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Molestie sessuali sul lavoro, 235 milioni di donne nel mondo non sono protette

Su 193 Paesi, 158 hanno norme a tutela dell'impiego femminile, mentre solo 16 puniscono anche le discriminazioni contro i lavoratori Lgbt: lo studio del World policy analysis center dell'Ucla.

L'impiego della forza lavoro femminile è strettamente correlato con la crescita economica e oltre tre quarti dei Paesi Onu hanno previsto specifiche leggi per tutelarlo. Se nel mondo le donne in età da lavoro che effettivamente ne svolgono uno sono circa la metà del potenziale, per gli uomini questa percentuale si attesta intorno al 75%: un divario occupazionale che si ripercuote direttamente sulle economie nazionali. Spesso a pesare sulla partecipazione femminile è proprio l'assenza di norme che contrastino discriminazioni e molestie e le donne che appartengono a minoranze etniche o religiose, o portano disabilità, rischiano di vedersi due volte penalizzate. Nel Rapporto Preventing Gender-Based Workplace Discrimination and Harassment: New Data on All the World’s Countries pubblicato dal World policy analysis center dell'University of California, Los Angeles (Ucla) il 19 ottobre con il supporto della William and Flora Hewlett Foundation, vengono passate in rassegna normative e policy per proteggere le donne da molestie, disparità di trattamento salariali o di carriera, demansionamento e sfruttamento, nei 193 Stati dell'Onu.

Gli stipendi sono un ulteriore aspetto in cui si riflettono le disuguaglianze e nella media mondiale alle donne sono destinati salari del 77% inferiori rispetto ai colleghi maschi; inoltre manca un'equilibrata rappresentazione femminile nei ruoli dirigenziali e manageriali e a livello globale esse vengono ancora spesso relegate a specifiche mansioni settoriali in posizioni part-time, come le cure alle persone e i servizi di pulizie.
Negli Stati Uniti uno studio del McKinsey global institute ha mostrato come l'eliminazione del divario occupazionale, risultato della partecipazione al mondo del lavoro, orario di impiego e presenza ai diversi livelli, potrebbe aggiungere 4,3 miliardi di dollari al prodotto interno lordo del Paese. I numeri crescono se si considera che nel mondo le donne occupate sono al momento 1,35 miliardi ma che con corrette operazioni potenzialmente potrebbero arrivare a essere 2,39.

Ma proprio affinché le barriere che impediscono l'effettiva partecipazione lavorativa alle donne vengano meno e la ricchezza da loro prodotta contribuisca alle economie nazionali, secondo il World policy analysis center è fondamentale che i Paesi adottino misure e leggi ad hoc. Dallo studio emerge un quadro dove, sebbene 152 Stati su 193 abbiano avviato norme e politiche contro le discriminazioni legate all'avanzamento di carriera, al demansionamento, all'impossibilità di formazione e training sul posto di lavoro, il vuoto giuridico di alcune legislazioni lascia pericolosamente scoperte le donne da tutele e protezioni mirate. La ricerca sottolinea anche la relazione tra molestie sessuali sul lavoro e salute mentale. Infine, in oltre un terzo dei Paesi, esattamente 68, non esistono specifici divieti sugli abusi e le molestie sessuali sul lavoro, lasciando 235 milioni di lavoratrici in pericolo e disincentivando la loro partecipazione attiva.
Le protezioni elaborate sulla base del genere sono dunque diffuse anche se migliorabili, mentre molto più rare sono quelle a tutela di lesbiche, gay, bisessuali e transgender (Lgbt), incentrate su identità di genere e orientamento sessuale: su 193 Paesi solo 16 hanno esteso simili protezioni includendo anche questi due aspetti.

di Elis Viettone

martedì 31 ottobre 2017
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