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Migranti climatici, dall'Onu un primo accordo per riconoscere il loro status

Al via un l'iter legislativo che porterà, in caso di successo, a includere tra i motivi di migrazione anche siccità, desertificazione e innalzamento dei mari: fenomeni che entro il 2050 costringeranno a far spostare oltre 200 milioni di persone.  14/8/2018

Si moltiplicano i migranti costretti a spostarsi a causa dell’aumento delle temperature. Secondo l’Ipcc, l’ente scientifico di supporto alla Conferenza sul cambiamento climatico, entro il 2050 saranno oltre 200 milioni. Ecco perché le Nazioni unite hanno avviato il processo che porterà a inserire il cambiamento climatico tra le cause delle migrazioni nel mondo, mettendo in relazione il legame esistente tra spostamenti di popolazioni e instabilità del clima, al fine di offrire maggiore sicurezza e supporto in fase di accoglienza. La strada di questo iter legislativo è però lunga e in salita.

L’intesa, raggiunta nell’ambito del Global compact for migration, l'iniziativa dell’Onu nata con l’obiettivo di incentivare politiche sostenibili sul piano globale, è la prima a trattare questo argomento a livello intergovernativo, e sarà formalmente adottata dagli Stati membri in occasione della conferenza che si terrà a Marrakech, in Marocco, il 10 e 11 dicembre.

Il “patto migratorio” prevede di riconoscere eventi estremi quali siccità, desertificazione e innalzamento del mare, tra i motivi che costringono le persone a lasciare le proprie case. Una svolta che però “rappresenta solo l’inizio di un processo lungo e complesso”, ha dichiarato Walter Kaelin della Platform on disaster displacement alla Thomson Reuters foundation. “È la prima volta che la comunità internazionale riconosce che migrazione e sfollati possono essere generati dai disastri provocati dal riscaldamento globale e si assumono degli impegni in merito, aprendo un dibattito e ragionando su come affrontarli”.

L’accordo raggiunto nasce dai dati del 2015, anno che ha registrato il più grande afflusso di rifugiati e migranti nel mondo dai tempi della seconda guerra mondiale.

Approvato da 192 Stati membri - tutti tranne gli Usa che lo scorso anno si ritirarono dall’Accordo di Parigi, mantenendo così l’intenzione di ripudiare la scienza climatica e le negoziazioni in merito - il patto non sarà però vincolante. Un aspetto che rende ora fondamentale il ruolo de i singoli governi. Conterà infatti in che modo e con quale velocità i Paesi avranno intenzione di affrontare l’argomento, sia sul piano legislativo che in fase decisionale.

Certo è che “dopo questo patto, nessuno potrà più dire: non vediamo una relazione tra cambiamenti climatici, spostamenti e migrazioni”, fa sapere Sven Harmeling, responsabile del cambiamento climatico e della politica di resilienza del gruppo di aiuti Care international.

Arrivano intanto le prime grane. L’Ungheria ha infatti già dichiarato che lascerà il Global compact, dato che non intende mettere in atto le misure previste in sede negoziale perché ritenute una “minaccia per il mondo”.

Dall’altra parte, invece, si schierano gli attivisti impegnati sulle tematiche ambientali che promettono di seguire con attenzione le prossime mosse che i governi di tutto il mondo decideranno di intraprendere. Nonostante sia ancora lontano l’obiettivo finale, cioè quello di attribuire uno status legale ai migranti climatici, si tratta pur sempre di un primo passo in questa direzione.

di Ivan Manzo

martedì 14 agosto 2018
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