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	<title>Donato Speroni, Autore presso ASviS</title>
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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
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	<title>Donato Speroni, Autore presso ASviS</title>
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		<title>In questi tempi difficili dobbiamo puntare su dialogo e cooperazione</title>
		<link>https://asvis.it/in-questi-tempi-difficili-dobbiamo-puntare-su-dialogo-e-cooperazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donato Speroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 12:36:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Cigni neri” e “pecore nere” dominano le previsioni per il 2024. Una ragione in più per rimanere fermi sui nostri valori e fiduciosi nelle nostre capacità. Il ruolo del G7 a guida italiana verso il Summit sul futuro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tra le notizie della newsletter quotidiana dell’<em>Economist</em> di lunedì 8 gennaio:</p>
<ul>
<li><em>Le tristi prospettive della manifattura e del commercio tedesco.</em></li>
<li><em>Un nuovo anno infelice per i legislatori americani.</em></li>
<li><em>Previsioni fosche per il governo inglese.</em></li>
</ul>
<p>Ma piove sul bagnato. <strong>Gran parte delle analisi pubblicate in occasione del nuovo anno mostrano una analoga impronta pessimista.</strong> Due <strong>guerre</strong> terribili, per non parlare di tutte quelle dimenticate che contribuiscono alla sensazione di “guerra mondiale a pezzi” evocata da <strong>Papa Francesco</strong>. Altri Paesi alla deriva, dal Sudan all’Africa subsahariana travagliata da nuovi colpi di stato, fino all’Equador squassato dal narcotraffico. Una generale sensazione di <strong>incertezza economica</strong>, per l’inflazione non vinta e per il rallentamento della crescita mondiale. La molla sempre più in tensione delle <strong>migrazioni</strong> dal Sud del mondo, con le reazioni che provoca, dagli Stati Uniti all’Europa. La sempre più evidente minaccia della <strong>crisi climatica</strong>: la drammatica immagine del Canale di Panama con i tronchi che riaffiorano dopo un secolo, per il calo di livello dell’acqua che provoca una coda interminabile di navi in attesa di un passaggio sempre più difficile, ne sono una ulteriore testimonianza. Anche la decisione delle grandi compagnie di navigazione di circumnavigare l’Africa per evitare le aggressioni nello stretto di Hormuz contribuisce alla sensazione di un <strong>sistema geopolitico che si sta sfaldando</strong>. In questo clima diminuisce anche l’attenzione ai <strong>diritti umani</strong>. <strong><a href="https://www.theguardian.com/global-development/2024/jan/11/human-rights-decline-globally-leaders-fail-uphold-laws-warns-human-rights-watch-annual-report" target="_blank" rel="noopener">Come scrive il <em>Guardian</em></a></strong>,</p>
<p><em>i doppi standard di molti leader politici nel riconoscimento delle norme internazionali sui diritti umani hanno messo a repentaglio innumerevoli vite. </em></p>
<p>E ancora: la pandemia da Covid-19, superata a quanto sembra, ma che ha lasciato in tutti un <strong>senso di precarietà</strong>, di possibili “cigni neri” che potrebbero manifestarsi senza la possibilità di prevederli. Proprio la lotta al Covid ha dimostrato che la cooperazione internazionale può vincere le peggiori sfide, ma il complessivo deteriorarsi della situazione mette in discussione le istituzioni stesse del <strong>multilateralismo</strong>, a cominciare dalle Nazioni Unite.</p>
<p><strong>L’Onu ha fallito la sua missione?</strong></p>
<p>Si pone questa domanda, con un’ampia analisi, la sempre interessante Rassegna stampa del <em>Corriere della Sera</em>. Scrive <strong>Alessandro Trocino:</strong></p>
<p><em>Da qualche tempo si sono fatte più insistenti le critiche di chi pensa che la crisi di legittimità che ha investito l’Onu sia sostanzialmente irreversibile. Si accusa l’organizzazione per la debolezza politica, la parzialità, l’eccessiva burocratizzazione, i costi elefantiaci. Ma soprattutto la si considera <strong>inadeguata al nuovo assetto politico</strong>. </em></p>
<p>L’articolo analizza la sostanziale inemendabilità dell’organizzazione, perché i cinque Paesi che detengono il diritto di veto nel Consiglio di sicurezza non sono disposti a rinunciare ai loro privilegi, ma anche per i limiti derivanti da una prevalenza di Stati di dubbia democrazia, ma aggiunge:</p>
<p><em>Alla debolezza politica, ha raccontato su Famiglia Cristiana <strong>Antonio Maria Costa</strong>, ultimo italiano vicesegretario generale dell’Onu, fa da contrasto l’attivismo della «<strong>grande costellazione di agenzie </strong>che lavorano sul campo e che sono assolutamente benefiche. Pensiamo all’enorme lavoro dell’<strong>Unicef</strong> a fianco dei minori, soprattutto in ambiti come scuola e vaccini; pensiamo alla <strong>Fao</strong>, con i suoi programmi alimentari, all’<strong>Organizzazione mondiale della sanità</strong>, all’<strong>Unhcr</strong>, che lavora a fianco di rifugiati e migranti, e pensiamo anche all’impegno culturale dell’<strong>Unesco</strong>». </em></p>
<p>Insomma, non possiamo aspettarci dall’Onu quello che non può dare, ma dobbiamo valorizzare tutti gli aspetti del multilateralismo che funzionano e che migliorano il mondo. Anche il segretario generale dell’Onu <strong>Ant</strong><strong>ò</strong><strong>nio Guterres ha delineato una “Onu 2.0” e proposto anche una riforma delle istituzioni finanziarie internazionali</strong>, a cominciare da Fondo monetario e Banca mondiale, che sono l’architrave della cooperazione internazionale. I suoi <strong><a href="https://www.un.org/en/common-agenda/policy-briefs" target="_blank" rel="noopener">“policy brief” in vista del Summit sul futuro</a></strong> che si terrà al Palazzo di vetro in settembre sono ricchi di idee coraggiose che dovrebbero essere valutate con attenzione innanzitutto dal G7, che quest’anno è a guida italiana.</p>
<p>Il gruppo dei sette Paesi più industrializzati che condividono gli stessi valori di democrazia e rispetto dei diritti può avere una funzione importante nell’impegno a <strong>delineare un nuovo ordine mondiale</strong>, senza pretendere di imporre una impossibile egemonia. Di recente si era anche parlato di trasformare l’organizzazione da “caminetto dei Grandi” a struttura permanente, al posto di quella <strong><a href="https://community-democracies.org/" target="_blank" rel="noopener">Community of democracies</a></strong> che già esiste ma che non funziona. È un’idea che merita di essere approfondita.</p>
