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QUESTA SETTIMANA: Non c’è sviluppo sostenibile senza l’impegno delle imprese

Discussioni sulla pagina Facebook dell’ASviS: è davvero possibile un progresso che non distrugga il Pianeta? E che ruolo devono avere le imprese, spesso responsabili di gravi danni all’ambiente? Inoltre, povertà, censimenti e big data.

di Donato Speroni

La pagina Facebook dell’ASviS è seguita da oltre 8800 persone ed è diventata un luogo di discussione sullo sviluppo sostenibile. Ovviamente, ai “mi piace” si affiancano dubbi e perplessità. Ne voglio segnalare due. Il primo riguarda il concetto stesso di sviluppo sostenibile: esiste davvero la possibilità di un progresso che garantisca maggior benessere per tutti senza distruggere il Pianeta? Il dubbio è legittimo, se per esempio si considera uno studio pubblicato da Nature che abbiamo segnalato sul sito dell’Alleanza. Ma le difficoltà devono solo stimolarci ad attuare con maggior impegno l’Agenda 2030, che al momento rappresenta l’unico percorso di possibile avvicinamento a un Pianeta sostenibile, come spiega con chiarezza il recentissimo libro del portavoce dell’Alleanza Enrico Giovannini. Ho trattato il tema “sviluppo, crescita e decrescita felice” sul mio blog Numerus sul sito del Corriere della Sera e rimando anche a questo testo chi è interessato ad approfondire.

Un’altra critica investe il modo di operare dell’ASviS. Ci si chiede come possiamo perseguire lo sviluppo sostenibile operando anche con le imprese. Chi scrive questo, evidentemente considera il sistema economico all’origine dei mali del mondo e le produzioni industriali responsabili della insostenibilità del Pianeta.

Definiamo innanzitutto la posizione dell’Alleanza. I 185 aderenti all’ASviS non sono imprese con fini di lucro, ma istituzioni e reti della società civile, come spiega il nostro sito. È vero però che tra queste ci sono Fondazioni che sono emanazioni di imprese; inoltre numerose imprese partecipano alle iniziative dell’ASviS, a cominciare dal Festival dello sviluppo sostenibile e dalla grande chiamata a collaborare con il progetto #2030whatareUdoing? nell’ambito del quale numerosi soggetti economici raccontano che cosa fanno per la sostenibilità.

Lavoriamo con le imprese perché consideriamo il ruolo delle imprese indispensabile per la costruzione di un percorso di sviluppo sostenibile, come del resto riconosce la stessa Agenda 2030 dell’Onu. Anzi, la novità degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs nell’acronimo inglese), validi per il periodo 2016-2030 e contenuti nell’Agenda, rispetto ai precedenti Obiettivi del millennio (MDGs), validi dal 2001 al 2015, è proprio la loro universalità: valgono per tutto il mondo (non solo per i Paesi in via di sviluppo) e non impegnano soltanto i governi, ma tutti i soggetti che operano nei 183 Stati che li hanno sottoscritti: società civile, organizzazioni di volontariato, ma anche le imprese, che infatti in tutto il mondo si stanno attivando in modo consistente. Lo dimostrano iniziative come il Global compact, che riunisce circa diecimila imprese di 160 Paesi nell’impegno a perseguire gli SDGs, e il World business council for sustainable development, nel quale i responsabili di circa 200 aziende partecipano alla elaborazione di proposte per le migliori pratiche di sostenibilità.

Questo impegno non è stato assunto dalle imprese per beneficenza o per ragioni di immagine, ma perché corrisponde a una visione strategica del futuro. La sopravvivenza del sistema economico dipende dalla transizione verso la green economy, dalla realizzazione di una economia circolare che minimizzi gli sprechi, dal miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di miliardi di persone, da politiche ambientali che non siano distruttive per il Pianeta. Certo, ci sono anche imprese che si muovono in una gretta logica di profitto a breve (basti pensare alla lobby del carbone negli Stati Uniti o ai grandi disboscamenti delle foreste tropicali), ma non c’è dubbio che nel giro di pochi anni la sensibilità dei capi azienda ai problemi della sostenibilità ha fatto grandi progressi. E il mondo ha bisogno delle imprese. In un Pianeta con sette miliardi e mezzo di persone non c’è altro modo di perseguire il benessere di tutti se non attraverso forme complesse di organizzazione della produzione: le imprese, appunto, comprese le più grandi.

