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Le malattie dovute al cibo a rischio sono un grave danno per i Paesi più poveri

Mancato accesso all’acqua potabile, stretta convivenza con gli animali, elevata esposizione a sostanze inquinanti, scadenti condizioni igieniche nei mercati: per la  Banca mondiale sono un limite allo sviluppo. 26/11/2018

Ogni giorno, l’ingestione di alimenti considerati a rischio fa ammalare circa due milioni di persone. È quanto riporta il nuovo studio della Banca mondiale “The Safe Food Imperative: Accelerating Progress in Low and Middle-Income Countries”, secondo il quale la scarsa sicurezza in campo alimentare costituisce un forte limite allo sviluppo nei Paesi a basso e medio reddito.

Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità relative al 2010,  a cui lo stesso report fa riferimento, l’ingestione di cibo non sano ha causato globalmente circa 600 milioni di malattie e circa 420mila morti premature. I Paesi più colpiti sono quelli del sud-est asiatico e dell’Africa sub-sahariana, per i quali si stima che il 53% di tutte le malattie il 75% di tutti i decessi siano proprio causati dall’ingestione di alimenti a rischio.

Se precedentemente gli studi sul costo sociale associato all’insicurezza alimentare avevano riguardato quasi esclusivamente i Paesi occidentali, il nuovo studio della Banca mondiale si rivolge per la prima volta ai Paesi del Sud del mondo. Il costo che grava sulle economie dei Paesi a basso e medio reddito sarebbe di 110 miliardi di dollari l’anno: 15 miliardi per spese mediche e 95,2 miliardi per mancata produttività. La malattia, come spiega il Rapporto, oltre a comportare un elevato costo per la sanità, causa anche un precoce abbandono scolastico e allontanamento dal lavoro, traducendosi in una perdita in capitale umano che colpisce doppiamente i Paesi più poveri.  

Le ragioni alla base dell’insicurezza alimentare sono molteplici e vanno da questioni di mala sanità – come il mancato accesso all’acqua potabile; la stretta convivenza con gli animali; l’elevata esposizione a sostanze inquinanti o le scadenti condizioni igieniche nei mercati – a questioni relative alla regolamentazione del commercio – come standard di sicurezza troppo blandi insieme al mercato nero di generi alimentari. A queste si aggiungono problemi di mala gestione e amministrazione pubblica, fra cui: l’assenza di un quadro legislativo chiaro sulla sicurezza alimentare; la frammentazione delle istituzioni responsabili del controllo dei generi alimentati; l’inefficienza dei laboratori per i test di sicurezza; la poca educazione dei consumatori e l’incapacità di supportare il settore privato nel migliorare il processo produttivo.

L’insicurezza alimentare è un’emergenza che richiede attenzione prioritaria da parte dei policy-makers, ma non solo. Occorre, secondo la Banca mondiale, la responsabilità condivisa di tutti gli stakeholders e dunque un cambio di paradigma; dal tradizionale modello top down, basato su ispezioni e sanzioni – poco funzionale in contesti dove vige un’economia informale – a uno basato sulla collaborazione e l’inclusività. Un modello cioè che favorisca e incentivi l’adozione di buone pratiche per garantire la sicurezza del cibo lungo tutta la catena produttiva.

Perché questo si realizzi occorrono soprattutto maggiori investimenti; nonostante la sicurezza alimentare sia una necessità di vitale importanza, ‘un imperativo’ come titola il report, le risorse a questa destinate sono ancora troppo scarse, mentre il problema sanitario persiste ancora in molti Paesi.

 

di Francesca Cucchiara

lunedì 26 novembre 2018
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