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QUESTA SETTIMANA: Non possiamo ignorare il dibattito sul bilancio dell’Europa

Quattro punti che non possiamo eludere, perché condizioneranno fortemente anche il futuro dell’Italia. Spesso la politica è in ritardo, non solo nel nostro Paese, ma il “positive push” della società civile è sempre più forte.

di Donato Speroni

Buone notizie dal Costarica. Non solo perché per la prima volta il piccolo Paese centroamericano sotto la guida di Carlos Alvarado inaugura un governo di unità nazionale, composto in maggioranza da donne, ma perché, annuncio senza precedenti, la cerimonia di trasferimento dei poteri avverrà in modalità carbon neutral. Del resto, il Paese si propone di essere il primo al mondo a riequilibrare tutte le sue emissioni di anidride carbonica, obiettivo da raggiungere entro il 2021. In Costarica non mancano i problemi, ma nel complesso è un Paese ottimista, che crede in un futuro sostenibile.

Difficile dire lo stesso dell’Europa. L’Unione è profondamente divisa; il tentativo di riforma delineato dal presidente francese Emmanuel Macron si è subito scontrato con la diffidenza della Germania e dei Paesi nordici. Il prossimo bilancio dell’Unione, per il periodo 2021 – 2027, sarebbe un buon punto di inizio per discutere come realizzare un futuro migliore per l’Europa a 27, ma noi italiani, come dice Enrico Giovannini, “arriviamo a una discussione fondamentale per il futuro dell' Unione e quindi anche del nostro Paese con la testa da un' altra parte”, cioè concentrata sulle nostre vicende interne, come se queste non fossero in realtà fortemente condizionate dal quadro europeo. 

Nella sua rubrica “Scegliere il futuro”, venerdì 4 su Radio radicale, il portavoce dell’ASviS ha descritto così la situazione.

La Commissione europea inizierà dalla prossima settimana a illustrare le proprie proposte, che alcuni giudicano insufficienti, altri giudicano invece interessanti perché vanno nella direzione di un consolidamento dei programmi più orientati a un futuro fatto di ricerca, di educazione e meno orientato sulle politiche più classiche dell'Unione Europea come la politica agricola o le politiche di coesione.

Per affrontare seriamente un dibattito di questo tipo sono quattro gli aspetti su cui, secondo Giovannini, il Paese dovrebbe riflettere.

1) La dimensione del Bilancio. La Commissione propone un leggero aumento rispetto al bilancio degli ultimi anni anche tenuto conto del fatto che si aprirà un buco dovuto all' uscita della Gran Bretagna. La Commissione fa una proposta che punta a rilanciare le politiche europee e anzi immagina nuove entrate possibili grazie all'imposizione di tassazioni omogenee, per esempio sui materiali in un ottica di risparmio ambientale e di economia circolare, o su altre forme che dovranno essere concordate dai Paesi membri.

2) La possibilità che per l'Unione nel suo complesso si crei una uno spazio fiscale, cioè un insieme di risorse che verranno gestite direttamente da Bruxelles. L'Italia ha proposto per molto tempo la costituzione di un fondo europeo contro la disoccupazione che dovrebbe appunto essere gestito attraverso fondi centralizzati.

3) L’orientamento delle risorse europee verso programmi come l'innovazione tecnologica e la formazione di capitale umano. Una delle proposte della Commissione è di aumentare molto i fondi per la mobilità degli studenti all'interno dell'Unione, in alternativa a investire le risorse su politiche più tradizionali, come per esempio le politiche di coesione nei confronti delle aree più svantaggiate.

4) L’orientamento verso grandi problematiche di carattere globale, dalle migrazioni al cambiamento climatico; problemi che non sono unicamente europei, ma che possono vedere nell'Europa un protagonista, con un potenziamento del proprio ruolo nei confronti, ad esempio, di un continente africano che nei decenni futuri sarà ancor più pieno di problemi.

Su questi punti, dice il portavoce dell’ASviS, “sarebbe importante avere un dibattito pubblico articolato e di alta qualità, ma temo che la condizione della politica italiana farà sì che ancora una volta l'Italia arrivi impreparata; il governo di turno dovrà fare delle scelte senza aver discusso complessivamente dove l' Italia vuole investire queste risorse, salvo poi lamentarsi successivamente che Bruxelles fa le cose che non vogliamo fare”.

