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Europa: per raggiungere i target in materia di clima occorre alzare l’asticella

Un ricercatore dell’Ipol segnala che l’Ue è ancora responsabile del 10% delle emissioni globali. Necessario l’impegno degli Stati membri a livello nazionale, con una scaletta molto stringente di riduzione delle emissioni. 18/2/2019

“In questo documento, vengono descritte le politiche dell'Unione europea su clima ed energia, nonché le sfide che devono essere affrontate per mantenere la temperatura globale al di sotto dei due gradi centigradi. Queste le parole del ricercatore Georgios Amanatidis, membro dell’Ipol (Policy department for economic, scientific and quality of life policies), organo che si occupa, tra altre funzioni, di produrre analisi sulle politiche economiche e climatiche dell’Unione europea. In questo documento dal titolo European policies on climate and energy towards 2020, 2030 and 2050, il ricercatore esamina i progressi compiuti dall’Ue nel campo della sostenibilità, concentrandosi sul lavoro svolto dall’Envi, Commissione Ue per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, organo che si occupa della discussione, promozione e diffusione delle politiche di sostenibilità.

“Entro il 2020, l’Ue è già impegnata a ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 20% rispetto ai livelli del 1990, potenziando l’efficienza energetica e la quota di fonti di energia rinnovabile del 20%” spiega Amanatidis. Inoltre, sempre secondo l’autore, l’Ue si è impegnata più volte, anche negli stessi negoziati di Parigi, a ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2030, fissando contemporaneamente nuovi obiettivi sia per le fonti di energia rinnovabile che per l'efficienza energetica. 

Ma l’Unione sta veramente raggiungendo questi traguardi? Soprattutto, come può arrivare ad alzare l’asticella verso il 2030 o, addirittura, il 2050?

“In questi anni sono state approvate numerose azioni legislative, tra le quali un efficiente sistema di scambio delle emissioni, finanziamenti alle fonti energetiche rinnovabili, costruzione di numerosi Zero emission buildings (Zeb) (edifici ad alta efficienza energetica), norme sulla circolazione di automobili inquinanti” spiega il ricercatore. 

“L'Ue si trova di fronte a sfide importanti dovute alle crescenti minacce dei cambiamenti climatici, con gravi ripercussioni sul settore energetico, dove emergono problemi pressanti come il mix di produzione nazionale sostenibile per ciascuno Stato membro”, si legge nel documento. L'Ue è attualmente responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di gas serra. Negli ultimi decenni è riuscita con buoni risultati a disaccoppiare le emissioni inquinanti alla crescita economica europea. Tra il 1990 e il 2017, infatti, il Pil dell'Ue è aumentato del 58% mentre le emissioni totali di gas serra sono diminuite del 22%. 

Allo stato di salute attuale, “l'Unione resta dunque sulla buona strada per ridurre le emissioni del 20% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020”, commenta Amanatidis. Nel 2017, infatti, le emissioni sono diminuite del 22% in base ai dati preliminari, che coprivano anche le emissioni del trasporto aereo internazionale ma non quelle derivanti dall'utilizzo del suolo o dalle attività forestali. Inoltre, secondo le politiche finora attuate e senza ulteriori misure, le emissioni nel 2030 dovrebbero essere del 30% inferiore ai livelli del 1990. L'Ue è anche in linea per raggiungere gli obiettivi fissati per il 2020 riguardo le energie rinnovabili e l'efficienza energetica. La quota di energia da fonti rinnovabili nel consumo finale lordo di energia è aumentata considerevolmente, dall'8,5% del 2004 al 17% del 2016.

“L'Unione ha raggiunto l'obiettivo cumulativo di risparmio energetico auspicato per il 2020 nel periodo 2000-2014” ribadisce l’autore. “Tuttavia, nei prossimi anni saranno necessari maggiori sforzi, principalmente da parte degli Stati membri che hanno registrato risparmi al di sotto dei livelli richiesti per il periodo 2015-2017”.

L’Ue sta, inoltre, dimostrando che questa transizione verso l'energia pulita non è solo fattibile, ma anche redditizia poiché, oltre a contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico, sta formando nuovi settori industriali e nuovi posti di lavoro, anche se, allo stesso tempo, altri vanno scomparendo.

Per quanto riguarda il 2030, invece, l’Ue si impegna a ridurre le emissioni di almeno il 40% rispetto ai livelli del 1990, fissando al 27% gli obiettivi per la diffusione delle energie rinnovabili e l'efficienza energetica, e implementando il connubio tra economia e sostenibilità. Anche la collaborazione tra i diversi organi dell’Unione, secondo l’autore, ha apportato benefici considerevoli: i negoziati tra Parlamento europeo e Consiglio hanno innalzato il livello degli obiettivi Ue per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica rispettivamente al 32% e 32,5%. Se pienamente attuate, si stima che queste due misure comporteranno una riduzione delle emissioni di circa il 45% entro il 2030. 

L’Ue ha infine pubblicato una tabella di marcia per il 2050, con l’obiettivo di ridurre ulteriormente le emissioni e mantenere il riscaldamento globale causato dai cambiamenti climatici a meno di 2 °C, tentando di arrivare alla soglia di 1,5°C. 

Concludendo, Georgios Amanatidis sottolinea che il modo economicamente più efficiente per raggiungere tutti questi obiettivi è ridurre le emissioni interne del 40%, 60% e 80% rispettivamente entro il 2030, il 2040 e il 2050. 

“L’accordo di Parigi ha messo in moto un'azione globale per il clima e l'Unione è in prima linea”, conclude il documento. “L'adozione della legislazione relativa a questo tipo di attività è in corso fino alla fine dell'attuale legislatura del Parlamento europeo, maggio 2019”. Ciò che succederà dopo è, purtroppo, di difficile previsione.

 

di Flavio Natale

martedì 19 febbraio 2019
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