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L’Italia e il Goal 5: progressi nella normativa, ma troppi ritardi nell’attuazione

Migliorano le misure contro la violenza di genere, ma la partecipazione femminile agli organi decisionali rimane molto inferiore alla media Ue. Rapporto ASviS 2018: potenziare e applicare le leggi su discriminazione e diritti riproduttivi. 16/10/2018

Il Rapporto ASviS 2018 registra miglioramenti nel Goal 5 in Italia. Nonostante la recente flessione dell’indicatore sintetico, nel complesso aumenta la partecipazione delle donne nei luoghi decisionali economici e politici, anche se la presenza resta bassa. A livello territoriale, cresce la presenza femminile nella maggior parte dei Consigli regionali.

Nell’ultimo anno, la normativa italiana sull’uguaglianza di genere ha fatto consistenti passi in avanti, concentrandosi sul soccorso e l’assistenza alle donne vittime di violenza, la medicina di genere, le misure di conciliazione lavoro-famiglia e il congedo di paternità.

Secondo l’Alleanza è sul piano dell’attuazione che si osservano gravi ritardi e carenze. Servono più sforzi per superare gli stereotipi di genere, migliorare la salute sessuale e garantire il pieno rispetto dei diritti riproduttivi. Anche se sono aumentate le tutele contro la violenza sulle donne, occorre potenziare i centri antiviolenza e le case rifugio e introdurre, nella Legge sui crimini d’odio e la discriminazione, i reati legati al sessismo.

 

Guarda la videointervista alla coordinatrice del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 5, Rosanna Oliva de Conciliis (Rete per la parità)

 

L’indicatore composito per l’Italia

L’indicatore composito elaborato dall’ASviS per il Goal 5 evidenzia complessivamente un significativo miglioramento tra il 2010 e il 2016. Tuttavia, a fronte del  forte aumento registrato fino al 2015, si segnala una inversione di tendenza nel 2016 spiegata dalla diminuzione del rapporto tra i tassi di occupazione delle donne con figli in età prescolare e delle donne senza figli e dalla netta diminuzione della partecipazione delle donne negli organi decisionali, un dato (13,3%) ancora ben inferiore alla media europea (23,9%).

Le regioni italiane e il Goal 5

Rispetto alla media dell’Italia nel 2010, il Goal 5 mostra un netto miglioramento nella maggior parte delle regioni italiane. Ciò può essere spiegato dall’aumento della presenza delle donne nei Consigli regionali(dal 15% nel 2012 al 18% nel 2016). Le regioni che migliorano maggiormente sono il Piemonte e il Trentino-Alto Adige, che devono questo incremento all’aumento del rapporto tra tassi di occupazione delle donne e degli uomini. Al contrario la Basilicata mostra un deterioramento dell’indicatore rispetto ai livelli del 2010, causato dall’assenza di donne nei Consigli Regionali dal 2013 in poi.

 

Il resoconto degli ultimi 12 mesi

In un contesto di generale riduzione dei reati, diminuisce anche il numero delle donne che ha subìto violenza fisica o sessuale, ma rimane stabile la quota di donne vittime di violenza estrema (stupri e tentati stupri) o forme efferate di violenza. Il divario di genere nel lavoro domestico e di cura non retribuita è ancora alto, anche se diminuisce rispetto al biennio 2002-2003. Rispetto alla partecipazione delle donne nei luoghi decisionali economici e politici ci sono segnali positivi, ma la presenza resta bassa.

A tale proposito, un primo aspetto da sottolineare riguarda il risultato delle elezioni del 4 marzo del 2018, caratterizzate dalla prima applicazione delle norme di garanzia di genere contenute nella Legge 3 novembre 2017, n. 165: ora le donne rappresentano circa il 35% dei parlamentari. Se la metà dei 9.529 candidati alle elezioni era rappresentata da donne, in totale sono state elette 334 donne, 225 alla Camera (rispetto a 405 uomini) e 109 al Senato (205 uomini), alla cui presidenza è stata eletta, per la prima volta, una donna. In sette Regioni (Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Lazio, Campania, Sicilia e Calabria) la quota delle donne ha superato il 40% sul totale degli eletti. Nonostante l’aumento delle donne parlamentari, la presenza femminile rimane esigua nella presidenza delle commissioni e nei comitati di controllo.

