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Il Vaticano su economia e finanza: “Il denaro deve servire e non governare”

L’industria finanziaria, tra speculazione e sistemi offshore, mette a repentaglio il benessere umano, “promuovendo egoismi e sopraffazioni”. Una nuova riflessione etica è necessaria, ponendo al centro il principio di gratuità.

“Le tematiche economiche e finanziarie, mai come oggi, attirano la nostra attenzione, per il crescente influsso esercitato dai mercati sul benessere materiale di buona parte dell'umanità”. Così si apre il documento “Oeconomicae et Pecuniariae Quaestiones, Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario”. Con questo testo, infatti, la Congregazione per la Dottrina della Fede, in collaborazione con il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, “intende offrire alcune considerazioni di fondo e puntualizzazioni a sostegno del progresso e dignità umana”, elaborando chiare basi etiche in grado di dotare il benessere economico di peculiarità umane che i meccanismi economici, da soli, non sono in grado di produrre.

Infatti, “benché il benessere economico globale si sia certamente accresciuto nel corso della seconda metà del 20° secolo con una misura e una rapidità mai sperimentate prima” dichiara il documento, “occorre però constatare che nello stesso tempo sono aumentate le disuguaglianze tra i vari Paesi e al loro interno”. L’occasione per invertire questo trend poteva essere colta con la crisi finanziaria del 2008, momento propizio per sviluppare un’economia attenta ai principi etici e maggiormente regolamentata, neutralizzandone gli aspetti predatori e speculativi. Tale cambiamento non è avvenuto, ma risulta necessario, poiché “è sempre più chiaro che l’egoismo alla fine non paga e fa pagare a tutti un prezzo troppo alto”.

Al riguardo, spetta in primo luogo agli operatori competenti e responsabili elaborare nuove forme di economia e finanza. “In particolare”, afferma il testo, “si sente la necessità di intraprendere una riflessione etica circa taluni aspetti dell’intermediazione finanziaria, il cui funzionamento, quando è stato slegato da adeguati fondamenti antropologici e morali, non solo ha prodotto palesi abusi e ingiustizie, ma si è anche rivelato capace di creare crisi sistemiche e di portata mondiale”. 

Necessario a questo obiettivo è una riflessione sull’odierna concezione di benessere: “Il benessere va valutato con criteri ben più ampi della produzione interna lorda di un Paese (Pil), tenendo invece conto anche di altri parametri, quali ad esempio la sicurezza, la salute, la crescita del “capitale umano”, la qualità della vita sociale e del lavoro”. In questa visione, il profitto ovviamente non va mai perseguito “ad ogni costo”, ma come parte della vita attiva di ogni essere umano.

Fondamentale, in questo contesto, è l’introduzione del valore della “gratuità”, “vale a dire la scoperta e l’attuazione del vero e del giusto come beni in sé, e in cui guadagno e solidarietà non sono più antagonisti”. Il principio di gratuità affonda le radici nel vangelo, dove Gesù richiama la cosiddetta regola d’oro, che ci invita a fare agli altri quello che vorremmo venisse fatto a noi (cf. Mt 7, 12; Lc 6, 31).

Questo sistema economico e finanziario basato su valori etici non vuole assolutamente privare l’economia della “libertà d’iniziativa”, ma è anche vero che, al giorno d’oggi, “la libertà di cui godono gli attori economici, se intesa in modo assoluto e distolta dal suo intrinseco riferimento alla verità e al bene, tende a generare centri di supremazia e a inclinare verso forme di oligarchia che alla fine nuocciono alla stessa efficienza del sistema economico”.

L’industria finanziaria, quindi, al di là del fatto che molti suoi operatori siano singolarmente animati da buone e rette intenzioni, a causa del suo dominio sull’economia reale, è un luogo dove gli egoismi e le sopraffazioni hanno un potenziale di dannosità della collettività che ha pochi eguali.

Ciò non vuol dire negare i vantaggi derivanti dall’uso del denaro, “mezzo a disposizione dell’uomo per allargare le sue libertà e possibilità”, ma controllarne gli effetti, poiché “questo mezzo può ritorcersi facilmente contro l’uomo”.

Infatti, precisa il documento, “un fenomeno inaccettabile sotto il profilo etico, non è il semplice guadagno ma l’avvalersi di un’asimmetria a proprio vantaggio per generare notevoli profitti a danno di altri; è lucrare sfruttando la propria posizione dominante con ingiusto svantaggio altrui o arricchirsi generando nocumento o turbative al benessere collettivo”. “Tale prassi risulta particolarmente deplorevole dal punto di vista morale”, prosegue il testo, “quando il mero intento di guadagno da parte di pochi mediante l’azzardo di una speculazione volta a provocare artificiosi ribassi dei prezzi di titoli del debito pubblico, non si cura di influenzare negativamente o di aggravare la situazione economica di interi Paesi”.

A nutrire questo approccio vi è il cosiddetto “sistema offshore”, che ha finito per aggravare il debito pubblico delle economie meno sviluppate. È stato infatti rilevato come la ricchezza privata accumulata nei paradisi fiscali da alcune élite ha quasi eguagliato il debito pubblico dei rispettivi Paesi.

La soluzione non è però abbandonarsi al cinismo, perché “ciascuno di noi può fare molto, specialmente se non rimane solo”. Infatti, “numerose associazioni provenienti dalla società civile rappresentano in tal senso una riserva di coscienza e di responsabilità sociale di cui non possiamo fare a meno”, conclude il documento. “Oggi più che mai, siamo tutti chiamati a vigilare come sentinelle della vita buona e a renderci interpreti di un nuovo protagonismo sociale, improntando la nostra azione alla ricerca del bene comune e fondandola sui saldi principi della solidarietà e della sussidiarietà”.

di Flavio Natale

 

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