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QUESTA SETTIMANA: Possiamo ridurre davvero l’inquinamento da plastica?

26/04/2018

La campagna lanciata nella Giornata della Terra mostra la complessità degli impegni sulla sostenibilità: dobbiamo cambiare i nostri comportamenti, ma anche agire nei Paesi in via di sviluppo, ripulire gli oceani e puntare su nuove tecnologie.

di Donato Speroni

La plastica era un orgoglio italiano. L’ex presidente dell’Eni Giorgio Mazzanti, 89 anni, ricorda ancora nitidamente la grande avventura che lo portò giovanissimo a lavorare con Giulio Natta, premiato nel 1963 col Nobel per la scoperta del polipropilene, la più versatile materia plastica, fiore all’occhiello della Montecatini di allora.

Oggi la plastica è la dannazione del mondo. Il degrado di questo materiale è molto lento e una parte consistente dei rifiuti finisce in mare. “C’è chi parla addirittura di un settimo continente, tanto è vasta la concentrazione di rifiuti”, ha scritto  La Repubblica che domenica 22 ha dedicato a questo tema un inserto e una sovracopertina, lanciando la  campagna “Usa la plastica ma rispetta l’ambiente”. Anche quando si degrada, la plastica non smette di danneggiare l’ecosistema, perché le microplastiche vengono ingerite dalla fauna marina e attraverso la catena alimentare arrivano nel nostro corpo, con conseguenze nefaste che non siamo ancora in gradi di valutare pienamente.

La plastica è il nemico numero uno del nostro futuro? Il cambiamento climatico è probabilmente la più grave minaccia per l’umanità in questo secolo, ma l’inquinamento da bottiglie, imballaggi e altri materiali derivati dalla petrolchimica è di più immediata percezione, perché ci tocca nella vita quotidiana e di fronte a questa realtà non esistono “negazionisti”, come invece ancora si trovano (ma sempre meno) sull’origine antropica del riscaldamento del Pianeta. Si capisce anche da queste considerazioni la scelta di dedicare l’Earth day di quest’anno al tema Help end plastic pollution, “aiuta a porre fine all’inquinamento da plastica”.

È un bell’impegno, perché, nella vita moderna, della plastica non possiamo fare a meno. Può essere utilizzata quasi all’infinito, ma ne produciamo e utilizziamo 300 milioni di tonnellate l’anno (quasi 50 chilogrammi per abitante del Pianeta) e solo il 10% viene riciclata o riusata. Quasi tutto il resto finisce nelle discariche o in mare. Il risultato è che, secondo la fondazione olandese Ocean Cleanup, ben 5mila miliardi di frammenti e rifiuti di plastica sono al momento presenti in cinque aree dei nostri oceani, incanalati dalle correnti in orrende isole di rifiuti. C’è chi prevede che entro il 2050 il peso delle plastiche in mare supererà il peso dell’intera fauna ittica.

Che fare? Come sempre, di fronte a problemi di questa portata, non c’è una soluzione unica. Una prima risposta può venire da comportamenti responsabili: riutilizzare i sacchetti per quanto possibile, fare a meno delle bottiglie di plastica se non indispensabili, rispettare le indicazioni della raccolta differenziata.

Ma non basta. Se anche l’Italia e l’intera Europa si comportassero in modo assolutamente virtuoso, l’inquinamento da plastica continuerebbe: due terzi delle materie plastiche che arrivano al mare provengono da corsi d’acqua asiatici. Ecco dunque una seconda esigenza: la raccolta differenziata e l’economia circolare non possono essere un lusso per ricchi, bisogna indurre anche i Paesi in via di sviluppo, con minore coscienza ecologica, a raccogliere e riciclare la plastica. L’esperienza della Social plastic, che abbiamo raccontato sul nostro sito, ha proprio questa funzione: centri di raccolta da Haiti alle Filippine che forniscono incentivi monetari a chi raccoglie la plastica (contribuendo così alla lotta alla povertà) con una rete internazionale, la Plastic bank, che incanala questi rifiuti verso il riuso.

Che fare però dei quasi dieci milioni di tonnellate di plastiche che secondo il Global Marine and Polar Programme dell'Iucn, l’autorità che sorveglia la conservazione dell’ambiente, sono già dispersi in mare? Il progetto di Ocean Cleanup prevede “enormi reti sostenute da tubolari fluttuanti che fisicamente accumuleranno e asporteranno i rifiuti dai mari”. Tuttavia, cleaning up the sea sarà altrettanto difficile quanto sucking up carbon, cioè ripulire l’atmosfera risucchiando anidride carbonica. Per sistemare il Pianeta, insomma, dobbiamo investire fortemente in nuove tecnologie, non tutte già disponibili.