Nel corso degli ultimi dodici mesi gli interventi normativi e amministrativi hanno riguardato i seguenti aspetti:

  • medicina di genere (art.3, Legge 3/2018): per la prima volta è garantita in Italia una medicina orientata al genere in tutte le sue applicazioni. Si attende ora il piano di attuazione, che deve essere predisposto a cura del ministero della Salute, con la collaborazione dell’Istituto superiore di sanità;
  • soccorso e assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza: con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 24/11/2017 sono state approvate le Linee guida nazionali per le aziende sanitarie e le aziende ospedaliere;
  • sgravi contributivi per l’assunzione delle donne vittime di violenza di genere. Con il Decreto 11/05/2018 il ministro del Lavoro e delle politiche sociali ha stabilito che per gli anni 2018, 2019 e 2020 le cooperative sociali che assumono, con contratti a tempo indeterminato, donne vittime di violenza di genere inserite nei percorsi di protezione sono esonerate dal versamento dei contributi previdenziali, nel limite stabilito dall’Inps di 1 milione di euro per ciascun anno;
  • disposizioni in favore degli orfani per crimini domestici. La legge 11 gennaio 2018, n. 4 prevede l’accesso al gratuito patrocinio, all’assistenza medica e psicologica gratuita, l’assegnazione di alloggi di edilizia pubblica, la facoltà di cambiare il cognome con procedura semplificata per gli orfani, a cui è esteso il Fondo per le vittime di mafia, usura e reati intenzionali violenti, con un incremento di due milioni di euro annui, indirizzati a borse di studio e al finanziamento di progetti di orientamento, di formazione e di sostegno per l’inserimento nell’attività lavorativa;
  • il congedo obbligatorio di paternità. Con la Legge di bilancio 2018, è stato esteso a quattro giorni, retribuiti al 100%, più un giorno facoltativo in sostituzione di una giornata di astensione obbligatoria della madre;
  • sospensione della durata massima dei contratti a termine nel periodo di astensione obbligatoria di maternità, con la Legge di bilancio per il 2018, estesa alle ricercatrici a tempo determinato;
  • l’indennità di maternità alle atlete non professioniste è stata istituita grazie al fondo di due milioni di euro previsto dalla Legge di bilancio 2018. L’indennità di maternità è stata estesa alle lavoratrici iscritte alla gestione separata dell’Inps e garantita anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro;
  • voucher baby-sitting, bonus bebè, bonus asili nido, bonus maternità sono stati confermati grazie alle risorse previste dalla Legge di bilancio 2018. Inoltre, per i figli di età non superiore a 24 anni è stato aumentato fino a 4mila euro il limite di reddito complessivo per essere considerati fiscalmente a carico;
  • misure di conciliazione lavoro-famiglia e incentivi alla contrattazione aziendale (110 milioni) sono previsti per le aziende che adottano misure per aiutare i dipendenti a conciliare famiglia e lavoro.

Per contrastare la violenza di genere, la Legge di bilancio 2018 ha modificato l’art. 26 del D.lgs 198/2006 (codice delle pari opportunità tra uomo e donna), introducendo una norma a tutela delle donne che denunciano di aver subito molestie sessuali sui luoghi di lavoro. Di conseguenza, il licenziamento ritorsivo o discriminatorio è nullo, anche se mancano ancora le sanzioni per chi non garantisce l’integrità fisica e morale delle lavoratrici e dei lavoratori. Inoltre, la Legge 4/12/2017, n. 172 di conversione, con modificazioni, del D.L. 16/10/2017, n. 148, ha previsto che il reato di stalking non si possa più estinguere pagando alla vittima una somma. Infine, il congedo di tre mesi per le vittime di violenza di genere è stato esteso a lavoratrici domestiche, colf e badanti.

Come già ricordato nei precedenti Rapporti, accade spesso che le normative riguardanti i diritti delle donne non siano attuate appieno. A tale proposito va segnalato che è all’esame della Corte costituzionale l’attuazione della legge 20 maggio 2016, n.76 “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. Peraltro, la previsione della possibilità di scelta del cognome dei contraenti nell’unione civile introdotta con tale legge, rende ancora più forte il rammarico per la mancata approvazione nella scorsa Legislatura della legge in attuazione della sentenza della Corte costituzionale n. 368/2016 sul doppio cognome.

