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QUESTA SETTIMANA: Francesco ci invita a ripensare le strategie per la crescita

Il Pontefice tocca un tasto cruciale: non si può garantire il benessere di tutta l’umanità se non si contengono i consumi inutili o dannosi. Dal Festival alle istituzioni, segnali di speranza per il Paese.
 

di Donato Speroni

Si sono riuniti per due giorni alla Casina Pio IV, sede della Pontificia Accademia delle Scienze, su invito della cattolica Notre Dame University, per discutere sul tema “Energy transition and care for our common home”. Alla fine, i big del petrolio sono stati ricevuti sabato 9 da papa Francesco, che con un articolato discorso li ha invitati ad accelerare la transizione verso le rinnovabili e a impegnarsi a fornire energia pulita a tutta l’umanità.

Quello di Francesco però non è stato un discorso che nascondeva le difficoltà.

Siamo consapevoli che le sfide da affrontare sono interconnesse. Infatti, se vogliamo eliminare la povertà e la fame come richiesto dagli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, il miliardo e più di persone che non dispone oggi di elettricità deve poterla avere in maniera accessibile. Ma nello stesso tempo è bene che tale energia sia pulita, contenendo l’uso sistematico di combustibili fossili. L’auspicabile prospettiva di una energia per tutti non può portare a una non auspicabile spirale di sempre più gravi cambiamenti climatici, mediante un temibile rialzo delle temperature nel globo, più dure condizioni ambientali e l’aumento dei livelli di povertà.

Francesco ha colto così il punto più critico di questa epoca di transizione. Siamo impegnati, attraverso l’Agenda 2030, ad assicurare a tutti un minimo di benessere (che comprende anche l’accesso a fonti di energia pulita), ma al tempo stesso non possiamo dilatare i consumi in modo tale da minacciare l’equilibrio del Pianeta. Non si tratta solo di un problema energetico: questo aspetto è stato colto con chiarezza dall’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi, che ha partecipato all’incontro e che in una intervista al Corriere della Sera ha messo in evidenza le responsabilità dei Paesi più progrediti:

La componente energetica conta per il 60% sul livello di emissioni. Il resto viene dagli altri consumi. Se nei Paesi ricchi continuiamo a comprare in eccesso, dall’abbigliamento al cibo, dai veicoli agli elettrodomestici, questo ha un impatto sull’ambiente. Meno consumi e più economia circolare, cioè riciclo dei rifiuti, sia urbani sia industriali.

Infatti il discorso del Pontefice mette in discussione il concetto stesso di crescita, come ha detto lo stesso Francesco:

Dobbiamo riconoscere che la domanda di una continua crescita economica ha comportato gravi conseguenze ecologiche e sociali, visto che il nostro attuale sistema economico prospera sempre più sull’aumento delle estrazioni, sul consumo e sullo spreco.

Pochi giorni fa, il documento “Oeconomicae et Pecuniariae Quaestiones”, della Congregazione per la dottrina della fede, in collaborazione con il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, aveva sollevato lo stesso problema:

Il benessere va valutato con criteri ben più ampi della produzione interna lorda di un Paese (Pil), tenendo invece conto anche di altri parametri, quali ad esempio la sicurezza, la salute, la crescita del ‘capitale umano’, la qualità della vita sociale e del lavoro.

Queste considerazioni devono indurci a riflettere sulla strategia di politica economica che può essere messa in atto dal nuovo governo. Una crescita indiscriminata della domanda globale, che non favorisca nuovi investimenti in attività e strutture effettivamente necessarie per rafforzare le resilienze e curare le vulnerabilità del Paese, non risolverà i nostri problemi se non nel brevissimo termine. Se poi si produrranno beni che non tengono conto dei parametri dell’economia circolare, la crescita si tradurrà in un danno ambientale. Sempre ammesso di riuscire a stimolare una crescita attraverso l’aumento dei consumi, quando tutte le previsioni finora espresse indicano che ben difficilmente l’Italia potrà andare oltre un aumento annuo del Pil dell’1,5%, certamente non sufficiente a risolvere solo attraverso i meccanismi di mercato i problemi di diseguaglianza e disoccupazione.

Il messaggio che proviene dal Festival dello sviluppo sostenibile, che si è chiuso in questi giorni, e soprattutto dall’evento finale di mercoledì 13 alla Camera dei deputati, è molto diverso. È necessario usare le risorse per puntare a uno sviluppo sostenibile, concentrandone l’impiego sugli obiettivi che effettivamente possono accrescere il benessere collettivo, operando contro la povertà, per la sanità e la scuola, per la tutela dell’ambiente.