<p>L’aspetto maggiormente evidenziato dai commentatori, parlando delle prospettive del <strong>2024</strong>, è che si tratterà di un <strong>anno elettorale per la maggioranza della popolazione mondiale</strong>. In molti Paesi le elezioni non si svolgeranno con criteri democratici. È il caso della Russia, dove saranno solo un plebiscito per <strong>Vladimir Putin</strong>, ma anche di altri Stati meno osservati. In Bangladesh, nelle prime elezioni di quest’anno, il partito al potere, dopo aver incarcerato molti oppositori, ha dovuto ritirare i propri candidati da alcune circoscrizioni per non dare l’impressione di un regime a partito unico.</p>
<p>L’incognita maggiore, nell’anno appena iniziato, riguarda le elezioni presidenziali americane del prossimo novembre. Se <strong>Donald Trump</strong> supererà i suoi impicci legali e otterrà la <em>nomination</em> repubblicana, se il suo antagonista sarà un <strong>Joe Biden</strong> anziano e poco popolare, è molto probabile che ci troveremo ad affrontare un altro quadriennio di regime trumpiano, con gravi minacce, secondo molti osservatori, per la stessa democrazia americana. È stato fatto notare in questi giorni che anche Hitler e Mussolini andarono al potere con un voto democratico.</p>
<p>Anche sulle <strong>elezioni europee</strong> gravano pesanti incognite, non solo perché una parte delle forze in campo è più o meno apertamente schierata contro la transizione ecologica, ma anche per la decisione del presidente del Consiglio europeo, il belga <strong>Charles Michel</strong>, di lasciare il suo incarico anticipatamente per candidarsi nel suo Paese<strong>. </strong>La gestione della delicata fase postelettorale rimarrebbe quindi tutta nelle mani del presidente di turno del Consiglio dell’Unione, che nel prossimo semestre sarà proprio l’ungherese <strong>Victoir Orban, </strong>la “pecora nera” dell’Unione. Certo, se gli Stati raggiungessero prima un accordo sulla presidenza del Consiglio europeo, che dura trenta mesi, tutto sarebbe risolto in tempo. Anche in questa trattativa il governo italiano potrebbe avere un ruolo importante.  </p>
<p>Sempre in tema di elezioni europee, è giusto anche annotare la scarsa stima che certi leader politici italiani sembrano avere nei confronti dei loro elettori, con l’intenzione di trarli in inganno candidandosi per poi dimettersi il giorno dopo. A “Prima pagina” su <em>Rai3</em>, il giornalista <strong>Fabio Martini </strong>ha detto che si tratta di “una truffa” e l’espressione è stata ripresa da altri autorevoli giornalisti, da <strong>Marco Travaglio</strong> ad <strong>Antonio Polito</strong>. Anche <strong>Romano Prodi </strong>ha ribadito: “<em>Le finte candidature sviliscono la democrazia</em>”.</p>
<p>“<em>Se sei in porto stacci, se sei in mare busca</em>”, dice un proverbio marinaro: se c’è tempesta è troppo pericoloso avvicinarsi alle coste per cercare riparo, meglio attrezzarsi per affrontare al largo il maltempo. Ma c’è molto da fare: ridurre la velatura, affrancare tutto quello che può rovesciarsi, indossare le cinture di sicurezza, mettere la barra sulla rotta migliore per ricevere ondate e raffiche. Fuor di metafora, anche noi non possiamo far altro che “buscarci” questi tempi difficili. Ma possiamo fare molto.</p>
<p>Parafrasando l’invito del magistrato <strong>Francesco Saverio Borrelli </strong>a “Resistere, resistere, resistere” <strong>dobbiamo “Dialogare, dialogare, dialogare”</strong>. Promuovere i discorsi di pace, senza dimenticare le ragioni di chi è stato invaso, assalito con atti terroristici e di chi di questa situazione subisce le conseguenze senza colpa. <strong>Difendere l’Onu, le sue organizzazioni e il valore dell’Agenda 2030</strong>, che è tuttora l’affermazione più alta dei valori condivisi a livello globale e della quale presto si dovrà delinearsi una ulteriore proiezione verso la metà del secolo. <strong>Confrontarci</strong> <strong>con tutte le forze politiche </strong>su temi essenziali per lo sviluppo sostenibile in vista delle elezioni europee. <strong>Mobilitare la società civile</strong> che partecipa alla nostra Alleanza, ma anche le forze ad essa esterne sensibili agli stessi valori, per definire insieme i punti irrinunciabili della nostra azione, alla luce degli importanti risultati ottenuti dall’ASviS in questi (quasi) otto anni.</p>
<p>La nostra barca è solida e i manuali sulla navigazione con cattivo tempo raccomandano di non disperare, di ricordare sempre che le tempeste a un certo punto passano. Basta rimanere ben saldi al timone.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte copertina: <strong><a href="https://it.123rf.com/profile_freedomnaruk" target="_blank" rel="noopener">freedomnaruk</a>,</strong> da <strong><a href="https://it.123rf.com/photo_89865250_cigno-che-galleggia-sulle-acque-all-alba-della-giornata.html" target="_blank" rel="noopener">123rf.com</a></strong></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Forum Ocse sul benessere, occasione per migliorare misure ed azioni</title>
		<link>https://asvis.it/forum-ocse-sul-benessere-occasione-per-migliorare-misure-ed-azioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donato Speroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Oct 2024 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#BuonePraticheAziende]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torna in Italia dopo 20 anni il confronto mondiale per l’elaborazione dei migliori indicatori su ciò che è davvero importante per la qualità della vita. Tre giorni di dibattiti su temi come inclusione, clima, demografia e tecnologia.  8/10/24</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si terrà a Roma, dal 4 al 6 novembre, <strong><a href="https://www.oecd.org/en/events/2024/11/7th-oecd-world-forum-on-well-being.html">il Forum Ocse sul benessere</a></strong>, settima edizione di questi incontri mondiali che riuniscono politici, economisti, statistici e altri esperti per discutere sulla strumentazione necessaria per valutare  e migliorare “ciò che davvero conta” nella vita di ogni persona.</p>
<p><strong>Molte cose sono cambiate rispetto alla prima iniziativa di questo genere</strong>, il convegno “Statistics knowledge and politicy” che si tenne a Palermo nel 2004 su iniziativa dell’allora <em>chief statistician</em> dell’Ocse <strong>Enrico Giovannini</strong>, oggi direttore scientifico dell’ASviS, che interverrà come relatore anche in questa edizione. All’epoca, il tema portante era come andare “oltre il Pil” cioè come trovare una batteria di indicatori più significativi del mero Prodotto interno lordo per misurare il benessere collettivo. Da allora, nei cinque forum mondiali successivi e in numerose altre iniziative importanti, tra le quali la Commissione voluta dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy e presieduta dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, e dall’economista Jean Paul Fitoussi, l’elaborazione sugli indicatori del benessere ha fatto molti progressi.</p>
