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La questione di genere nelle fotografie di sei donne latinoamericane

Annunciate le vincitrici dell’11esima edizione del Premio “Photo Iila”, indetto dall’Organizzazione internazionale italo-latino americana, rivolto a giovani fotografi emergenti e dedicato quest’anno al Goal 5 dell’Agenda 2030. 20/3/2019

La tematica della nuova edizione del concorso fotografico promosso dall’Organizzazione internazionale italo-latino americana (Iila), osservatore Onu, è ispirata al Goal 5 dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, che dichiara lo scopo di raggiungere la parità di genere e l'empowerment (maggiore forza, autostima e consapevolezza) di tutte le donne e le ragazze.

In palio la possibilità di esporre le proprie opere al Museo di Roma in Trastevere, dal 22 ottobre al 24 novembre 2019. La prima artista classificata ha vinto anche una residenza di un mese a Roma, durante la quale svilupperà un progetto fotografico che avrà come oggetto la capitale.

La giuria, composta da Ilaria Bussoni (curatrice e cultural manager indipendente), Lina Pallotta (fotografa e docente di Officine fotografiche Roma), Marika Rizzo (fotografa e docente del Centro sperimentale di fotografia Adams), ha selezionato sei progetti finalisti.

Tra gli elementi che accomunano le sei fotografie vi è la costruzione dell’identità, di come essa sia strutturalmente narrativa, creandosi all’interno di una dimensione relazionale. E d’altro canto è proprio il rapporto con l’alterità (umana o naturale che sia) a rendere possibile l’esistenza di un “Io”, una soggettività in cui ad essere centrale è il corpo. Sono infatti i corpi a rivendicare la loro differenza, la propria unicità al di là dello stereotipo, la loro natura oltre le categorie culturali e quindi il proprio diritto a essere liberi di rispettare i cicli della Madre Terra. Una “Pachamama” così cara ai popoli di Abya Yala (il nome che gli indigeni davano alle loro terre prima dell’arrivo dei conquistadores), con cui le donne, culturalmente, hanno un rapporto privilegiato (così come colto da questi scatti), ma dalla quale tutto il genere umano è accolto e nutrito.

La commissione ha considerato meritevoli le seguenti fotografe: 

 

 Prima classificata:  Julieta Pestarino (Argentina), dalla serie   “Retrato de persona no identificada”, 2015

Il progetto di Pestarino consiste in un lavoro di ricerca e post-produzione a partire da alcune fotografie della fine del 19esimo secolo, conservate nell’archivio nazionale di fotografia dell’Istituto nazionale del patrimonio culturale dell’Ecuador. 
L’artista, ispirandosi all’opera di Marcel Duchamp “Lhooq” della Monna Lisa con baffi, ha posto i volti di uomini su corpi femminili. Il gesto artistico, finalizzato a produrre una riflessione sugli stereotipi di genere, svela come alcune differenze siano culturalmente costruite; partendo da una pratica de-costruttiva, si comprende che l’identità di genere non può essere ridotta alla biologia e al sesso, bensì è da considerarsi il risultato di un artificio sociale. La rappresentazione fotografica, presuntamente oggettiva, diviene quindi metafora e allo stesso tempo complice di questo svelamento: ciò che appare naturale, “oggettivo”, è piuttosto una costruzione culturale; lo sguardo non è esente da pregiudizi e la fotografia non è un’immagine neutra della realtà. L’opera genera quindi una riflessione sulla costruzione dell’identità e sullo stile fotografico attraverso il quale il contenuto prende forma.
Lina Pallotta dichiara: “Il gesto irriverente è un invito alla riflessione profonda e articolata sull’ambiguità del discorso di genere, ma ancor di più sull’ambiguità dell’immagine fotografica, le sue scelte formali e costruzioni concettuali”. Fotografie scattate inizialmente per creare un sistema riconosciuto e accettato, ora sono alterate e scomposte per crearne uno nuovo senza giudizi morali e senza limiti”.
La ricerca di Pestarino è quindi uno sguardo “al di là del genere”, e “al di là del gesto fotografico” in grado di svelare i meccanismi di costruzione dell’identità, suggerendo che la narrazione personale non è mai una struttura data una volta per tutte ma sempre in divenire.

 

 

 

 

 

             

Menzione d’onore: Liz Tasa (Perù), dalla serie “Kápar”, 2018  

La fotografia di Liz Tasa fa parte della serie intitolata “Kápar”, che in lingua quechua significa “castrare”. Secondo la visione del mondo andina, c’è una profonda relazione tra essere umano e natura, caratterizzata da complementarietà e unità, non di violenza e sfruttamento. A partire da questa concezione gli andini hanno una propria forma di pianificare la nascita dei loro figli e la composizione delle loro famiglie, attraverso metodi naturali e in accordo con l’armonia della Terra.

Il progetto nasce dalla conoscenza della sapienza andina da parte della fotografa e la memoria di una terribile vicenda politica che ha segnato il suo Paese. In Perù durante il periodo in cui Alberto Fujimori fu presidente del Perù, tra il 1990 e il 2000, venne lanciato il Programma nazionale di salute riproduttiva e di pianificazione famigliare, che aveva come obiettivo principale ridurre la povertà ed era indirizzato alle donne delle zone rurali, con alti livelli di povertà e in maggioranza contadine: migliaia di donne vennero sterilizzate e furono tantissime quelle che denunciarono di essere state sottoposte forzatamente, con minacce e inganni, alla castrazione.
Le conseguenze fisiche e soprattutto psicologiche delle vittime delle sterilizzazioni imposte vengono raccontate visivamente dal progetto fotografico, servendosi delle analogie tra le “ferite” della Terra e le lesioni emotivo-psicologiche delle donne segnate da questa orribile esperienza. 