Gli impegni di Corporate social responsibility, cioè l’affermazione della responsabilità d’impresa non solo verso gli azionisti ma verso tutti gli stakeholder, i portatori d’interesse (dipendenti, consumatori, abitanti nei territori di produzione, per fare qualche esempio) sono anche regolati da standard internazionali e da norme specifiche di rendicontazione non finanziaria sulla base di una direttiva europea recepita anche in Italia. Purtroppo però, come l’ASviS ha a suo tempo sottolineato,  la normativa vale solo per le imprese oltre i 500 dipendenti e questo ne limita fortemente l’applicazione.

In Italia, un passo avanti molto significativo si è avuto con la firma, nel corso del nostro Festival del 2017, del Patto di Milano sottoscritto dalle associazioni datoriali, “Le imprese italiane insieme per gli obiettivi di sviluppo sostenibile”. Dal Patto è nato un impegno di lavoro che coinvolge ASviS e associazioni per dare concretezza agli impegni di sostenibilità.

In dicembre, i big del made in Italy hanno sottoscritto un Manifesto per l’economia circolare e in febbraio Confindustria ha dato ampio spazio ai temi della sostenibilità nel suo ultimo Forum a Verona. La stessa organizzazione ha diffuso un Manifesto per la responsabilità sociale dell’impresa 4.0. Un ruolo importante hanno anche le B Corp, le aziende italiane con i più alti livelli di responsabilità sociale, che prima delle elezioni, con l’ASviS, hanno invitato i partiti a pronunciarsi sui temi della sostenibilità.

Aggiungiamo che lo sviluppo sostenibile non può prescindere dagli intermediari finanziari. Nessuno vuole negare le responsabilità della finanza globale nelle crisi degli anni scorsi e l’anomala crescita delle transazioni legate solo a scommesse rispetto a quelle che effettivamente rispecchiano scambi nell’economia reale. La governance politica internazionale presuppone anche una migliore governance finanziaria globale, ma senza la gestione di ingenti finanziamenti attraverso banche, società di assicurazione e altri soggetti intermediari, non è possibile realizzare gli investimenti ambientali, energetici e sociali necessari per realizzare un mondo più sostenibile. Sia l’Unione europea sia l’Ocse si preoccupano infatti di rafforzare il flusso di investimenti verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Non possiamo insomma pensare a un Pianeta effettivamente sostenibile se non possiamo contare sulla collaborazione di tutti i soggetti chiamati in causa: la società civile, i governi, ma anche le imprese e la finanza.

Tra le notizie della settimana, ne scegliamo alcune che riguardano categorie deboli. Al Jazeera ci segnala una categoria particolarmente esposta: le donne disabili indiane, a rischio di violenza e non protette dalle società, come segnala il Rapporto Invisible Victims of Sexual Violence: Access to Justice for Women and Girls with Disabilities in India.

Negli Stati Uniti sappiamo da tempo che c’è una categoria a rischio: i migranti irregolari, spesso inseriti nella società e nelle attività produttive, ma ora minacciati di espulsione. La situazione ha reso molto scottante il tema del prossimo censimento che si terrà nel 2020, come ci racconta l’Economist, perché il Census, l’ente pubblico che organizza la rilevazione, ha annunciato che per la prima volta verrà chiesto ai rispondenti se sono cittadini americani. Sono evidenti le conseguenze politiche di questa scelta: del resto il Census non ha l’autonomia di altre istituti nazionali di statistica come l’Istat e dipende dal ministero del Commercio. Nella domanda, dunque è facile vedere una scelta della Casa Bianca.