Abbiamo dedicato gran parte di questo commento all’inquinamento da materie plastiche e alle strategie per contenerlo e sconfiggerlo, per mostrare ancora una volta la complessità delle azioni necessarie  per fermare il degrado del Pianeta. Di questo si è parlato a lungo al Villaggio per la Terra che si è impiantato dal 21 al 25 aprile a Villa Borghese a Roma e nel quale l’ASviS, con un intervento del suo portavoce Enrico Giovannini, ha presentato assieme a Earth Day Italia la piattaforma “Obiettivo 2030” per lo scambio di informazioni e pratiche virtuose. Abbiamo buone ragioni per dire che il successo della Giornata della Terra anticipa quello del prossimo Festival dello Sviluppo Sostenibile organizzato dall’ASviS dal 22 maggio al 7 giugno: gli eventi registrati sul Calendario del sito Festival sono già oggi 400 su tutto il territorio nazionale, a fronte dei 220 del Festival 2017.

Torniamo alla plastica e ai rifiuti. Sempre in tema di corretto uso dei materiali, va registrato con soddisfazione l’approvazione da parte del Parlamento europeo di una direttiva in merito all’economia circolare. Sarà certo necessario che l’Europa impari a ridurre e riusare al meglio i suoi materiali di scarto, considerando anche che la Cina da qualche mese ha bloccato l’importazione di rifiuti creando il caos nell’industria del riciclo in Europa. Certo c’è sempre il “monnezzaio” dell’Africa, dove mandiamo tutte le nostre schifezze. Avevamo già segnalato Agbogbloshie, un sobborgo di Accra, in Ghana dove ha sede la più grande discarica illegale al mondo di rifiuti elettronici. Ma ora giunge notizia che dei 12,3 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici che l’Europa (Russia compresa) getta via ogni anno, una parte consistente viene spedita in Nigeria, riempiendo di e-waste tutti gli spazi liberi dei container che ufficialmente trasportano solo auto europee usate, un prodotto molto ambito in Africa occidentale.

La verità è che il nostro atteggiamento verso l’Africa è ancora ambivalente. Offriamo gli strumenti per raccogliere la plastica (Social plastic) ma inondiamo i Paesi africani di rifiuti elettronici da cui estrarre materiali preziosi, come se i disgraziati che campano su queste discariche lavorassero in miniera, ma senza protezioni. Finanziamo anche con generose donazioni di privati dall’Europa il rimboschimento delle foreste centroafricane, mentre imprenditori senza scrupoli convincono i capi villaggio a vendere il loro “oro verde” magari in cambio della promessa di un campo di calcio; si portano via i tronchi e lasciano il deserto. Discutiamo tanto di cambiamento climatico e di quello che dovremmo fare in Europa e ci dimentichiamo che, senza incentivi per operare diversamente, l’Africa nei prossimi anni moltiplicherà gli impianti a carbone per produrre energia elettrica: già oggi il Sudafrica emette più anidride carbonica della Gran Bretagna, pur avendo una popolazione inferiore, e lo Zambia brucia ogni anno più vegetazione del Brasile.

Abbiamo tanto su cui riflettere anche in sede politica (ah già, c’è anche la politica!) ma proviamo a concludere questa cronaca settimanale con una nota consolatoria e un occhio a quello che si discute nel mondo quando si parla di lavoro futuro. Una squadra di robot ben dotati di intelligenza artificiale è stata posta di fronte alla sfida di leggere le istruzioni dell’Ikea per montare una sedia.  Non è facile per le macchine mettere insieme le diverse funzioni: identificare i pezzi, interpretare le istruzioni, dosare la forza necessaria per l’assemblaggio. Chi di noi si è cimentato con i disegnini che accompagnano i prodotti smontati della casa svedese, sa che ci sono sempre dei momenti critici. I robot li hanno superati senza dire parolacce, ma per completare il montaggio hanno impiegato molto più tempo di un umano. Almeno la prima volta, perché la seconda sedia è stata finita in nove minuti. La lentezza delle macchine nell’autoprogrammarsi dà una speranza in più al futuro del lavoro umano, almeno per certe attività non ripetitive? Probabilmente sì. Ne è convinto anche un imprenditore del futuro, il fondatore di Tesla Elon Musk, che, come scrive il Corriere della Sera, “intende far trottare i dipendenti per tamponare le mancanze delle macchine”. Musk ha invitato i suoi dipendenti ad agire fuori dagli schemi, mettendo a frutto la creatività che i computer non possono avere. Però negli stessi giorni un altro guru del futuro, il capo della ricerca di Google Raymond Kurzweil, nella sua newsletter Accelerating intelligence ci avverte che siamo ormai vicini alla possibilità di dare ordini al computer col solo pensiero, grazie alle onde elettromagnetiche emesse dal nostro cervello. Se questo è vero, il futuro non sarà né degli uomini né delle macchine, ma dei cyborg, uomini e computer in stretta integrazione. Ci fa paura? Certo. Però se ci guardiamo in giro, soprattutto sugli autobus, vediamo tanti cyborg soprattutto giovani il cui cervello è già integrato col cellulare che attira tutta la loro attenzione.  