<hr />
<p>{##card#371#21714}</p>
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<p><strong>Diversi Paesi dell’Ocse hanno elaborato un loro sistema di indicatori e l’Italia è stata tra i primi con il calcolo del Benessere equo sostenibile</strong> (Bes), giunto ormai all’undicesima edizione, e con l’inclusione di alcuni degli indicatori Bes nella programmazione triennale contenuta <strong>nella Legge di bilancio</strong>.</p>
<p>Nel frattempo però le sfide relative alle questioni essenziali del benessere collettivo, dalla giustizia sociale all’ambiente, dalla salute all’istruzione, sono diventate sempre più difficili e il problema di come passare dalla misura dei fenomeni all’azione è sempre più stringente. Così l’incontro di Roma parlerà certamente di misurazione, ma sarà anche un’occasione di <strong>confronto sulle azioni necessarie per migliorare le condizioni dell’intera umanità</strong>.</p>
<p>Il Forum, organizzato con la collaborazione del ministero dell’Economia e finanze e dell’Istat, ha come tema “<strong><a href="https://www.oecd-wellbeing-forum2024.mef.gov.it/it/" target="_blank" rel="noopener">Strenghtening well being approaches for a changing world</a></strong>” e coglierà anche l’occasione della presidenza italiana del G7 per un confronto globale.</p>
<p>Nelle tre giornate <strong>si alterneranno sessioni plenarie e workshop in parallelo</strong>. Come è scritto <strong><a href="https://www.mef.gov.it/ufficio-stampa/comunicati/2024/Online-il-sito-del-Forum-Mondiale-OCSE-sul-Benessere-ospitato-a-Roma-dal-4-al-6-novembre/" target="_blank" rel="noopener">nel comunicato stampa di Mef e Istat</a></strong>, gli esperti nelle cinque tavole rotonde plenarie “si confronteranno su temi quali lo sviluppo di policy framework orientati al benessere equo e sostenibile, la misurazione e la metodologia statistica e di analisi per gli indicatori di benessere, i cambiamenti climatici, l’innovazione tecnologica e l’uso della intelligenza artificiale, i prossimi passi nell’agenda del well being. Altri temi toccati, di natura trasversale, saranno i mutamenti demografici e le disuguaglianze di genere, la povertà e la salute fisica e mentale. Attraverso una combinazione di panel di alto livello, sessioni parallele, workshop tecnici e discussioni interattive, i partecipanti avranno l’opportunità di acquisire conoscenze concrete per far progredire insieme l’agenda internazionale sul benessere equo e sostenibile”. L’ASviS prenderà parte all’iniziativa con un proprio stand.</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/forum-ocse-sul-benessere-occasione-per-migliorare-misure-ed-azioni/">Forum Ocse sul benessere, occasione per migliorare misure ed azioni</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dobbiamo affrontare una realtà in continuo cambiamento e un diffuso odio sommerso</title>
		<link>https://asvis.it/dobbiamo-affrontare-una-realta-in-continuo-cambiamento-e-un-diffuso-odio-sommerso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donato Speroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Sep 2024 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima di dedicarci alle grandi sfide dell’autunno, una riflessione che prende spunto anche dalle esperienze personali di un’estate “complicata”. Un modo per ragionare sugli ostacoli lungo la nostra rotta verso lo sviluppo sostenibile.</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/dobbiamo-affrontare-una-realta-in-continuo-cambiamento-e-un-diffuso-odio-sommerso/">Dobbiamo affrontare una realtà in continuo cambiamento e un diffuso odio sommerso</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<table style="border-collapse: collapse;width: 100%;border-color: #ba372a;border-style: solid" border="8" cellpadding="3">
<tbody>
<tr>
<td style="width: 100%">
<div class="oc-item-img" style="text-align: justify">
<div class="timeline-img-header">
<h2 class="oc-item-title" style="text-align: center">Speroni cambia ruolo: nel suo ultimo <br />editoriale ASviS un invito a stare al passo con la realtà</h2>
</div>
</div>
<p style="text-align: justify"><em>Questa <strong><a href="https://mailchi.mp/asvis/6k3xdxoma1-5222505" target="_blank" rel="noopener">newsletter</a></strong> non è come le altre. Con la ripresa dei lavori dopo la pausa estiva, vogliamo infatti <strong>fare</strong> <strong>un caloroso augurio al nostro Senior expert Donato Speroni</strong>, che dopo otto anni come editorialista principale dell’ASviS termina ufficialmente questo ruolo per proseguire diversamente la sua strada. Il suo, ovviamente, non è un addio: prosegue collaborando attraverso FUTURAnetwork, di cui è tutt’ora responsabile, tramite analisi specifiche per le nostre pubblicazioni, oltre che come esperto ASviS per continuare a dare impulso alla visione e alla qualità del lavoro dell’Alleanza. Anche se non è più espressione della voce dell’ASviS, potrete continuare a seguirlo sui suoi canali personali, dove dà seguito alla sua passione per la scrittura, la politica e la lettura delle grandi sfide del nostro tempo. Con questo suo ultimo editoriale, vogliamo dunque <strong>ringraziarlo come Redazione a nome di tutta l’Alleanza</strong> per aver condiviso in questi anni le sue riflessioni con la nostra rete di lettrici e lettori attraverso la sua penna creativa, con lungimiranza e dedizione. Buona lettura!</em></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La realtà è un uccello che non ha memoria<br />Devi immaginare da che parte va..<br />È un uccello strano, fuori dagli schemi<br />Che non è sensibile ai miei richiami<br />Il suo volo è pieno di contraddizioni<br />Non conosce regole né fedeltà<br />La realtà è un uccello che non ha memoria<br />Devi immaginare da che parte va.<br />Io mi nutro solo di un uccello strano<br />è da tanto tempo che gli dò la caccia<br />Vivo per mangiare questa bestiaccia<br />Altrimenti muoio di inutilità.<br />Noi ci liberiamo,<br />Ci buttiamo nell&#8217;amore senza falsi moralismi<br />La realtà è più avanti<br />Noi ci critichiamo,<br />Ci guardiamo dentro lucidi e coscienti<br />La realtà è più avanti.<br />Noi mangiamo Storia, siamo militanti<br />La realtà è più avanti.<br />Noi scendiamo in piazza<br />Siamo democratici, siamo antifascisti<br />La realtà è più avanti.<br />Siamo sempre indietro, la realtà è più avanti<br />Siamo sempre indietro…</em></p>
