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Un assorbente in molti Paesi è un bene di lusso e le giovani lasciano la scuola

Nonostante i passi in avanti, in troppi Stati i prodotti per l'igiene intima hanno prezzi proibitivi per essere a disposizione di tutte, mettendo a rischio la salute femminile. In Italia ogni anno lo Stato guadagna con la "tampon tax" 65 milioni di euro.   16/8/2018

I governi di numerosi Stati, compresa l’Italia, non considerano i prodotti per l’igiene femminile come beni di prima necessità ma li paragonano a beni di lusso, applicandovi forti tassazioni. Sull'annosa questione ancora aperta della tampon tax, ovvero la tassa sulla vendita dei prodotti per l'igiene femminile utilizzati durante i giorni mestruali alcuni però si stanno muovendo.

Nel 2017 il Kenya aveva stanziato un budget di cinque milioni di dollari per fornire prodotti di igiene femminile alle ragazze svantaggiate. Era stata inoltre promossa una legge sull'educazione del Paese che prevedeva che, per ogni studentessa registrata, fossero previsti prodotti igienici gratuiti, sufficienti e di buona qualità, nonché meccanismi di smaltimento appropriati.

Quest’anno è la volta dell’India, dove il governo ha deciso di eliminare la tassa sugli assorbenti, un’imposta su beni e servizi fissata nel 2017 al 12%. Mossa necessaria se si considera che nel Paese la mancanza d’informazione e i prezzi elevati costringono donne e ragazze a utilizzare metodi alternativi molto meno igienici, aumentando notevolmente il rischio di infezioni e malattie, mettendo così in pericolo la salute di chi non ha i mezzi necessari per trattare adeguatamente il periodo mestruale. Per cambiare lo stato dei fatti si sono schierate non solo le attiviste ma anche altri settori della popolazione indiana. Bollywood ad esempio ha lanciato il primo film incentrato proprio sui problemi causati dalle mestruazioni. Lo stesso protagonista della pellicola, un famoso attore indiano, si è messo a capo della campagna Niine Movement, che incoraggia l’uso degli assorbenti tra la popolazione femminile.

Il New York Times ha proposto nel mese di luglio una visione generale su come i Paesi gestiscono il tema dell’accesso ai prodotti d’igiene femminile. L’articolo sottolinea, però, come l'accesso a questi beni sia solo uno dei vari fattori connessi al disagio mensile femminile che in particolare le donne dei Paesi in via di sviluppo devono affrontare. Acqua pulita e strutture igienico-sanitarie, informazioni e trattamenti medici sono fondamentali. “La povertà, ovviamente, complica enormemente lo sforzo di gestire questi periodi con discrezione e dignità”, si legge sul quotidiano statunitense, “E alcuni sintomi, come forti emorragie o dolore debilitante durante le mestruazioni, possono indicare una condizione più grave che richiede cure mediche”.
Le ragazze e le donne di tutto il mondo devono inoltre lottare con lo stigma culturale, la vergogna e l'isolamento sociale. Le giovani hanno anche maggiori probabilità di perdere la scuola o addirittura di abbandonarla, se non sono in grado e non hanno i mezzi per gestire il loro ciclo.

Per quanto riguarda il fattore economico connesso alle tasse derivanti dalla vendita di questi prodotti, è interessante notare come la situazione non sia migliore nei Paesi più avanzati. Negli Stati americani di New York, Illinois, Florida e Connecticut, ad esempio, sono solo due anni che sono state abolite le tasse di vendita sui prodotti d’igiene femminile.

L'Italia non è messa molto meglio. Secondo un articolo del Corriere della Sera, per la legge italiana questi prodotti, di cui si vedono 2,6 miliardi di pezzi ogni anno, non sono considerati beni di primaria necessità e sono tassati al 22%. Calcolando che per 13 cicli l’anno vengono spesi circa 126 euro, di questi 22,88 euro vanno allo Stato come imposta sul valore aggiunto. Si tratta di un introito di ben 65 milioni di euro.

Nel resto dell’Europa la situazione comincia lentamente a migliorare. La Francia ha portato l’imposta dal 20% al 5.5%, l’Olanda al 6%, in Inghilterra è stata ridotta dal 17,5% al 5,5%. In ultimo il Belgio, dove è passata dal 21% al 6%. L’Irlanda, così come il Canada, l’ha invece addirittura abolita.

di Giulia D’Agata

giovedì 16 agosto 2018
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