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E INOLTRE...

a cura di Francesca Cucchiara

In questi giorni il sito asvis.it si è occupato di:

  • il nuovo pacchetto per l’economia circolare approvato dall’Europarlamento: tra i nuovi target il riciclaggio del 55% dei rifiuti entro il 2025 e 65% entro il 2035. Viene fissato il tetto massimo del 10% entro il 2035 per i rifiuti da smaltire in discarica; in Italia questo è ancora al 28%;
  • il rapporto del Trade Union Development Cooperation Network (Tudcn) “Towards sustainable and resilient societies that leave no one behind”, che racchiude in otto punti gli step da seguire per il raggiungimento di una “Transizione Giusta". La tutela dei diritti dei lavoratori è considerata non solo materia di sostenibilità sociale, ma anche un prerequisito importante per raggiungere quella ambientale;
  • Obiettivo 2030, la piattaforma online ideata da ASviS ed Earth Day Italia con lo scopo di diffondere la conoscenza della sostenibilità e condividere iniziative sui 17 SDGs che è stata presentata  il 22 aprile, giornata mondiale della Terra;
  • ShareTheMeal”, la campagna del World Food Programme per combattere la fame nel mondo tramite la donazione di 40 centesimi, la “nuova moneta” dal piccolo valore e dal grande impatto. A pochi giorni dal lancio della campagna in Italia sono già state raccolte 16.500 donazioni.

 

Altre segnalazioni

  • Il 20 e 21 aprile a Roma si è tenuta la conferenza “Governance ambientale e città sostenibili” per discutere la riforma del modello delle Nazioni Unite e il percorso di Roma Capitale verso la sostenibilità ambientale ed energetica.  
  • l’Istat rende disponibili per la prima volta sul web i conti dei flussi fisici di energia  per gli anni 2014-2015.
  • In occasione dell’Earth Day, il 22 aprile Wwf ha lanciato “Una giornata senza plastica per aiutare il Pianeta”: un vademecum grafico con consigli pratici per ridurre l’uso quotidiano della plastica.
  • La Repubblica, in collaborazione con Legambiente, ha lanciato la campagna per ridurre l’utilizzo della plastica usa e getta “Usa e rispetta”: articoli, foto video e reportage per raccontare l’impatto ambientale e diffondere idee ed iniziative per un consumo consapevole.
  • Il 19 aprile a Roma è stata presentata la nuova struttura di Confassociazioni dedicata all’ambiente con l’obiettivo di promuovere attività in tema di fonti rinnovabili, efficienza energetica, salute e alimentazione.
  • Jointly ha presentato  il primo Social Impact Report del programma “Push to Open”: un progetto ideato nel 2015 per offrire orientamento professionale ai ragazzi che terminano gli studi superiori e che ad oggi ha coinvolto 4500 studenti.
  • Secondo il rapporto dell’ Osservatorio nazionale sulla Sanità delle regioni italiane aumenta l’invecchiamento della popolazione e con esso peggiora la qualità della vita, specialmente nel Meridione. Anche l’Istat conferma forti diseguaglianze nelle speranze di vita fra Nord e Sud Italia.
  • Sulla spinta del Movimento Cattolico Globale per il clima (Gccm), Caritas International insieme ad altre 35 organizzazioni dal mondo cattolico rinuncia agli investimenti finanziari che producono utili attraverso i combustibili fossili, per una finanza eco-compatibile.

 

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giovedì 26 aprile 2018

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