<p><em>(dalla canzone prosa di Giorgio Gaber, 1995. <a href="https://www.giorgiogaber.it/discografia-album/la-realta-e-un-uccello-canzone-prosa-testo">Testo integrale sul sito della Fondazione Giorgio Gaber</a></em><em>)</em></p>
<p>Non è la prima volta che lo scrivo e non sono il solo a scriverlo: <strong>il vero inizio dell’anno nuovo è più o meno in questa stagione</strong>, quando l’estate va verso la conclusione. Si riaprono le scuole, ricomincia il campionato di calcio, la politica torna a confrontarsi sulla Legge di bilancio che dovrebbe fornire il quadro di riferimento delle iniziative di governo per gli anni successivi. Anche a livello personale, per molti è un momento di consuntivi e di programmi.</p>
<p><strong>Diverse religioni riconoscono che questo è il tempo della svolta.</strong> Dalla celebrazione di <strong>Rosh Hashanah</strong>, il capodanno ebraico che quest’anno inizierà al tramonto di mercoledì 2 ottobre, alla festa islamica di <strong>Ra&#8217;s as-Sanah </strong>(certe assonanze dovrebbero far riflettere sulla fratellanza originaria di popoli che adesso si odiano) che dal tramonto di domenica 7 luglio ha segnato l’inizio dell’anno 1446 dall’Egira, il capodanno cade più o meno in questa stagione. E questo vale pure per altri popoli, i copti, gli etiopi, i tamil…</p>
<p>Anche per noi dell’ASviS, questo è il momento della ripresa delle attività dopo la breve pausa estiva; il primo editoriale della stagione dovrebbe dare una prospettiva a tutta l’Alleanza. Ma ho promesso di scriverlo io e lo confesso: <em>Domine, non sum dignus</em>. E mi spiego.</p>
<p>Già da maggio avevo annunciato che per ragioni di età e per una diversa scansione nell’uso del mio tempo residuo, intendevo mantenere il mio impegno per lo sviluppo sostenibile e la ricerca sui possibili futuri, ma lasciare alcuni incarichi operativi più gravosi nel team ASviS, tra cui quello di “editorialista principe” di questa newsletter. Principe o principale, si intende, in senso strettamente statistico, perché in questi otto anni ho scritto la maggior parte dei testi che hanno aperto questa pubblicazione settimanale.</p>
<p>Gli amici dell’Alleanza mi hanno gratificato, al termine del Festival dello Sviluppo Sostenibile, con una bellissima festa e addirittura con un volumetto (ora reperibile <strong><a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Pubblicazioni/LibroEditorialiDonato_web_Final.pdf" target="_blank" rel="noopener">tra le pubblicazioni ufficiali ASviS</a></strong>) che raccoglie alcuni degli editoriali che ho scritto dalla nascita dell’ASviS in poi. Quello che ha scritto <strong>Flavia Belladonna</strong>, che da me ha preso il testimone della responsabilità della Redazione, nell’introduzione al volumetto “<strong>L’ASviS e lo sviluppo sostenibile attraverso la penna di Donato Speroni</strong>” mi ha veramente commosso.</p>
<p>Così, questo mio scritto di oggi, una sorta di canto del cigno, non può pretendere di dare la prospettiva sugli impegni immediati e le strategie dell’Alleanza, in un momento importantissimo della sua storia. Ricordiamo che l’Alleanza affronterà, fin dal prossimo mese, nuove vitali sfide a tutti i livelli. Guardando ai temi globali di conferma e proiezione dell’Agenda 2030, l’ASviS e i suoi Aderenti saranno impegnati a rendere partecipe l’Italia del grande dibattito che si svilupperà a partire dal “<strong>Summit del futuro” dell’Onu</strong>, che dovrebbe convalidare e arricchire gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, proiettandoli anche oltre questo decennio.</p>
<p>A livello europeo, con l’avvio della nuova <strong>Commissione von der Leyen</strong> dopo le elezioni per il Parlamento di Strasburgo, verranno certamente al pettine i contrasti tra chi crede nell’importanza degli impegni europei già sottoscritti per la transizione ecologica e chi vorrebbe invece diluirli o cancellarli. Contrastare questa posizione di inutile rimpianto di un passato che non può ritornare richiederà un attento monitoraggio da parte della società civile, nella convinzione che <strong>certi impegni sono forse da rivedere nella loro concreta articolazione ma non certo da cancellare</strong> in nome di una sconsiderata retrotopia.</p>
<p>In Italia l’ASviS dovrà continuare il dialogo faticoso con un governo espresso da una maggioranza che nella sua maggioranza (non è un bisticcio di parole, mi sembra che sia la realtà) non ama le politiche di sostenibilità, vorrebbe che il cambiamento climatico non esistesse anche se pochi incauti si spingono a negarlo, complessivamente non esprime una politica di visione, come ha sottolineato chiaramente, senza punte polemiche ma con aderenza ai fatti, il direttore scientifico dell’ASviS <strong>Enrico Giovannini</strong> nell’ampia <a href="https://asvis.it/giovannini-a-la-stampa-il-debito-si-riduce-con-piu-lavoro-a-donne-e-giovani"><strong>intervista</strong></a> alla <em>Stampa</em> di giovedì 29 agosto a cura di <strong>Luca Monticelli</strong>.</p>
<p><em>Domine non sum dignus</em>, ripeto. In un quadro così complesso, non posso certo indicare la strategia che verrà elaborata e discussa nelle prossime riunioni dei gruppi di lavoro dell’ASviS per essere poi espressa compiutamente nel <a href="https://asvis.it/rapporto-asvis/"><strong>Rapporto annuale</strong></a><strong> che sarà presentato in un evento nazionale il 17 ottobre</strong>.</p>
<p>Però, visto che sono qui ancora una volta con la virtuale penna in mano, penso di poter comunque dare un contributo utile, offrendo <strong>una testimonianza su fatti che mi sono capitati in questi mesi</strong> e che forse può fornire spunti utili per l’elaborazione strategica. Perché la mia è stata un’estate strana, dai gelidi (e bellissimi) mari artici alla tropicale Roma, con episodi fantozziani e sorprese non troppo gradevoli ma alla fine istruttive. Il tutto sempre accompagnato da un ritornello che mi ha martellato la testa tutte le volte che cercavo di esprimere un pensiero politico.</p>
