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Goal 13: calano le emissioni ma occorre scinderle dalla crescita

Rapporto ASviS 2018: dal 2010 a oggi 340 «fenomeni meteorologici estremi». Per il traguardo “carbon neutral” c’è ancora strada da fare. Necessario concretizzare piani d’azione (Pnacc), finanziare la ricerca e coinvolgere regioni e comuni.

«Tendenza al disaccoppiamento» tra sviluppo economico ed emissioni di gas serra. Questa è la parola chiave contenuta nel Rapporto ASviS 2018 nella sezione riguardante il Goal 13, nonché l’obiettivo da raggiungere per il nostro Paese.

La situazione in Italia, infatti, è migliorata negli ultimi anni: l’indicatore composito (gas serra totali secondo i conti delle emissioni atmosferiche) mostra che «fino al 2014 c’è stato un miglioramento in gran parte a causa della riduzione delle emissioni, indotta dalla crisi economica, per poi peggiorare nuovamente nell’ultimo biennio, in corrispondenza della ripresa del Pil». Data la varietà di fattori presenti all’interno del Goal 13 e la sua connaturata inter-territorialità, non è stato possibile sintetizzare gli indicatori compositi con una specificità regionale.

Il quadro legislativo rispetto al Goal 13 delinea una situazione che necessita di azioni concrete per raggiungere i traguardi dell’Agenda 2030. Va ricordato che in Italia tra il 1995 e il 2015 si è registrata una diminuzione di 20 punti percentuali delle emissioni di gas serra, ponendo il nostro Paese addirittura al di sotto della media di emissioni europea. Tuttavia, questo notevole risultato è attribuibile per il 75% alle attività produttive (e quindi alla caduta delle stesse a causa della crisi economica) e non a iniziative sostenibili. Inoltre, in Italia, dal 2010 a oggi, i fenomeni “naturali” hanno colpito con impatti rilevanti (disagi, danni a infrastrutture, vittime) 198 comuni, che hanno subito ben 340 fenomeni metereologici estremi. È da notare, però, che nel 2017, secondo le stime elaborate dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), le emissioni di gas serra sono diminuite dello 0,3% a fronte di un incremento del Pil dell’1,5%, segno di un’efficace tendenza al disaccoppiamento.

L’impegno sul Goal 13, anche a livello internazionale, è ingente. Oltre 20 Stati, Regioni e autorità locali si sono impegnati a ridurre, entro il 2050, le loro emissioni di gas serra di almeno l’80% rispetto al 1990. In questo contesto, il Governo dovrebbe assumere l’impegno esplicito che non arretrerà dall’Accordo di Parigi e che contribuirà all’obiettivo di far sì che le emissioni globali di CO2 raggiungano il picco nel 2020 e che si consegua la “carbon neutrality” (con emissioni sufficientemente basse da essere assorbite in modo sicuro da foreste, suoli e altri sistemi naturali) entro la metà del secolo. Inoltre l’ASviS presenta come necessità imprescindibile la conclusione dell’iter di approvazione del Piano d’azione nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc). L’Alleanza chiede anche il rafforzamento della ricerca scientifica in aree non contemplate dalla Strategia energetica nazionale (Sen), oltre a un coinvolgimento maggiore dei territori, accrescendo l’autonomia dei sindaci nella gestione in materia di adattamento climatico, rigenerazione urbana, mobilità sostenibile e riduzione dell’inquinamento.

 

Guarda la videointervista al coordinatore del gruppo di lavoro dell'ASviS sul Goal 13 Toni Federico  (Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile)

 

L’indicatore composito per l’Italia

L’indicatore composito del Goal 13 (gas serra totali secondo i conti delle emissioni atmosferiche) migliora fino al 2014 in gran parte a causa della riduzione delle emissioni indotta dalla crisi economica, per poi peggiorare leggermente nell’ultimo biennio, in corrispondenza della ripresa del Pil. Per il Goal 13 non è stato possibile sintetizzare indicatori compositi con una specificità regionale.

