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Reinsediamento, una soluzione che coinvolge meno del 5 per cento dei rifugiati

I dati e le stime diffuse dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati mostrano una situazione drammatica sul ricollocamento delle persone rifugiate, con oltre la metà del totale dei richiedenti che sono minori. 5/3/2018

Il 27 febbraio l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha tenuto un dibattito sulla migrazione e lo sviluppo internazionali. Una delle questioni più spinose, come recentemente dichiarato dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), è quella del reinsediamento dei rifugiati, che prevede il ricollocamento della persona rifugiata da uno Stato che offre asilo a un Paese che accoglie in maniera permanente.

Il numero di migrazioni forzate a livello mondiale ha raggiunto vette mai viste. Tuttavia, secondo i dati dell’Unhcr, nel 2018 è stato realizzato solo il 4,7 per cento dei reinsediamenti necessari. Pertanto, su 1,2 milioni di rifugiati, solamente 55.692 hanno potuto essere reinsediati.

La maggior parte delle persone segnalate per essere reinsediate, secondo i dati per l’anno 2018, su un totale di 81.310 unità, circa 28.200 provengono dalla Siria, 21.800 dal Congo, 4.300 dall’Eritrea e 4mila dall’Afghanistan. Il 68 per cento delle richieste di reinsediamento è arrivato da persone che hanno subito violenze e torture, donne e bambine e rifugiati con specifiche esigenze fisiche o legali. I minori raggiungono il 52 per cento del totale dei richiedenti.

La situazione non sembra migliore per l’anno in corso. Le stime dicono che le persone rifugiate, pari circa a 1,4 milioni, residenti in 65 diverse nazioni, dovranno essere insediate in altri Paesi. 

I dati e le stime dicono che i rifugiati siriani attualmente accolti in Turchia e nel Medio Oriente sono il 43 per cento del numero complessivo, mentre il 22 per cento è rappresentato dai rifugiati nei Paesi d’asilo e di transito lungo la rotta del Mediterraneo.

L’Unchr sta collaborando con diversi Stati e partner per elaborare un progetto della durata di tre anni, al fine di sviluppare una strategia per contribuire a ampliare il numero di posti per i reinsediamenti e convincere un numero maggiore di Paesi a potenziare i programmi di reinsediamento, rendendo maggiormente accessibili i canali ai rifugiati.

Il reinsediamento dovrebbe essere una risposta adeguata dei governi di tutto il mondo per gestire le crisi legate alle migrazioni forzate insieme agli altri canali complementari di ingresso legale; ciò rappresenta anche un obiettivo chiave del Global compact sui rifugiati, volto a contribuire alla riduzione dell’impatto delle crisi sui Paesi di accoglienza. Se da una parte le problematicità che riguardano le migrazioni possono essere gestite, dall’altra sono necessari interventi preventivi e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu (Sustainable Development Goals, SDGs) rappresentano uno strumento indispensabile. 

"Negli ultimi anni, abbiamo assistito a grandi movimenti migratori che hanno causato migliaia di morti. Raggiungere lo sviluppo sostenibile in tutti i Paesi e le regioni, come proposto nell'Agenda 2030, ridurrà al minimo i fattori avversi che causano la migrazione”, ha affermato Maria Fernanda Espinosa, rappresentante permanente dell'Ecuador presso le Nazioni Unite.

Gli Obiettivi di sviluppo sostenibile potranno dunque essere raggiunti rispondendo anche alle urgenze legate al fenomeno migratorio come l’attuale crisi dei rifugiati; favorire una migrazione sicura, regolare e responsabile attraverso politiche ben pianificate ed efficienti è quindi una questione da affrontare concretamente, mediante una partecipazione attiva degli Stati che passi per l’attuazione degli SDGs.

 

di Eleonora Angeloni

martedì 05 marzo 2019
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