Si andrà in questa direzione? Non lo sappiamo. Segnaliamo tuttavia due notizie positive che provengono dalla politica. La prima è che in questi giorni la Corte dei conti ha registrato la direttiva che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni  aveva adottato in tema di sviluppo sostenibile, spostando a Palazzo Chigi il coordinamento delle politiche per l'attuazione dell'Agenda 2030. Nella sua rubrica “Scegliere il futuro” su Radio Radicale, il portavoce dell’ASviS ha detto:

Ora si tratta di realizzare quello che la direttiva prevede e cioè la costituzione di una Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile presieduta dal Presidente del Consiglio con la presenza di tutti i ministri e anche con i rappresentanti delle Regioni, delle Province e dei Comuni.  Inoltre, la direttiva prevede che tutte le pubbliche amministrazioni d’ora in avanti inseriscano nei propri piani di attività le azioni necessarie per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile e anche rendicontino alla Presidenza del Consiglio quello che è stato fatto nel corso dell'anno, in modo tale che la presidenza all'inizio di ogni anno prepari un rapporto che possa andare ai cittadini, al Parlamento a tutte le istituzioni su come l'Agenda 2030 viene attuata in Italia.  In questo caso la responsabilità sarà del Dipartimento delle politiche economiche all'interno della Presidenza del Consiglio che dovrà appunto acquisire delle competenze rilevanti per coordinare questo lavoro e per supportare il lavoro della Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile.

La seconda notizia positiva è che, come l’Alleanza aveva chiesto alle forze politiche nel corso della campagna elettorale, alla Camera (e speriamo successivamente al Senato) si sta costituendo un intergruppo sullo sviluppo sostenibile. L’iniziativa è stata presa dalla deputata Chiara Braga (Pd), che ha scritto una lettera a tutti i colleghi e, riferisce la Staffetta quotidiana, ha riscosso adesioni da tutti i gruppi tranne che dalla Lega.

In conclusione, anche se la politica tende a perpetuare vecchi schemi di comportamento, nuovi elementi fanno sperare che il Paese possa mettersi su un sentiero di sostenibilità. Spingono in questa direzione innovazioni istituzionali (il coordinamento a Palazzo Chigi e l’intergruppo alla Camera), comportamentali (la grande partecipazione al Festival dello sviluppo sostenibile, con decine di migliaia di persone coinvolte e oltre tre milioni di accessi sui social e un grande impegno anche da parte di città, università e imprese), e anche etiche: l’impegno della Chiesa per l’ambiente e per un diverso modo di concepire il futuro, con maggiore giustizia sociale per tutti. È ancora poco per essere ottimisti, ma certamente si può trarre da questi avvenimenti maggiore forza per portare avanti la battaglia per lo sviluppo sostenibile.

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E INOLTRE...

a cura di Francesca Cucchiara

In questi giorni il sito asvis.it si è occupato di:

  • Il Global Peace Index (Gpi), recentemente rilasciato dall’Institute for economics and peace. L’indice registra un calo nella maggior parte dei paesi mentre il 2017 si registra come il meno pacifico dell’ultima decade. A incidere maggiormente sui conflitti, la scelta delle Nazioni unite di giocare un ruolo marginale nel panorama internazionale.
     
  • Il nuovo Rapporto dell’Overseas development institute (Odi) intitolato “Are the G7 on track to phase out fossil fuel subsidies by 2025?”. Dalla ricerca emerge che, nonostante gli impegni presi per eliminare le sovvenzioni ai combustibili fossili entro il 2025, sia le nazioni del G7 che quelle del G20 continuano ad impiegare risorse pubbliche per sostenere l’industria del carbone e del petrolio.
     
  • Il terzo pacchetto europeo dedicato alla mobilità dal titolo “Europe on the move”. In evidenza il tema della sicurezza stradale, la riduzione delle emissioni e la mobilità connessa. Secondo le previsioni, l’attuazione delle misure proposte potrà ridurre drasticamente il numero degli incidenti, fino a raggiungere l'ambizioso obiettivo di “zero decessi sulle strade” stabilito per il 2050.
     
  • Il sondaggio lanciato il 9 maggio dall’Unione europea in vista delle prossime elezioni; 12 domande rivolte a tutti i cittadini degli stati membri per conoscerne le priorità ed orientare di conseguenza le prossime strategie europee.  L’iniziativa è stata definita “unica nel suo genere” in quanto esempio di democrazia dal basso per rimette al centro il concetto di cittadinanza europea.

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giovedì 14 giugno 2018
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