<p><strong>“LA REALTÀ È PI</strong><strong>Ù</strong><strong> AVANTI</strong>”. Il mio tormentone dell’estate 2024, infatti, non è stata “Italodisco” dei The Kolors che non ho mai sentito ma che ChatGPT mi dice stia imperversando sulle spiagge italiane, ma invece il ritornello di <strong>Giorgio Gaber</strong> in un teatro canzone di quasi trent’anni fa, che ho riportato in apertura di questo editoriale. Un testo che forse oggi più che mai, con la decadenza delle capacità di dialogo, è interessante rileggere o riascoltare. Profetico come sempre, ci ricorda che la realtà è sempre oltre il punto dove andiamo a cercarla. Gaber prendeva spunto dalle vicende del ‘68 che egli stesso aveva vissuto e poi in parte rinnegate (non gli ideali, le pratiche), per dire che <strong>tutti i tentativi dei movimenti politici e sociali di costringere la realtà nei propri schemi interpretativi sono sempre falliti</strong>, rimasti indietro almeno di un passo rispetto all’evolversi della Storia. Dalla teoria scientifica del “Capitale” che prevedeva la rivoluzione proletaria in Inghilterra o negli Stati Uniti, cioè all’apice dell’evoluzione capitalista, per poi invece vederla scoppiare in Russia e in Cina, agli inutili slogan “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung”, che adesso sembrano così fuori dal tempo anche a chi cinquant’anni fa li gridava con convinzione sfilando nelle strade di Roma o di Milano; ma anche tanti tentativi, spesso tragici se si pensa al nazismo e al “socialismo reale”, di inquadrare e imporre una propria verità che il metaforico “uccello della realtà” provvede ben presto a irridere. Perché nella metafora di Gaber la realtà è descritta come una preda, un volatile che i cacciatori (chi fa politica, chi vuole ingabbiarla nella propria narrazione) non riescono mai davvero ad acchiappare. “<strong>Ma qual è la realtà dello sviluppo sostenibile?</strong>”, ho continuato a pensare in queste settimane. “<strong>E la stiamo cercando nel posto giusto?</strong>” Anche chi come noi è animato dalle migliori intenzioni di attuare l’Agenda 2030 dell’Onu si trova continuamente di fronte a problemi sempre nuovi e complessi. Certo questo non deve indurci a rinunciare alla “caccia” di cui parla Gaber. Ma siamo capaci di adeguare la nostra mira con sufficiente rapidità, tenendo conto dell’evoluzione della tecnologia, dei mutamenti relativamente rapidi della demografia mondiale, dei cambiamenti nel modo di sentire di miliardi di persone soprattutto giovani, e anche delle rapide modifiche delle condizioni del Pianeta? Certo, per cambiare metafora non dobbiamo “buttar via il bambino con l’acqua sporca” ma dobbiamo ripulirlo bene, questo bambino dello sviluppo sostenibile, da incrostazioni e pregiudizi ideologici di oggi che rischiano di non farlo mai riemergere bello chiaro e pulito nella sua essenzialità.</p>
<p><strong>IL PERICOLO SOMMERSO</strong>. Per navigare oltre i 60° di latitudine Nord e avvicinarsi alle acque del Circolo polare, i capitani delle navi hanno bisogno di una speciale patente artica e in certe condizioni devono anche imbarcare un <strong>“<em>iceberg pilot</em>”</strong>. Anche se oggi transatlantici e navi da crociera hanno ben altri strumenti di ricognizione rispetto ai tempi del Titanic, <strong>gli iceberg fanno ancora paura perché la parte sommersa</strong>, ben più estesa di quella che si vede galleggiare, <strong>può provocare gravi danni</strong> a qualunque imbarcazione che non abbia lo scafo attrezzato a rompighiaccio.</p>
<p>In luglio, navigando verso Nuuk in Groenlandia e guardando l’affascinante spettacolo dei tanti blocchi di ghiaccio che la corrente spinge dal Polo verso il mare del Nord e l’Atlantico, questi iceberg mi sono apparsi come una metafora: sono apparentemente piccoli e facilmente evitabili, ma non sappiamo davvero che cosa c’è sotto. Allo stesso modo siamo attrezzati per schivare le tante polemiche di scarsa sostanza che ci si parano dinnanzi nella nostra navigazione verso lo sviluppo sostenibile, ma sappiamo assai poco e <strong>poco ci occupiamo dei movimenti, degli umori negativi, delle false ideologie che sostengono la parte emersa del ghiaccio</strong> e che manterranno a galla sulla nostra rotta politici ostili nella loro ottusa retrotopia. Fino a quando, ripeto, non ci decideremo ad affrontare tutto quello che c’è sotto.</p>
<p><strong>IL TAPPETTO MALEDETTO</strong>. Di ritorno dalla mia crociera, all’aeroporto di Amburgo commetto un errore piuttosto costoso. Passato il controllo di sicurezza, acquisto una bottiglietta di acqua minerale, la bevo in parte, la richiudo e la metto nel mio zaino accanto ai miei <em>device</em> elettronici. La bottiglietta è di quelle ecologiche, col tappo nuovo che non si stacca ma che spesso non ci si accorge che non chiude bene. Infatti perde, il mio zaino è a perfetta tenuta impermeabile il che vuole anche dire che se l’acqua è all’interno lì rimane… Risultato: il mio portatile e il mio iPad vengono alluvionati, morti.</p>
<p>Quando porto i miei preziosi strumenti di lavoro al centro di assistenza di Roma, il mio referente Alessio si mette a ridere: “Non sei mica il primo, sai che strage di computer hanno fatto questi nuovi tappi…”. Insomma, tutto da buttare, spesa imprevista di qualche migliaio di euro. Per carità, tutta colpa mia e della mia disattenzione, certo non me la prendo con le direttive europee che hanno imposto questi tappi. Ma un dubbio è legittimo. Parlandone anche con altri, ho verificato che questa innovazione è molto sgradita, tanto che qualcuno taglia subito il filetto con le forbici per staccare il tappino dalla bottiglia. Mi domando: se mettiamo su un piatto della bilancia il vantaggio che il Pianeta ricaverà dalla minore dispersione della plastica dei tappi, e mettiamo sull’altro piatto l’irritazione per il disagio di una misura di questo genere, vissuta come una imposizione di una burocrazia senza alcuna condivisione e senza adeguata spiegazione, mi chiedo se alla fine l’operazione faccia inclinare il piatto verso una maggiore condivisione della sostenibilità o verso l’antipatia per i cosiddetti “ideologi del cambiamento a tutti i costi”, appellativo che vorrebbe bollare chi come noi sostiene la transizione ecologica.</p>
<p>Provo anche a rispondere: forse è solo un problema di comunicazione. Ci siamo abituati ad altre innovazioni apparentemente scomode ma necessarie, come la raccolta differenziata della spazzatura della quale ora andiamo giustamente fieri in molte zone d’Italia. È giusto anche lasciare attaccati i tappi alle bottigliette, se questo contribuisce a ridurre lo spaventoso problema dell’inquinamento della plastica in mare. Forse però, visto che qualche problema il tappeto maledettolo crea, si poteva cercare di rendere questa innovazione un po’ più simpatica spiegandone meglio l’utilità per evitare un rimbalzo negativo del supporto allo sviluppo sostenibile.</p>
<p><strong>IL PARACADUTE AGGIUNTIVO</strong>. Agosto, sono tornato nella mia casa sulle colline pisane. Per qualche giorno sono solo con la mia cagnolina, quando mi accorgo che qualcosa non va. Come ha detto di recente <strong>Oliviero Toscani</strong> parlando delle sue difficili condizioni di salute, si pensa sempre di avere trent’anni, finché un giorno o una notte non ti accorgi di colpo di averne ottanta. Il grande fotografo ha la mia stessa età, classe 1942, ma la sua botta è molto più brutta perché gli è stata diagnosticata una amiloidosi, malattia che ha quasi sempre un esito infausto (però i miei colleghi giornalisti dovrebbero smetterla di parlare di “mali incurabili” perché ogni malattia ha le sue cure, risolutive o palliative che siano).</p>