I quattro punti enunciati da Giovannini, dalle tassazioni ambientali al fondo comune contro la disoccupazione, dagli investimenti in ricerca alla strategia nei confronti dell’Africa, sono strettamente legati alla necessità di discutere e condividere una visione comune sullo sviluppo sostenibile dell’Europa.

Abbiamo molte valide ragioni per criticare i meccanismi della politica italiana e la miopia del dibattito che impedisce di discutere sui programmi di medio e lungo termine. Dobbiamo ammettere però che il problema non riguarda soltanto il nostro Paese. Ovunque, ci sono forze che frenano e altre che spingono. Lo racconta con chiarezza Flavia Micilotta, executive director di Eurosif, che sottolinea i pregi della politica del push cioè delle spinte verso un maggiore impegno a favore della sostenibilità.

Se guardiamo la scena della sostenibilità al giorno d’oggi è evidente che il settore privato e gli investitori subiscono l’impulso della società civile e dei regolatori perché assumano maggiori impegni.

Micilotta cita alcuni esempi. Il primo: un gruppo di investitori istituzionali ha messo in discussione l’effettiva volontà della società mineraria Rio Tinto che da un lato affermava il suo sostegno agli accordi di Parigi e dall’altra finanziava i gruppi lobbistici impegnati a ostacolare le politiche contro il cambiamento climatico. L’iniziativa ha trovato un ampio supporto da parte degli azionisti della società.

Questa alleanza della società civile e degli investitori è un soffio di aria fresca nella lotta per la sostenibilità, aprendo nuove possibilità per la promozione di strategie di investimento  socialmente responsabili.

Un altro caso di positive push in questi giorni proviene dagli operatori della società civile che continuano a premere sul settore assicurativo perché si impegni maggiormente contro il cambiamento climatico. C’è una pressione crescente dopo che l’uscita di alcune grandi società di assicurazione da investimenti socialmente non sostenibili ha raggiunto la cifra di 16 miliardi di euro di disinvestimenti. Molti gruppi maggiori si sono impegnati a non finanziare programmi nel carbone “e questa sfida sarà particolarmente importante nei prossimi mesi in vista della Cop 24 che si terrà in Polonia”.  Ricordiamo infatti che la Polonia è un paese che ha sempre difeso l’uso del carbone di cui è importante produttore.  “A questa battaglia si sono unite anche alcune città importanti: la municipalità di Parigi ha invitato le società di assicurazione con cui opera a uscire degli investimenti nel carbone e a puntare sulle rinnovabili”.

Tutto questo, precisa Micilotta, non significa che le imprese stiano sempre facendo una battaglia di retroguardia. Anzi, molte  società annunciano progetti importanti di socially responsible investment. Ma è evidente che i migliori risultati si ottengono quando i tre soggetti lavorano insieme: la società civile, le imprese e i regolatori.

È quanto l’ASvis sollecita tutti a fare, con il prossimo Festival dello sviluppo sostenibile, che coinvolge una grande pluralità di soggetti. Il programma dettagliato verrà svelato nella conferenza stampa di venerdì 17, ma in questa settimana abbiamo annunciato che gli eventi già in calendario hanno superato i 500; abbiamo anche offerto un’anteprima su 20 eventi di rilevanza nazionale e sui tre eventi organizzati dall’ASviS, fino all’incontro conclusivo che si terrà il 7 giugno alla Camera dei deputati. In quella occasione, l’Alleanza esporrà le proposte emerse nei 17 giorni di dibattito e di mobilitazione, ma è interessante segnalare (ed è un fatto nuovo rispetto all’anno scorso) che non solo il Governo, ma anche partiti e movimenti politici saranno immediatamente chiamati a pronunciarsi su questi temi, fondamentali per portare l’Italia su un percorso di sviluppo sostenibile.

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E INOLTRE...
a cura di Francesca Cucchiara

In questi giorni il sito asvis.it si è occupato di:

  •  il Rapporto del Sipri, da cui emerge un nuovo aumento dei bilanci militari: Cina ed India registrano gli aumenti più rilevanti mentre la Russia segna il primo calo dal 1998. Il 52% delle spese fa capo ai paesi membri della Nato che nel 2017 hanno destinato alle spese militari circa 9cento miliardi di dollari;

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giovedì 10 maggio 2018
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