Il progetto invita quindi a una riflessione sul biopotere e la violenza di genere, esercitata anche attraverso il controllo delle nascite e l’imposizione di modelli sociali di riproduzione. Tuttavia, proprio come la natura, che continua a creare vita nonostante i tentativi da parte dell’essere umano di insidiarla, anche ai corpi appartiene la capacità di potersi rigenerare e trovare nuovi modi di stare nel mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Seconda classificata: Isadora Romero (Ecuador), dalla serie “Amazona Warmikuna”, 2017

Per realizzare la serie “Amazona Warmikuna”, Isadora Romero si è immersa nella comunità Sarayuku della selva Amazzonica ecuadoriana, dove le donne hanno un ruolo fondamentale: non solo si prendono cura della casa e dei loro figli quando gli uomini vanno a caccia, ma affrontano anche le grandi minacce della miniera e dell’estrazione petrolifera, che devasta ogni giorno il loro ecosistema, curando così la comunità e l’habitat circostante. 
Il rapporto intimo tra la fotografia e la popolazione indigena ha dato i suoi frutti con una serie di immagini oniriche, che lasciano intuire rituali, sogni, figure ancestrali e una quotidianità a stretto contatto con la natura. Lotta e armonia, protezione e delicatezza, ritualità e interconnessione tra i viventi, sono gli elementi che riempiono l’immagine di Isadora Romero.

 

 

 

 

 

 

Terza classificata: Jennifer Benavides (El Salvador), dalla serie “Son pequeñas acciones que pueden ser grandes problemas”, 2019

La serie fotografica di Jennifer Benavides sceglie la via dell’ironia per mettere in discussione gli stereotipi di genere. Le immagini ritraggono, attraverso piccole sculture, azioni che mettono in gioco i ruoli, cercando di costruire una nuova narrazione delle differenze, dove entrambi i generi hanno le stesse capacità senza il dominio dell’una sull’altra. 
L’artista è consapevole che molti comportamenti stereotipati sono diventati parte del nostro vivere il mondo e le relazioni: inculcare ai bambini che la forza è propria dei maschi e non delle femmine o considerare l’uomo come parte attiva della vita pubblica e la donna “angelo del focolare”, sono abitudini in grado di influenzare la considerazione che le persone hanno di se stesse.
La soluzione non è invertire gli stereotipi, o costruirne di nuovi, bensì creare un rapporto paritetico in cui sia possibile arricchirsi delle reciproche differenze, e in cui le categorie identitarie non siano stabilite e imposte una volta per tutte. L’artista invita a porsi alcune domande: dove ha inizio questa problematica? Da casa, dalla scuola, dal nostro lavoro? Siamo così colpevoli di lasciar accadere tutto ciò o non ce ne rendiamo conto perché in realtà lo abbiamo assimilato?

 

 

 

 

 

Quarta classificata: Indra Arrez (Messico), dalla serie “Las Sor Juanas”, 2019

Indra Arrez, fotografa messicana, consapevole della difficile situazione delle donne del suo Paese, concentra la sua ricerca artistica sul mondo femminile per omaggiarlo e affermare il rispetto che merita. 
La condizione femminile in Messico è da sempre difficile: la sotto-cultura machista dell’abuso e della violenza sessuale trova applicazioni quotidiane nella società civile e nel mondo del lavoro.
Se da una parte la rivoluzione sessuale, che prese forma negli anni ’60, ha segnato un ruolo cruciale nel cambio di alcune abitudini tradizionali, dall’altro questa trasformazione ha portato a costruire nuovi paradigmi sessisti. Il Messico infatti continua ad essere a livello mondiale uno dei Paesi con il tasso più alto di episodi di violenza contro le donne, tanto che è stata proprio l’antropologa messicana Marcela Lagarde, rappresentante del femminismo latinoamericano, tra le prime teoriche del concetto di “femminicidio”.
La speranza di Arrez è quella di togliersi dagli occhi la “benda” degli stereotipi e del dominio, sia da parte dei dominatori che delle dominate, continuando a lottare, esprimere la propria opinione, decidere sulla propria esistenza e vivere liberamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quinta classificata: Greta Rico (Messico), dalla serie “Parteras urbanas”, 2018

Il reportage fotografico “Parteras Urbanas" racconta il lavoro quasi sconosciuto delle donne che svolgono il ruolo di levatrici nella Città del Messico. Questo impiego, come i tanti lavori di cura tradizionalmente affidati alle donne, può essere definito “invisibile” agli occhi delle istituzioni poiché non è regolarizzato: non esistono standard sulla professionalizzazione e i benefici per la salute sono quasi sconosciuti.
Contrariamente all’ostetrica, che studia la fisicità femminile a partire dalle autopsie, le levatrici accrescono le loro conoscenze a partire dai corpi viventi e, in qualche modo, da loro “vissuti” in quanto assistenti: esse studiano i corpi delle donne, vivendo con loro i processi fisiologici del parto. 
Questo progetto documenta come il modello di parto rappresenti un’alternativa nell’accesso alla salute per le donne messicane, che contribuisce anche a ridurre gli indici di violenza ostetrica che vivono costantemente negli ospedali durante, prima e dopo il parto.

 

 

 

 

di Eleonora Angeloni

mercoledì 20 marzo 2019
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