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Gli aerosol, un tempo nocivi per il buco dell’ozono, adesso difendono l’Artico

Gli studiosi dell’American Meteorological Society hanno ricostruito le tracce del cambiamento climatico dal 1953-2012: paradossalmente, l’inquinamento da bombolette ha rallentato il riscaldamento. 28/8/2018

“Attualmente, l'Artico è tra i luoghi del pianeta che si stanno riscaldando più in fretta”, così esordisce l’articolo pubblicato il 3 agosto dal The GuardianPollution is slowing the melting of Arctic sea ice, for now”. “Parte del motivo è che mentre l'Artico si riscalda, il ghiaccio si scioglie e l'acqua dell'oceano è totalmente priva di coperture. L'oceano è più scuro del ghiaccio, quindi a sua volta assorbe più luce solare e ne aumenta il riscaldamento. E’ un ciclo di cause e conseguenze”. Per questa e altre ragioni, l’Artico è ormai da molti anni una sorta di cartina di tornasole degli sviluppi del cambiamento climatico, e gli scienziati sono soliti rilevare nella zona in questione gli indizi del surriscaldamento globale.

Tra i più recenti studi in proposito, spicca l’articolo pubblicato il 6 giugno sul Journal of Climate dalla American Meteorological Society intitolato “Attribution of Arctic Sea Ice Decline from 1953 to 2012 to Influences from Natural, Greenhouse Gas, and Anthropogenic Aerosol Forcing”. Questa ricerca, segnalata dal The Guardian, analizza in modo approfondito le ragioni sottostanti lo scioglimento accelerato del ghiaccio artico negli ultimi anni. “Gli autori”, spiega il giornale, “hanno completato uno studio di rilevamento e attribuzione del declino del ghiaccio marino artico dal 1953 al 2012. Sono 60 anni di dati che raccontano l'immagine del surriscaldamento globale”.

La ricerca in questione è divisa in due parti: la prima di "rilevamento", nella quale vengono analizzate le tendenze a lungo termine presenti in questi sei decenni; la seconda, di "attribuzione", dove gli scienziati hanno cercato di comprendere le cause di queste tendenze.

Per quanto riguarda il “rilevamento”, “la scelta del periodo”, spiegano gli autori, “è dovuta al fatto che lo studio cerca di andare il più lontano possibile negli anni, continuando ad accedere a registrazioni di alta qualità dell’estensione del ghiaccio”. Per “l’attribuzione”, invece, i ricercatori hanno cercato di individuare le "impronte digitali" dell'attività umana, vale a dire i segnali degli effetti del cambiamento climatico di natura antropogenica sulla zona artica. “Gli esseri umani emettono gas serra che intrappolano calore, e questi gas rendono l'Artico ancora più caldo. Ma anche altre cose stanno accadendo”, si legge nell’articolo. Ci sono infatti altri prodotti inquinanti umani che influenzano il ghiaccio, come quelle piccole particelle chiamate "aerosol" che possono entrare nell'atmosfera e bloccare la luce solare. Ed è proprio su questo tema che si concentra lo studio. “Qui rivolgiamo la nostra attenzione all'effetto di raffreddamento provocato da agenti forzanti antropogenici (principalmente aerosol), che ha potenzialmente mascherato una frazione del declino del ghiaccio marino artico indotto dai gas serra”, si legge nello studio.

Ciò vuol dire che queste emissioni di aerosol possono effettivamente causare il raffreddamento del globo. Infatti, come conferma l’articolo, “nel periodo 1953-2012 circa il 23% della tendenza negativa di scioglimento dei ghiacci (provocata dai gas serra) è stata compensata da una debole tendenza positiva, attribuibile ad altre forze antropogeniche”. Gli autori hanno quindi concluso che l'effetto di raffreddamento combinato da aerosol umano è stato rilevato in tutti i set di dati organizzati per differenti periodi, e che quindi il raffreddamento è costante e presente.

Ma cosa sono gli aerosol? Gli aerosol sono quelle particelle, in termini scientifici definite colloidi (miscele nelle quali una sostanza si trova finemente dispersa, a metà tra la soluzione e la dispersione) emesse in forma di gas nell’atmosfera. Gli aerosol, utilizzati per anni all’interno delle comuni bombolette spray e causa principale dell’allargamento del buco nell’ozono, hanno perso il loro carattere nocivo grazie al Protocollo di Montreal, stipulato nel 1987 ed entrato in vigore nel 1989, che vieta l’utilizzo di Cfc (clorofluorocarburi) all’interno delle bombolette spray.

L'effetto di raffreddamento degli aerosol è noto da molto tempo, e si può ritrovare in natura con l’eruzione dei vulcani. Infatti, alcuni vulcani iniettano tonnellate di queste particelle nella stratosfera che temporaneamente bloccano la luce solare per alcuni anni, e gli aerosol umani funzionano allo stesso modo. Rimangono nell'aria per un periodo simile, riflettendo la luce del sole, prima di essere ripuliti dall'atmosfera.

“Ma questa non è assolutamente una buona notizia”, afferma l’articolo, “perché se e quando gli esseri umani ridurranno l’inquinamento da aerosol, il riscaldamento nell'Artico e la perdita di ghiaccio peggiorerà”. Questo processo ha portato alcune persone a ipotizzare di poter invertire il riscaldamento globale iniettando inquinamento nell'atmosfera, ma questa soluzione di geo-ingegneria è piena di rischi.

“La perdita di ghiaccio nell'Artico è già una cattiva notizia”, afferma lo scrittore esperto di questioni artiche Neven Curlin, intervistato dal The Guardian. “È incredibile pensare che la perdita avrebbe potuto essere ancora più veloce, se non fosse stato per questo effetto di smorzamento. Se la riduzione delle emissioni di aerosol porta ad un riscaldamento ancora più rapido dell'Artico, questo diminuirà ulteriormente il gradiente di temperatura tra il polo e l'equatore, probabilmente aggiungendo la destabilizzazione dei modelli meteorologici dell'emisfero settentrionale. Non ridurre gli aerosol non è un'opzione”, aggiunge lo scrittore, “quindi ci troviamo in una situazione abbastanza difficile. Speriamo che le ricerche future mostrino soluzioni diverse”.

Una volta ancora, il futuro è nelle mani della ricerca, che però necessita finanziamenti e sviluppo. “Abbiamo bisogno di giovani menti per studiare la criosfera, di dati per capire le tendenze a lungo termine e, per raccogliere questi dati, abbiamo bisogno di migliori attrezzature”, conclude Neven Curlin, “questo è un grande esempio di come un piccolo investimento ora possa pagare enormi dividendi in futuro”.

di Flavio Natale

martedì 28 agosto 2018
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