 

Il resoconto degli ultimi 12 mesi

Tra il 1995 e il 2015 si è registrata una diminuzione di quasi 20 punti percentuali delle emissioni di gas serra. Si tratta di un dato importante, al punto che l’Italia, con un valore di 7,3 tonnellate pro-capite, si posiziona al di sotto della media europea per le emissioni di gas serra, pari a 8,8. Va però ricordato che la crisi economica ha inciso significativamente su tale risultato, in quanto la responsabilità delle emissioni è attribuibile per il 75% alle attività produttive (30,1% al settore manifatturiero, 28,3% alla produzione di energia, 14% al settore dei trasporti), cosicché, nonostante i progressi, molto rimane ancora da fare. Il 2017 è stato caratterizzato da un aumento del 2% delle emissioni di gas serra a livello mondiale. Questo incremento arriva dopo alcuni anni di stasi dovuta al rallentamento della produzione da mettere in relazione con la crisi economica globale. Purtroppo, l’aumento riscontrato nel 2017 evidenzia la necessità di un’azione ancora più incisiva contro i cambiamenti climatici. Nel nostro Paese, dal 2010 a oggi, i fenomeni “naturali” hanno colpito con impatti rilevanti (disagi, danni ad infrastrutture, vittime) 198 comuni, che hanno subito ben 340 fenomeni metereologici estremi. 109 sono stati i casi di danni ad infrastrutture causati da piogge intense.

Pur essendo l’Italia è al sedicesimo posto per “performance climatica”, cioè per gli sforzi fatti e le misure adottate per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima, è merito del nostro Paese essere riuscito a ridurre nel 2016 e nel 2017 le emissioni di gas serra (dopo un incremento nel 2015 del 2%), in controtendenza con quanto accaduto a livello globale, anche se si tratta di riduzioni inferiori a quelle tipiche del periodo 2008-2014, periodo che coincide però con una gravissima crisi economica. In quegli anni, infatti, il consumo pro capite di CO2 è passato da 9,6 tonnellate (2008) a 7,1 tonnellate (2014).

Le emissioni di gas serra, la cui componente principale è costituita dalla CO2 (che ammonta ad oltre l’80% delle emissioni), sono risalite dell’1,8% nel 2015 e scese dell’1,2% nel 2016, in presenza di una crescita del Pil dello 0,9%. Per il 2017, le stime elaborate dall’Ispra indicano una diminuzione pari allo 0,3%, a fronte di un incremento del Pil dell’1,5%, risultato che conferma l’importante tendenza al disaccoppiamento tra crescita economica ed emissioni di gas serra, segno che le politiche e gli interventi in Italia legati alla lotta ai cambiamenti climatici stanno avendo effetti positivi. Tale andamento sembra confermato anche dai dati del primo trimestre del 2018.

Se però prendiamo come riferimento la Relazione sugli indicatori di Benessere equo e sostenibile (Bes) presentata dal Governo al Parlamento il 15 febbraio del 2018, emerge un quadro parzialmente diverso e meno incoraggiante. Le previsioni relative all’indicatore sulle emissioni di CO2 indicano, in presenza di una leggera crescita del Pil, un consumo pro capite sostanzialmente stabile fino al 2020 (7,5 tonnellate di CO2 pro capite), mentre migliori sono le stime delle emissioni per unità di Pil, che scenderebbero da 0,28 del 2018 a 0,27 del 2019 e del 2020.

Il “Piano energia e clima”, prescritto dal “Clean Energy for all Europeans Package”, deve definire il percorso del nostro Paese verso l’attuazione dell’Accordo di Parigi, attraverso la Strategia EU 2030. Nel documento si dovrà anche tenere conto dello Special report dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) che ha tracciato i profili delle emissioni compatibili con il contenimento, entro il 2100, dell’aumento della temperatura media globale non oltre +1,5°C. In base a questi nuovi profili il Target climatico della Strategia Europa 2030 per le emissioni (cioè l’abbattimento del 40% rispetto al 1990, obbligatorio per l’Italia) non è più sufficiente a rispettare gli Accordi di Parigi e a raggiungere l’obiettivo auspicato dall’Ipcc.

