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Il futuro del lavoro nelle mani dei governi: la trasformazione digitale va gestita

Sia l’Ocse che la Commissione europea avvertono: bisogna investire nella formazione dei lavoratori e creare infrastrutture condivise. Il 54% delle mansioni subirà cambiamenti e l’Italia è tra i Paesi in ritardo. 15/5/2019

Per raccogliere pienamente i benefici generati dalla trasformazione digitale e per contrastare la crescita delle disuguaglianze ad opera dell’automazione, i governi devono fare di più, servono politiche basate su formazione e istruzione dei lavoratori. 

È il messaggio lanciato dallo “Skills Outlook 2019” dell’Ocse, studio reso noto il 9 maggio, nell’ambito della campagna “I am the Future of Work”: iniziativa a favore dei cittadini che si propone di raccontare le storie dei lavoratori, in modo da mettere alla luce i cambiamenti del mondo del lavoro. Attraverso la campagna, l’Ocse punta anche a diffondere le idee di chi vive in prima persona questo cambiamento, un modo per cercare soluzioni compatibili con i bisogni delle persone, che nei prossimi 15-20 anni vedranno perdere il 14% dei posti di lavoro per via dell’automazione.  

"Per aiutare le persone, i governi dovranno trovare il giusto equilibrio tra le politiche che promuovono la flessibilità, la mobilità del lavoro e la stabilità del lavoro”, ha dichiarato il segretario generale dell'Ocse Angel Gurría in occasione della presentazione del rapporto. “Le imprese hanno anche un ruolo chiave da svolgere nel garantire che i dipendenti si adattino alle mutevoli esigenze del mercato del lavoro. Migliorando i nostri sistemi basati sulle competenze, possiamo garantire che la rivoluzione tecnologica migliorerà la vita”.

Ma non tutti i Paesi sono pronti ad affrontare la rivoluzione in atto; solo pochi, tra cui Belgio, Danimarca, Finlandia, Olanda, Norvegia e Svezia, possiedono competenze tali già da poter prosperare nel mondo digitale. Indietro Giappone e Corea: servono sforzi per tutelare la forza lavoro degli anziani. In ritardo anche Cile, Grecia, Lituania, Repubblica Slovacca, Turchia e Italia, dove in molti casi mancano le competenze necessarie a produrre ricchezza nel mondo digitale e dove il sistema di formazione dei propri dipendenti non è sviluppato al punto da consentire il miglioramento delle performance e flessibilità che il “lavoro del futuro” richiede. 

Secondo l’Outlook, infatti, più della metà delle occupazioni, circa il 54%, rischiano di essere modificate, motivo per cui la formazione assume un ruolo cruciale per chi ha intenzione di controllare, piuttosto che subire, il cambiamento. 

Un altro studio che va in questa direzione, a testimoniare l’attenzione che il processo sta suscitando nel panorama internazionale, è la pubblicazione, il 10 maggio, da parte della Commissione europea, di un rapporto dal titolo “The Future of Work? Work of the Future!”. 

Un rapporto che vuole essere un aiuto per la classe politica chiamata a tutelare il benessere dei cittadini, e che si apre con la frase “Don’t Panic” (niente panico) per far capire che, se governato, il processo potrà offrire diversi benefici alla popolazione. 

Il mercato della robotica e l’intelligenza artificiale stanno crescendo rapidamente; si prevede che nel 2020 la spesa globale toccherà i 188 miliardi di dollari, più del doppio della cifra investita nel 2016. Un fattore che oltre a generare distorsioni sul mercato del lavoro, già citate in precedenza, porterà difficoltà alle piccole e medie imprese (Pmi), cuore del tessuto industriale italiano. 

In questa fase le grandi aziende, infatti, riescono ad accedere più facilmente al know how che consente di massimizzare i vantaggi della digitalizzazione, creando così un ritardo competitivo per le Pmi. Per invertire la tendenza, l’Europa deve favorire la creazione di un ecosistema digitale facilmente accessibile a tutti. Il nuovo approccio deve partire dalle Università, che rappresentano il primo step per la diffusione di nuove conoscenze collegate al mercato del lavoro. 

Il rapporto, infine, sollecita l’Unione a istituire il prima possibile un centro studi, condiviso dai Paesi membri, dedicato alla ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale, in modo da valorizzare i propri talenti e attrarre gli investimenti delle più grandi aziende al mondo. Un ente che deve essere operativo il prima possibile, perché il gap con le altre regioni del mondo è già ampio: mentre l'Europa ha investito dai tre ai quattro miliardi di dollari nel 2016 nell’intelligenza artificiale, l'Asia ha investito tre volte questa cifra, e il Nord America, addirittura, cinque volte tanto.

 

di Ivan Manzo

mercoledì 15 maggio 2019
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