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Y Combinator: creare un “unicorno” per combattere il cambiamento climatico

Fitoplancton oceanico, elettro-geo chimica, inondazioni nel deserto: sono alcune delle soluzioni geoingegneristiche previste per il prossimo futuro. Il dibattito sul loro utilizzo si accende, ma il tempo per cambiare rotta è sempre di meno. 9/11/2018

“Il principale incubatore tecnologico della Silicon Valley, Y Combinator, ha deciso di affrontare i cambiamenti climatici”, afferma l’articolo “Y Combinator’s Search For a Climate Change Unicorn”, del sito Singularity Hub, specializzato nella diffusione di ricerca scientifica universitaria all’avanguardia. La Silicon Valley ha infatti lanciato un invito a presentare proposte per tecnologie in grado di aspirare CO2 dall'atmosfera, nella speranza di invertire la marcia verso il surriscaldamento globale. Questo interesse nasce anche da una serie di rapporti pubblicati recentemente, come “Negative Emissions Technologies and Reliable Sequestration”, prodotto dalla National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine. Questo documento, ad esempio, si concentra sulle cosiddette Tecnologie a Emissioni Negative (Net), cioè “tecnologie in grado di rimuovere anidride carbonica dall’atmosfera per reinserirla nella terra”, come spiega Stephen Pacala, docente di Ecologia e Biologia Evolutiva all'Università di Princeton. “La maggior parte degli sforzi per mitigare il clima è volta a ridurre la velocità con cui le persone aggiungono anidride carbonica all'atmosfera”, afferma lo studioso, “noi ci siamo concentrati sul processo inverso”. Secondo il Rapporto, quattro tecnologie di emissioni negative terrestri sono pronte per l'implementazione su larga scala a costi competitivi: rimboschimento, cambiamenti nella gestione delle foreste, modifiche delle pratiche agricole, bioenergia per cattura e sequestro del carbonio. “Tuttavia, questi quattro Net non possono ancora fornire una rimozione di anidride carbonica sufficiente a costi ragionevoli senza gravi danni involontari per la biodiversità e disponibilità di cibo”, dichiara il rapporto.

L’incubatore Y Combinator, diventato famoso per la produzione dei cosiddetti “unicorni” (metafora resa popolare dalla rivista Fortune per descrivere le startup che hanno una valutazione superiore al miliardo di dollari) come AirBnB, DropBox e Stripe, propone soluzioni alternative, oltre quelle sopra elencate. “Gli approcci che intendiamo sostenere non sono, e non dovrebbero essere, il nostro piano A”, precisa Y Combinator, “ma abbiamo già oltrepassato il punto in cui l'energia alternativa poteva affrontare da sola il cambiamento climatico, quindi dobbiamo iniziare a preparare un piano B”. A conferma di ciò, anche gli scenari prodotti recentemente dall’Ipcc richiedono la combinazione tra produzione energie rinnovabili e rimozione di CO2 dall’atmosfera.

“Nella fase di progettazione iniziale, alcune idee sfiorano la fantascienza” ammettono dalla Silicon Valley. Questo però non è un problema: il vero obiettivo dell’incubatore, infatti, è quello di “finanziare improbabili ‘chimere’ con un'alta probabilità di fallimento ma con sviluppi futuri significativi”. A tal fine, l’incubatore ha identificato quattro aree di ricerca.

  • Fitoplancton oceanico: “le piante sono il miglior mezzo per il sequestro di carbonio”, afferma Y Combinator, “ma enormi aree dell'oceano sono quasi del tutto prive di esse, per la mancanza di nutrienti chiave necessari per la fotosintesi”. Gli studiosi hanno quindi proposto due opzioni: utilizzare flotte di navi per fertilizzare queste aree o ingegnerizzare geneticamente il fitoplancton in modo da far sì che non necessiti di nutrienti. Entrambe le sfide sono, a livello ingegneristico, non semplici da portare a termine.
  • Elettro-Geo Chimica: questo processo riguarda l’implementazione di un fenomeno già esistente in natura chiamato “meteorizzazione”, tramite cui le rocce reagiscono con l’atmosfera e la CO2, formando minerali che immagazzinano carbonio, i quali vanno poi a defluire nell’oceano. Secondo gli esperti della Silicon Valley, si potrebbe accelerare drasticamente il processo utilizzando l'energia rinnovabile per effettuare l'elettrolisi su acqua salina, e produrre sia combustibile a idrogeno che una soluzione reattiva in grado di intrappolare CO2 nei minerali, recuperando ulteriore idrogeno;
  • Sistemi “cell-free” (strumento per isolare alcune cellule da una rete di cellule più complessa): molti microbi sono in grado di convertire CO2 in altri composti utili, ma allo stesso tempo assolvono molte funzioni necessarie alla vita, rendendo questo processo non efficiente. “Se potessimo isolare le vie enzimatiche responsabili”, afferma Y Combinator, “sarebbe possibile creare bioreattori contenenti sistemi enzimatici accuratamente progettati in grado di aspirare efficacemente la CO2 dall'aria, utilizzandola inoltre per produrre sostanze chimiche preziose”. Il limite maggiore di questo progetto è la mancanza di un’idea chiara per rendere il processo stabile e su vasta scala.
  • Inondazioni nel deserto: “Il 10% del mondo è deserto e rappresenta enormi tratti di terra privi di vegetazione in grado di catturare carbonio”, affermano dalla Silicon Valley. E’ per questo motivo che tra le varie idee è nata quella di creare milioni di oasi superficiali di un chilometro quadrato in grado di contenere grandi quantità di alghe artificiali. Questa innovazione potrebbe non solo risucchiare le emissioni, ma anche rendere queste zone potenzialmente abitabili, grazie a tecnologie al momento esistenti. Gli scogli maggiori di questo progetto sono l’ingente impegno economico e ingegneristico richiesti.

Inoltre, come già sottolineato nel rapporto sui Net, “rilasciare le alghe geneticamente modificate nell'oceano, riempire i nostri mari di minerali o trasformare i deserti in reti di oasi potrebbe avere effetti imprevedibili”. La geoingegneria, infatti, per sua stessa natura, comporta modifiche invasive dei processi naturali. Il mantra della Silicon Valley "muoversi velocemente e rompere le cose" potrebbe in questo caso essere controproducente. Ovviamente, come sottolinea l’articolo, “dati i limitati finanziamenti disponibili, i soldi potrebbero essere meglio spesi per migliorare approcci più consolidati”. Rimane la domanda però se ci sia la volontà e i mezzi da parte dei governi per promuovere lo sviluppo di queste tecnologie velocemente, ma soprattutto se questo Piano B non possa essere interpretato dai governi come un “paracadute” futuro per continuare a inquinare nel presente.

Alla fine quindi, conclude l’articolo, “data l’evidente inerzia dei governi, qualsiasi tentativo di trovare una soluzione, non importa quanto radicale, deve essere applaudito. E se Y Combinator può creare un unicorno per il cambiamento climatico, più potere a loro”.

 

di Flavio Natale

 

venerdì 09 novembre 2018
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