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La deforestazione globale non si arresta, uno studio ne mostra le cause principali

Secondo il Global Forest Watch, che utilizza dati satellitari, la produzione di nuove materie prime alimentari ha la maggiore incidenza. Serve più responsabilità e trasparenza nelle catene di approvvigionamento globali. 1/10/2018

Conoscere dove avviene, quando e che cosa causa la deforestazione è uno degli obiettivi che il World Resource Institute (Wri) si è prefissato negli ultimi anni, sia per avere un quadro completo della situazione, sia per intervenire in modo da limitare i danni. Per questo motivo, nel 2014, ha lanciato la “Global Forest Watch”, piattaforma che grazie alle tecnologie satellitari, è in grado di fornire in tempo (quasi) reale dati e mappe sul tasso di deforestazione globale.  L’ultimo studio, reso noto il 14 settembre sul sito di Science dal titolo “Classifying drivers of global forest loss”, non trasmette dati confortanti sull’argomento.

In sostanza dal 2001 al 2015, periodo di riferimento dell’analisi basata su una raccolta di migliaia e miglia di immagini scattate dai satelliti, il tasso di deforestazione globale è rimasto inalterato, a dispetto degli sforzi annunciati dai Governi di tutto il mondo.

Nello specifico, sono state identificate le cause che hanno un impatto maggiore sulla perdita di suolo forestale. Dal punto di vista ecologico, la conversione su larga scala di terreni per la coltivazione di olio di palma e le materie prime legate alla produzione di gomma sono quelle definite più “invasive, permanenti e distruttive”.

Il 27% di tutte le perdite forestali (pari a 50mila chilometri quadrati l’anno) è causato dallo spazio richiesto per la produzione di nuove materie prime alimentari. In pratica, è come se dal 2001 fosse stata deforestata un quarto dell’India. Al secondo posto, con un tasso del 26% di deforestazione per il periodo analizzato, troviamo la silvicoltura. Seguono gli incendi boschivi con il 24% e il cambio d’uso del suolo con il 23%. La perdita di foresta globale dovuta all’urbanizzazione è invece al di sotto dell’1%.

“Qualcuno potrebbe essere sorpreso dal fatto che l’urbanizzazione incide in modo lieve sulla deforestazione globale”, sostiene Nancy Harris, tra le prime firme del rapporto del Global Forest Watch, “ma ci sono idee sbagliate da parte del pubblico su questo, magari perché l'urbanizzazione è un cambiamento nel paesaggio a cui le popolazioni sono altamente esposte”.

Lo studio indica che la deforestazione si è concentrata soprattutto in America Latina e Sud-est asiatico, facilmente riscontrabile anche dalla mappa pubblicata online. Per l’America del sud, pascoli del bestiame e coltivazioni a fila sono i fattori che contribuiscono principalmente al danno forestale, mentre la coltivazione di palma da olio resta la causa principale in Malaysia e Indonesia.

“Centinaia di aziende si sono impegnate pubblicamente per la produzione sostenibile di prodotti globali come olio di palma, soia e carne bovina", ha continuato il ricercatore, “finalmente per la prima volta possiamo quantificare la perdita di copertura degli alberi dovuta alla produzione di materie prime e valutare il progresso delle aziende nel rispetto dei loro impegni. I nostri risultati mostrano che c'è ancora molto lavoro da fare".

I luoghi più esposti alla deforestazione, secondo il Rapporto, dovrebbero essere presi come caso di studio per intervenire e sviluppare nuove politiche a tutela della gestione forestale, capaci di incidere sul benessere collettivo e necessarie nel ridurre le emissioni di gas serra.

“La conservazione, il restauro e la migliore gestione delle foreste tropicali, delle mangrovie e delle torbiere, potrebbero fornire un grosso aiuto nell'azione di mitigazione necessaria a raggiungere l'obiettivo dell'accordo di Parigi”, conclude Harris.

 

di Ivan Manzo

lunedì 01 ottobre 2018
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