<p>Nel mio caso invece si è trattato (posso già parlarne al passato) dell’improvviso manifestarsi del rischio di una polmonite bilaterale, per fortuna bloccata in pochi giorni da una “bomba di farmaci”, ma anche questo mi ha fatto riflettere. La diagnosi, la terapia e la convalescenza in tempi così rapidi sono state possibili perché ho deciso subito di rivolgermi a una clinica privata. La sanità pubblica in Toscana a quanto mi risulta è di ottima qualità e l’ospedale di Cecina non fa eccezione, ma in quelle giornate (era il 14 agosto) sapevo che mi sarei infilato in un girone infernale senza poter chiedere miracoli, con pronto soccorso e guardie mediche ingolfate di turisti su tutta la costa. Nel giro di due giorni, a cavallo del Ferragosto, la clinica è stata in grado di organizzarmi la visita da uno specialista dei polmoni che si è seduto accanto al radiologo per guardare i polmoni ai raggi X e fatto la sua diagnosi senza neppure aspettare il referto, consentendomi così di avviare le cure senza perdere nemmeno un giorno. Ma rifletto: ho potuto rivolgermi quasi alla cieca a una struttura privata perché sapevo di avere alle spalle non solo la copertura del servizio sanitario nazionale, ma anche un’ottima assicurazione sanitaria privata, quella dei giornalisti, che avrebbe coperto in buona parte anche le migliaia di euro di un eventuale ricovero. <strong>Ma cosa avrebbe fatto al mio posto un cittadino o una cittadina senza questo paracadute aggiuntivo?</strong> Quanto tempo avrebbe richiesto l’attesa con la febbre ma probabilmente in “codice verde” in un pronto soccorso ingolfato o il contatto con una guardia medica super impegnata, poi la diagnosi, la prenotazione della visita di uno specialista e gli accertamenti radiologici nel momento in cui la diagnosi non era tale da prescrivere un ricovero? Non me ne intendo di politiche sanitarie, ho solo l’impressione di aver toccato con mano qualcosa che non funziona non solo nelle nostre strutture ospedaliere ma anche nella loro narrazione. Forse anche le contrapposizioni tra sanità pubblica e privata, la denigrazione dell’una e la demonizzazione dell’altra andrebbero riviste. Per la cronaca in totale la fattura della clinica di Rosignano marittimo per due visite specialistiche del pneumologo che mi ha anche seguito telefonicamente per un’intera settimana e per l’analisi radiografica è stata in totale di 160 euro. E questo potrebbe aprire anche un altro discorso sulle meravigliose sorprese di competenza, umanità ed onestà dei nostri territori, ma stiamo già divagando troppo.</p>
<p><strong>RITORNO AL PRESENTE</strong>. Ormai convalescente, rientro nella torrida e umida Roma dove ritrovo il gusto delle notizie. Sì, perché nelle giornate in cui ero sottoposto a una botta di antibiotici e altri farmaci “pesanti” per debellare sul nascere la malattia, non avevo perso l’olfatto come capita col Covid, ma il gusto di seguire quello che succede nel mondo. Perdita grave, per un giornalista la cui abituale dieta mediatica quotidiana si nutre di due rassegne stampa, tre telegiornali e almeno un quotidiano e una rivista straniera online. <strong>In questo ritorno al presente dopo un’assenza di qualche giorno dalla scena mondiale, mi guardo intorno e vedo molti cambiamenti.</strong> In piccolo, mi succede qualcosa che mi fa pensare al film “Goodbye Lenin” nel quale un’anziana madre, sostenitrice convinta della Germania comunista, si risveglia dal coma dopo la caduta del muro di Berlino, in un mondo totalmente diverso.</p>
<p>Nel mio caso i cambiamenti sono più piccoli, sono stato “assente” pochi giorni, ma comunque mi fanno pensare. Certo sul fronte del clima la situazione non è migliorata, anzi ci sono novità che devono metterci in allarme. <strong>L’affondamento del grande veliero <em>Bayesian</em> davanti a Palermo</strong> è quasi certamente dovuto a errori umani, ma chi va per mare ci dice che trombe d’aria, temporali improvvisi con pioggia di fulmini, venti oltre i 70 nodi (circa 130 chilometri orari) sono diventati più frequenti soprattutto nella parte occidentale del Mediterraneo, dalle Baleari (violenta mareggiata con barche affondate a Formentera il 14 agosto) all’Adriatico, con fenomeni che ricordano gli uragani che periodicamente colpiscono le isole dei Caraibi o le coste dell’Asia meridionale e dell’Australia ma che da noi erano sconosciuti. Dovremmo cominciare a pensarci seriamente.</p>
<p>Se per gli aspetti ambientali ci sono poche novità positive, per altri aspetti il mondo sembra <strong>in via di cambiamento con sbocchi sui quali dobbiamo interrogarci e che potrebbero anche darci una mano</strong>. C’è sempre la minaccia costituita da <strong>Donald Trump</strong> alle prossime elezioni americane, ma adesso <strong>Kamala Harris</strong> ha concrete possibilità di vittoria grazie a un partito democratico che nel suo nome ha ritrovato una sostanziale unità. Positivo, anche se in Italia se ne parla così poco, il processo di preparazione del Summit del futuro, che già oggi ha fatto registrare un ampio consenso internazionale su tre importanti documenti preparatori, rimettendo in moto un processo di valorizzazione delle attività multilaterali in un momento nel quale sembrava che la credibilità dell’Onu avesse toccato il punto più basso.</p>
<p>Il dramma dei Paesi più poveri non è cambiato, ma la rivolta dei giovani che in Bangladesh chiedevano la fine dei privilegi e più lavoro per le nuove generazioni ha portato <strong>al potere a Dacca</strong>, almeno temporaneamente, <strong>l’economista e premio Nobel per la pace Muhammad Yunus</strong>.</p>
<p><strong>Altre novità sono più difficili da leggere. La Francia</strong>, in fase di profondo travaglio nella formazione di un governo dopo le ultime elezioni, e <strong>la Germania</strong>, dove la maggioranza di governo è fortemente a rischio a seguito dei risultati in Sassonia e Turingia, non sembrano più in grado di porsi come nucleo fondante di un’Europa più integrata e questo potrebbe aprire nuovi spazi per l’Italia, ma anche ritardare quel processo federale che consideriamo indispensabile in prospettiva.</p>
