per dare un futuro alla vita   
e valore al futuro

News

Per una “pace positiva”, che duri nel tempo, non basta la fine della violenza

10/11/2017

Ogni Paese ha bisogno di istituzioni e strutture in grado di creare e sostenere società pacifiche. Lo dice il nuovo rapporto di Vision of Humanity, che in un altro recente documento analizza la posizione di 163 Stati rispetto al Goal 16.

Il “Positive Peace Report 2017”, pubblicato da Vision of Humanity a ottobre, aiuta a comprendere quali sono i principali fattori di pace nel mondo: perché alcuni Paesi riescono a uscire da situazioni di conflitto mentre altri rimangono altamente fragili. L’analisi ha l’obiettivo di supportare i governi nella creazione di società più pacifiche e resilienti, in grado di resistere a shock interni ed esterni.

Ma perché il titolo del Rapporto parla di pace “positiva”? La pace, dopotutto, non è sempre un elemento positivo? Vision of Humanity affronta il tema della pace da due prospettive, entrambe importanti: la pace come assenza di violenza (pace negativa) e la pace come insieme di atteggiamenti, istituzioni e strutture in grado di creare e sostenere società pacifiche (pace positiva).

Il Rapporto annuale “Global Peace Index 2017”, diffuso in giugno ed elaborato dall’Institute for Economics and Peace, analizzando la cosiddetta “pace negativa” ha evidenziato, attraverso l’esame del livello di sicurezza sociale, l’estensione dei conflitti domestici e internazionali e il grado di militarizzazione dei Paesi, come il mondo sia leggermente più pacifico dell’anno scorso (anche se meno rispetto a dieci anni fa), ma spenda di più per fare la guerra che per costruire la pace.

Il nuovo Positive Peace Report 2017 illustra invece l’importanza di garantire la pace positiva, che è in grado di portare altri risultati significativi per i Paesi, come una maggiore inclusione, una migliore resilienza e un’economia prospera (tra il 2005 e il 2016 i Paesi con un valore alto di pace positiva hanno registrato un tasso di crescita annuo maggiore del 2% rispetto ai Paesi che hanno peggiorato i loro valori). A livello globale, l’indice di pace positiva è migliorato dal 2005, con progressi per sei degli otto fattori di pace positiva (buon funzionamento del governo, buone relazioni con i vicini, alto livello di capitale umano, equa distribuzione delle risorse, contesto degli affari economici sano, flusso libero di informazioni). Due sono i fattori che hanno registrato invece un deterioramento: l'accettazione dei diritti degli altri e soprattutto i livelli di corruzione.

Le regioni che hanno migliorato maggiormente il valore dell’indice sono Russia ed Eurasia, Asia-Pacifico e Asia meridionale, con progressi rispettivamente del 4,7%, 3,3% e 3,2%; il Medio Oriente e il Nord Africa sono notevolmente in ritardo rispetto al resto del mondo (soprattutto a causa del deterioramento dei fattori di accettazione dei diritti degli altri, bassi livelli di corruzione e flusso libero delle informazioni); il Nord America è l’unica regione a non aver migliorato la pace positiva tra il 2006 e il 2016.

Secondo lo studio, un minor livello di pace positiva determina un aumento del populismo, come è avvenuto nel Regno Unito (12esimo su 163 Paesi), in Spagna (23esima) e in Italia (31esima), Paesi in cui nel 2016 più del 50% dei cittadini ha affermato di vedere i partiti euroscettici come “una buona cosa”. Inoltre, in Italia più dell’80% ha affermato di volere meno immigrati e nel 2014 più del 60% degli italiani che hanno votato partiti di destra ha dichiarato di vedere gli immigrati come un problema perché levano lavoro e benefici sociali ai cittadini italiani.

L’importanza di analizzare anche la pace positiva, oltre a quella negativa, è messa in evidenza dal 16esimo Obiettivo di sviluppo sostenibile “Pace, giustizia e istituzioni solide”, che infatti prende in considerazione anche gli atteggiamenti, le istituzioni e le strutture in grado di creare e sostenere società pacifiche. Il Rapporto “Goal 16 Progress Report 2017” di settembre analizza la posizione di 163 Paesi del mondo rispetto ai Target del Goal 16 per valutare carenze e progressi e illustra la complessità della raccolta dei dati: da un lato evidenzia la necessità di aumentare la disponibilità di dati, dall’altro esamina il problema di raccolta degli stessi per alcuni Target (ad esempio, il governo può trovarsi in difficoltà a comunicare i dati sulla corruzione). Secondo il rapporto, l’Italia dispone di dati per 11 dei 22 indicatori scelti per il Goal 16. Di questi 11, sebbene sette siano caratterizzati da una performance particolarmente positiva (come il basso livello di omicidi), quattro sono peggiorati: rispetto al passato, camminare da soli è meno sicuro, i servizi pubblici sono meno soddisfacenti, le procedure decisionali meno inclusive e la discriminazione è in aumento.

Scarica i seguenti documenti:

di Flavia Belladonna

venerdì 10 novembre 2017

Aderenti

Licenza Creative Commons
This work is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale