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Openpolis: cooperazione internazionale in crescita, ma qualche dato è truccato

Continua il trend positivo dell’assistenza umanitaria: nel 2016 raggiunti i 27,26 miliardi di dollari in cooperazione. Tuttavia alcuni cambiamenti sulla scena mediorientale gettano un’ombra sulle cifre presentate da alcuni Paesi.

Nuovo record raggiunto per la cooperazione internazionale nel 2016 grazie ai 27,26 miliardi di dollari investiti. È quanto sostiene uno studio Openpolis che ha analizzato l’indicatore Development Initiatives, il quale ingloba al suo interno fondi privati e pubblici provenienti non solo da Paesi partecipanti al  Development assistance committee (Dac), il comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’Ocse di cui fa parte anche l’Italia, ma anche da Paesi non membri e dalle istituzioni europee.

L’indicatore mostra un costante aumento che solo nel 2012 vedeva la quota essere pari a poco più di 16 miliardi di dollari (11,75 donati da governi e istituzioni, 4,35 da privati). Questo dato però non deve distogliere l’attenzione da diversi elementi che preoccupano il futuro del settore, primo fra tutti, la volontà più volte espressa da parte dell’amministrazione Trump di voler rivedere al ribasso il proprio contribuito. Gli Stati Uniti d’altra partemsi dimostrano poco generosi in rapporto al proprio reddito nazionale lordo (sono al 18° posto in questa speciale classifica mentre l’Italia non figura neanche tra i primi 20), in termini assoluti possono vantare di essere il Paese che più investe in aiuti umanitari: il 31% della quota globale proviene dagli Usa e questa quota rende rilevante qualsiasi decisione l’amministrazione USA, sempre più intenzionata a voler aiutare solo i “paesi amici”, prenderà in merito nei prossimi mesi.

Scorrendo la classifica il secondo dato che salta all’occhio è quello turco. A una prima lettura, la Turchia spenderebbe in totale poco meno degli Stati Uniti in aiuti umanitari e sarebbe, inoltre, il paese più generoso in rapporto al reddito nazionale lordo. Tuttavia, da un’analisi più accurata, si evince come la prestazione sia dovuta solamente ad un trucco contabile, reso possibile dal fatto che il paese di Erdogan non fa parte del gruppo Dac: non ha quindi particolari vincoli per la rendicontazione. Parte dei sei miliardi dichiarati sono spese sostenute per i rifugiati e, di questi, circa la metà provengono dall’Unione europea, grazie all’accordo stipulato nel 2016 per fronteggiare la crisi dei profughi siriani.

Infine, tra i 20 paesi che contribuiscono maggiormente al fondo in rapporto al reddito nazionale lordo, troviamo Emirati arabi, Kuwait, Arabia saudita e Qatar che solo fino a qualche anno fa non rientravano in classifica.

Una parte importante di questi aiuti è andata allo Yemen, paese afflitto dal 2015 da una guerra civile che ha generato una grave crisi umanitaria, ignorata da gran parte della comunità internazionale e che ha ricevuto dal Paesi del Golfo il 54% degli aiuti. Ma gli investimenti  sono arrivati soprattutto da Emirati arabi uniti e Arabia saudita, coinvolti però in modo attivo nel conflitto. Questo dato fa temere che i contributi non siano stati versati solamente per puro spirito umanitario.

di Ivan Manzo

mercoledì 11 aprile 2018
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