<p>Anche sul grande scacchiere della <strong>geopolitica</strong>, in un quadro apparentemente fermo, tutto si muove. La guerra provocata da <strong>Vladimir Putin </strong>con l’invasione dell’Ucraina continua, ma <strong>l’offensiva dell’esercito di Kiev oltre il confine russo </strong>ha quanto meno cambiato i parametri di riferimento. <strong>Palestinesi e israeliani</strong> continuano ad ammazzarsi e (opinione della quale mi assumo piena e convinta responsabilità) continueranno a lungo</p>
<p> a farlo in mancanza di una gestione militare internazionale della vertenza, perché gran parte della popolazione palestinese, nutrita di risentimento e di odio ormai da tre generazioni, sta con Hamas e non è disposta ad accettare soluzioni diverse dalla cancellazione dello Stato ebraico, mentre dall’altra parte, al posto delle posizioni dialoganti del passato, ha preso consistenza una destra fanatica e anche pronta ad azioni terroristiche contro gli arabi della Cisgiordania, una destra convinta che sia suo diritto, nel nome della Torah, cacciare tutti i palestinesi dalla terra che Dio ha promesso ai figli di Abramo migliaia di anni fa. Ma anche qui si vede qualche <strong>piccolo spiraglio di fatti concreti</strong>, come la tregua per consentire la <strong>vaccinazione dei bambini palestinesi contro la poliomielite</strong>.</p>
<p>Anche sul <strong>fronte interno</strong> il mio risveglio mi porta a scoprire fatti interessanti e nuovi. Chi si sarebbe aspettato che una componente della destra italiana come Forza Italia si impegnasse con il Partito radicale sui <strong>diritti nelle carceri</strong> e su una forma più umana di accesso alla cittadinanza, come sarebbe lo <strong><em>ius scholae</em></strong>? E chi si immaginava una <strong>Chiesa italiana</strong> che scende in campo con posizioni esplicite e inattese, come le sollecitazioni di monsignor Paglia perché il Parlamento abbia il coraggio di affrontare il tema del <strong>fine vita</strong>? Anche con altre scelte esplicite la Chiesa di <strong>Francesco</strong> ha mostrato di cambiare atteggiamento mostrando minore prudenza. Per esempio, col messaggio di benedizione inviato dal Papa all&#8217;equipaggio della nave <strong>Mare Jonio</strong> e alla <strong>Fondazione Migrantes</strong> il <strong>23 agosto 2024</strong>, in occasione della partenza di una missione congiunta di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo​, manifestando in questo modo un esplicito appoggio alle attività di <strong>Luca Casarini </strong>che è tra i capi di questa operazione e che una parte della destra continua a considerare un pericoloso terrorista.</p>
<p>Ancora, simbolo di questo nuovo stile più esplicito della chiesa italiana nel dibattito politico e sociale, lo schiaffo ai fautori dell’<strong>autonomia differenziata </strong>riconoscendo che aumenterà le disuguaglianze del Paese vedendo spazio ad analisi senza precedenti sui giornali italiani sul conflitto tra i cattolici che seguono Francesco e una parte della destra che magari agita i rosari sul palco ma la pensa in tutt’altro modo.</p>
<p>Rifletto su tutte queste novità con una punta di ottimismo: “la realtà è più avanti”, come diceva Gaber, e ci pone le sfide in termini nuovi, ma mostra anche che <strong>il mondo si sta muovendo e non solo in senso negativo</strong>. Però il mio buon umore si spegne ben presto, quando in una torrida mattinata romana salgo su un taxi per farmi portare a un controllo medico e sento il tassista vomitare odio e improperi contro tutto e tutti: l’Europa e la von der Leyen, i vaccini, gli immigrati, la democrazia.</p>
<p><em>“Scusi ma allora lei che governo vorrebbe?” </em></p>
<p><em>“Basta, si fanno le elezioni e il partito che prende più voti fosse anche solo il 10% ha tutto il potere, così non ci rompono più le scatole”. </em></p>
<p>Discorsi di questo genere li sento spesso da persone che si alimentano soltanto sui social, con una selezione accuratamente negativa di quello che vedono e sentono, su YouTube, sugli scambi magari nel dark web. Come due delle mitiche scimmie nel bassorilievo ligneo del tempio giapponese di Tōshō-gū, che <strong>si coprono gli occhi e le orecchie perché non vogliono né vedere né sentire</strong>. Ma a differenza dell’immagine nel tempio che vuole raffigurare una positiva fase zen, <strong>la terza scimmia qui da noi vuole</strong> <strong>parlare, spandere inutili cattiverie anche se sa di non sapere</strong>, avvelenare il mondo con notizie false e attentati a qualsiasi tentativo di dialogo costruttivo.</p>
<p>Ecco, è con <strong>la lotta contro il diffondersi di questa mentalità</strong>, così difficile da cambiare perché è radicata in persone che appunto non vogliono né vedere né sentire, che a mio avviso si affronta la maggiore difficoltà sulla nostra rotta, anche perché né noi né i nostri aderenti e alleati siamo pienamente attrezzati a farlo. Ma usando parole grosse, credo che <strong>affrontare questo “odio sommerso” in questo momento questo sia la battaglia più importante</strong> per un futuro decente dell’umanità. Da parte mia in questo nuovo anno continuerò a fare la mia parte, ma lascio volentieri il timone a chi ha più energia e forse più visione di me.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte copertina: <a class="ImageDetails__information--link" href="https://it.123rf.com/profile_yokokenchan">yokokenchan</a>, da <a href="https://it.123rf.com/photo_49938283_nikko-santuario-tochigi-il-turismo-del-giappone.html" target="_blank" rel="noopener">123rf.com</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/dobbiamo-affrontare-una-realta-in-continuo-cambiamento-e-un-diffuso-odio-sommerso/">Dobbiamo affrontare una realtà in continuo cambiamento e un diffuso odio sommerso</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Chi combatte i “dogmi della sostenibilità” non capisce che il mondo sta cambiando</title>
		<link>https://asvis.it/chi-combatte-i-dogmi-della-sostenibilita-non-capisce-che-il-mondo-sta-cambiando/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donato Speroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jun 2024 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questa campagna elettorale è circolata una narrazione che vorrebbe ritardare la transizione ecologica per non danneggiare il sistema economico. È vero il contrario, ma farlo capire all’opinione pubblica sarà il grande impegno dei prossimi anni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/chi-combatte-i-dogmi-della-sostenibilita-non-capisce-che-il-mondo-sta-cambiando/">Chi combatte i “dogmi della sostenibilità” non capisce che il mondo sta cambiando</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quasi sessant’anni fa, quando ero capo ufficio stampa della Esso Standard Italiana (sì, nell’era dei fossili ho fatto anche questo e le grandi imprese operanti in Italia all’epoca davano fiducia a giovani poco più che ventenni), accompagnai un gruppo di giornalisti economici a visitare a uno strano impianto a Grenoble.</p>