 

Le proposte dell’ASviS

Con l’Accordo di Parigi sul clima la comunità internazionale ha concordato di limitare l’aumento della temperatura media globale a 2 °C - e possibilmente a 1,5 °C - sopra i livelli pre-industriali. La transizione energetica impone cambiamenti tecnologici epocali a livello di produzione, ma non potrà realizzarsi senza un cambiamento altrettanto sostanziale dei modelli di consumo. Ciò richiede una nuova forma di multilateralismo inclusivo, ma nessuno degli attori coinvolti si sta muovendo in questa direzione con la velocità necessaria, cosicché i gas serra nell’atmosfera si stanno ancora accumulando a un ritmo che presto ci porterà ben al di sopra della soglia dell’1,5 °C, oltre il quale alcuni dei peggiori effetti dei cambiamenti climatici non potranno essere scongiurati. Nonostante ritardi ed esitazioni, va riconosciuto che è in corso uno slancio globale senza precedenti per costruire un futuro a basse emissioni di carbonio e sicuro per il clima, caratterizzato da una green economy dinamica, una società prospera e un ambiente sano.

Oltre 20 Stati, Regioni e autorità locali si sono impegnati a ridurre, entro il 2050, le loro emissioni di gas serra di almeno l’80% rispetto al 1990. Oltre 700 aziende, con una capitalizzazione di mercato totale di oltre 16mila miliardi di dollari, hanno assunto impegni climatici di vasta portata, mentre 289 investitori, con un portafoglio di quasi 30mila miliardi di dollari, hanno sottoscritto il “Climate 100+”, un’iniziativa quinquennale per coinvolgere i maggiori emettitori di gas serra a livello mondiale, per migliorare la governance sui cambiamenti climatici, ridurre le emissioni e rafforzare la finanza per il clima, il che dovrebbe far sì che, quest’anno, l’emissione globale di green bond raggiunga i 300 miliardi di dollari.

In questo contesto, il Governo dovrebbe assumere l’impegno esplicito che non arretrerà dall’Accordo di Parigi,  che contribuirà all’obiettivo di far sì che le emissioni globali di CO2 raggiungano il picco nel 2020 e che si consegua la “carbon neutrality” entro la metà del secolo. Finora, quasi 50 Paesi hanno raggiunto o potrebbero aver raggiunto i loro picchi di emissioni, ma l’Italia non è tra di essi.

È urgente concludere l’iter di approvazione del Piano d’azione nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), presentato a luglio 2017, adottando misure normative che rendano cogente e inderogabile la sua messa in pratica, considerato il fondamentale ruolo che l’adattamento ai cambiamenti climatici riveste per la pianificazione territoriale sostenibile. Va rafforzata la ricerca scientifica in aree fondamentali non contemplate all’interno della Sen, come lo sviluppo di tecnologie Bio-energy with carbon capture and storage (Beccs), che assorbono CO2 dall’atmosfera (emissioni negative), tenendo presente che la geo-ingegneria, che progetta di schermare le radiazioni solari, potrebbe viceversa causare gli effetti collaterali tipici di ogni soluzione che interviene solo sui sintomi e non sulle cause della malattia.

Va perseguito con forza il coinvolgimento dei territori che contribuiscono maggiormente alla soluzione del problema energetico-climatico, cioè le città. Reti di metropoli a livello globale sono state già create (come il “Patto dei sindaci” e il C40), ma si rendono sempre più necessari fondi e autonomia per i sindaci, in modo da metterli in condizione di prendere impegni seri su temi come l’adattamento agli effetti del cambiamento climatico, la rigenerazione urbana, la difesa della biodiversità, la generazione elettrica solare distribuita, la mobilità sostenibile e tutti quegli obiettivi dell’Agenda 2030 che solo le città possono realizzare con cognizione di causa.

 

Leggi l’analisi del Goal 13 nel Rapporto ASviS 2018 e le proposte dell’Alleanza su Cambiamento climatico ed energia

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martedì 30 ottobre 2018
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