Va accolto con favore il DM del 3 maggio 2018 del ministero del Lavoro, che faciliterà la compilazione da parte delle aziende del rapporto biennale sulla situazione del personale maschile e femminile e consentirà la procedura successiva di competenza delle rappresentanze sindacali aziendali e del/della consigliere/a regionale di parità, che deve trasmettere i relativi risultati al/alla consigliere/a nazionale di parità, al ministero del Lavoro e delle politiche sociali e al Dipartimento delle pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Le proposte dell’ASviS

Se la normativa sull’uguaglianza di genere, ancorché incompleta, ha fatto passi consistenti, è sul piano dell’attuazione che si osservano ritardi e carenze inaccettabili. La parità di genere è stata completamente trascurata nel cosiddetto “Contratto di governo” e nella formazione dello stesso esecutivo, con la presenza di solo 11 donne su 64 componenti. Anche nelle prime nomine da parte del Parlamento il bilanciamento dei generi non è stato considerato, come nel caso dell’elezione di 20 uomini negli organi di autogoverno della magistratura.

A tale proposito si ricordano le numerose proposte contenute nel Rapporto 2017, riguardanti:

  • il superamento degli stereotipi di genere, con campagne di sensibilizzazione, la revisione dei libri di testo e dei programmi scolastici, il coinvolgimento di esperti del mondo dei media e della pubblicità;
  • la lotta alla violenza contro le donne e al traffico di esseri umani, specialmente a fini di prostituzione: modifica della Legge 25 giugno 1993 n. 205, introducendo oltre ai reati legati all’omofobia anche quelli collegati al sessismo; potenziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio; pieno coordinamento delle misure cautelari, pre-cautelari e degli obblighi di protezione adottabili in sede civile e penale; adozione di un nuovo Piano d’azione contro la violenza e di una legislazione anti-tratta, con il rafforzamento della lotta contro la tratta di minori, ragazze e donne, e una rapida identificazione e smistamento delle vittime di tratta in strutture adeguate e risorse adeguate per la protezione di vittime, in particolare donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo;
  • la prevenzione di pratiche nocive per la salute mentale e fisica delle donne, come il matrimonio delle bambine e le mutilazioni genitali femminili: conduzione di indagini conoscitive sul fenomeno e pieno coordinamento tra il Dipartimento Pari opportunità e le Regioni, non solo per raccogliere dati, informazioni e buone pratiche, ma anche per garantire la trasparenza di utilizzo dei fondi;
  • il miglioramento della salute sessuale e riproduttiva e il rispetto dei diritti riproduttivi, con la piena applicazione della Legge n. 194/78 su tutto il territorio dello Stato attraverso l’individuazione degli ostacoli esistenti e l’adozione di una procedura comune nazionale, affinché l’esercizio dell’obiezione di coscienza da parte del personale sanitario non costituisca un ostacolo per le donne che devono interrompere una gravidanza. 

Per favorire l’empowerment delle donne sul mercato del lavoro e aumentare l’occupazione femminile, inoltre, occorre:

  • realizzare servizi di cura in tutto il territorio nazionale, soprattutto nel Sud dove sono insufficienti gli asili nido e i consultori familiari;
  • prevedere una maggiore flessibilità degli orari di apertura dei servizi pubblici e lanciare campagne per la condivisione in famiglia dei compiti di cura, anche per non tramandare alle giovani generazioni tradizioni e stereotipi che condizionano negativamente;
  • rafforzare gli strumenti normativi a favore della conciliazione dei tempi di vita, costruendo sulla positiva esperienza del cosiddetto “lavoro agile”;
  • potenziare i programmi di formazione all’imprenditoria femminile e sui temi legati al credito e all’accesso agli strumenti finanziari dedicati alle imprese, ripristinando misure come quelle previste dalla Legge 215/92 “Azioni positive per l’imprenditoria femminile”.
     

 

Leggi l’analisi del Goal 5 nel Rapporto ASviS 2018 e le proposte dell’Alleanza su Povertà e disuguaglianze

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martedì 16 ottobre 2018
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