguati attraverso la combinazione di tutele legate all'età, pensione maturata, gestioni pensionistiche private e riscatto degli anni di studi o di leva militare;
  • agire verso l'unificazione del sistema pensionistico per tutti i lavoratori;
  • ridurre le diseguaglianze riguardo alla possibilità di avvalersi di cure alla persona a lungo termine.

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di Elis Viettone

 

 

mercoledì 18 ottobre 2017
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