Un’altra minaccia ai più deboli viene dagli algoritmi. La rivista Slate, segnalata dalla rassegna stampa del Corriere, pubblica una intervista ad Amanda Lenhart, autrice del libro “Automating inequality” nella quale si denuncia che

in un’era in cui le amministrazioni si rivolgono sempre più a sistemi automatizzati per ricevere informazioni sui candidati idonei all’assistenza sociale, l’automatizzazione può incrementare i difetti del sistema.

Tutto ovviamente dipende da come si usano i dati. I Big data, per esempio, possono essere usati per stimare il valore delle azioni non profit e quindi massimizzarne l’efficacia. Lo afferma Massimo Lapucci, segretario della Fondazione Crt di Torino, a conferma di un vecchio adagio: la tecnologia non è buona o cattiva in sé, dipende da come si usa.

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E INOLTRE...

a cura di Giulia D’Agata

In questi giorni il sito asvis.it si è occupato di:

  • la nuova dotazione del Fondo per la tutela dell'ambiente e la lotta al cambiamento climatico (Life) votata dal Parlamento europeo che riguarderebbe i programmi con scadenze a cinque e a sette anni a partire dal 2020;
  • l’iniziativa “Shaping the Future of Economic Progress”, tenuta a Davos durante l’ultimo World economic forum durante la quale sono stati presentato i risultati dell’Inclusive develompment index (Idi) con lo scopo di fornire una visione più ampia sulle performance registrate dai Paesi. L’Italia, secondo l’Idi, risulta ultima tra le economia del G7;
  • la quinta lezione del corso universitario in sviluppo sostenibile tenutosi all’università Luiss di Roma su “La strategia italiana di sviluppo sostenibile, le politiche per l’istruzione e l’educazione” che è stata tenuta da Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Agnelli;
  • la piattaforma multi-stakeholder istituita dalla Commissione europea nel 2017 con il compito di "sostenere e consigliare la Commissione e tutte le parti interessate coinvolte nell'attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile a livello europeo” attraverso una maggiore coerenza tra gli strumenti di finanziamento a disposizione.

Altre segnalazioni

  • Si è tenuta a Ginevra il 20 marzo la riunione dell’Advisory Board del Global Assessment Report on Disaster Risk Reduction. Il Comitato, di cui hanno fatto parte esperti, policy maker e rappresentanti del settore privato, presidia la predisposizione del Rapporto Globale sul tema con l’obiettivo di fare il punto sullo stato di avanzamento delle politiche di settore, passare in rassegna gli scenari di rischio corrente e futuro, evidenziare best practice e approcci innovativi.
  • Il sito forumdisuguaglianzediversita.org lancia la nuova rubrica quotidiana: "Una goccia al giorno" che conterrà un piccolo frammento del dibattito pubblico per far riflettere sui temi delle politiche pubbliche e azioni collettive che riducono le disuguaglianze e favoriscono il pieno sviluppo di ogni persona.
  • È stato pubblicato l’ultimo saggio di Jeffrey Sachs “America 2030: Sviluppo, sostenibilità e la nuova economia dopo Trump”, un manifesto a sostegno dello sviluppo sostenibile – uno sviluppo, cioè, che si concentri su economia, società e ambiente, elementi chiave troppo spesso trascurati in favore della crescita indiscriminata che ha finito per mettere a rischio le possibilità stesse di crescita.
  • Nel libro “Le stelle non hanno paura di sembrare lucciole” di Sandro Calvani, Lilly Ippoliti, Dhebora Mirabelli, con la prefazione di Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS, 42 persone di origine diversa, uscite dalla routine di una noiosa quotidianità, raccontano con la propria storia personale come sono riuscite a raggiungere la felicità e a cambiare il loro mondo.
  • Dal 20 al 30 marzo si è tenuto il quinto “Asia-pacific forum on sustainable development”, preparatorio dell’High-level political forum di luglio, in cui si sono discusse le prospettive regionali sul seguito e la revisione dell'Agenda 2030 e i metodi per rafforzarne l'attuazione.

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giovedì 05 aprile 2018
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