<p>La Guerra dei sei giorni (1967) era finita da poco, Israele occupava ancora tutto il deserto del Sinai fino alla sponda del Canale di Suez. Per ritorsione, il governo egiziano aveva chiuso la via d’acqua, un blocco che sarebbe durato fino al 1975. Le compagnie petrolifere dovettero correre ai ripari e attrezzarsi con grandi navi in grado di abbattere i costi della circumnavigazione africana. Cominciò così <strong>l’epoca delle super petroliere</strong>, che oggi possono arrivare a trasportare oltre 500mila tonnellate di greggio e costituiscono terribili minacce per il futuro degli oceani. Negli anni ‘60 però, già un <em>supertanker </em>da 100mila tonnellate era considerato una nave enorme, difficili da maneggiare, anche in considerazione della ridotta elettronica di navigazione dell’epoca. Così, a Grenoble, in un laghetto attrezzato con segnali marini di vario genere, i futuri capitani di queste navi si calavano in barchette di un paio di metri che in proporzione avevano gli stessi limiti di manovrabilità di una superpetroliera, con tutte le difficoltà nel cambiare rotta, avvicinarsi a un molo ed evitare collisioni.</p>
<p>Questi ormoni alle prese con barchette impacciate mi sono tornati in mente ascoltando l’intervento di <strong>Giampiero Massolo</strong> al <strong><a href="https://asvis.it/termina-il-festival-un-patrimonio-di-partecipazione-democratica-da-valorizzare-">convegno conclusivo del Festival dello Sviluppo Sostenibile</a></strong>. Il presidente dell’Ispi, ex segretario generale della Farnesina ed ex responsabile dei nostri servizi segreti, con la sua grande esperienza geopolitica <strong>ha rovesciato l’impostazione</strong> abituale sulle strategie necessarie per raggiungere i nostri obiettivi. Siamo tutti impegnati a raccomandare ai governi e alle Nazioni Unite quello che dovrebbero fare per garantire un futuro sostenibile, ma <strong>dobbiamo considerare le difficoltà di manovra di tutti i politici nel pilotare Paesi con forti resistenze al cambiamento</strong>. Che si parli di difesa o di immigrazione, di sacrifici per combattere la crisi climatica o di interventi fiscali per una maggiore giustizia sociale, nessun leader è in grado di guidare il proprio Paese in modo adeguato ai tempi, se è condizionato dalla <strong>zavorra di un’opinione pubblica poco informata e refrattaria a nuovi sacrifici</strong>. Soprattutto in democrazia.</p>
<p>La difficoltà di manovra a mio avviso è aumentata negli ultimi tempi per vari fattori: l’insoddisfazione di vasti ceti sociali comprese le classi medie dei Paesi più avanzati, la cattiva informazione diffusa da fonti non attendibili ma ascoltate (soprattutto nei social media), la polarizzazione delle opinioni e la perdita di abitudine al dialogo con chi ha idee diverse dalle nostre, e infine una certa presunzione legata a scarse conoscenze, che induce a credere di avere soluzioni semplici (e sbagliate) per problemi complessi che richiedono compromessi e consenso.</p>
<p>Dunque, se vogliamo mettere l’Europa e l’Italia su un percorso di sviluppo sostenibile, <strong>è necessario agire su due piani</strong>: un continuo <strong>dialogo con le forze politiche</strong> per stimolarle a fare scelte coerenti e concrete, ma anche un <strong>grande impegno di comunicazione nei confronti dell’opinione pubblica</strong> per correggere quelle narrazioni che comunque paralizzano le scelte dei governi.</p>
<p>Cominciamo dal primo punto. In queste settimane l’ASviS si è fortemente impegnata perché il confronto elettorale tenesse conto dei temi della sostenibilità. In apertura del Festival, nel suo “<strong><a href="https://asvis.it/rapporto-asvis-accelerare-e-investire-subito-sulla-transizione-ecologica-conviene">Rapporto di primavera</a></strong>” ha presentato anche un’<strong><a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Pagina_Europa/Estratto_Rapporto_Primavera_2024_Par_3-4.pdf" target="_blank" rel="noopener">analisi dei programmi elettorali</a></strong> delle forze in campo per il Parlamento europeo. Nell’evento conclusivo, forte delle iniziative e dei dibattiti di oltre 1.250 eventi sul territorio di cui una trentina organizzati direttamente dall’Alleanza, sono state presentate <strong><a href="https://asvis.it/come-rendere-la-prossima-legislatura-europea-sostenibile-le-sette-proposte-asvis">sette proposte per la nuova legislatura europea</a></strong>. Il contesto auspicato, come spiegato nella quinta proposta, è quello di “attuare riforme istituzionali verso una maggiore integrazione europea, rafforzare la democrazia e la partecipazione”.</p>
<p>Pur con molte resistenze, il <strong>quinquennio della Commissione von der Leyen</strong> <strong>ha visto un significativo ma temporaneo rafforzamento dei poteri dell’Unione</strong> per far fronte a sfide impreviste come la pandemia, con l’acquisto comune dei vaccini, la necessità di rilancio dell’economia grazie al Next generation Eu finanziato con debito europeo, la guerra in Ucraina con l’intensificarsi dei discorsi sulla necessità di una politica comune nel campo della difesa. Sul piano statutario, tuttavia, queste iniziative della Commissione erano <strong>giustificate da una situazione di emergenza</strong>, perché in condizioni normali i singoli Stati avrebbero dovuto provvedere autonomamente a queste esigenze. L’emergenza però è diventata normalità: <strong>si è visto che una Commissione forte è necessaria</strong>, non per imporre le regole sulle dimensioni delle vongole, come dicono i detrattori dell’Unione con qualche ragione sugli eccessi burocratici del passato, ma per far fronte a situazioni che gli Stati nazionali da soli saranno sempre meno in grado di affrontare.</p>
<p>Coltiviamo dunque la speranza che dalle urne domenica sera possa uscire un’Europa più forte e democratica, con istituzioni più efficaci. Ma l’altro grande lavoro che ci aspetta, l’impegno più difficile, comincia all’indomani delle elezioni perché <strong>è necessario aprire un dialogo con l’intera opinione pubblica e sfatare convinzioni purtroppo radicate</strong>.</p>
<p>In queste settimane abbiamo visto confrontarsi <strong>due tesi sulla transizione ecologica</strong>. Lasciamo da parte le boutade di chi dice che caldo e freddo si sono sempre alternati, così come la pioggia e la siccità: sciocchezze smentite ormai da migliaia di scienziati che da tempo ci avvertono dei rischi che corre la nostra civiltà per una crisi climatica senza precedenti da migliaia di anni. Il confronto “serio” è invece tra due tesi che riconoscono entrambe che è in corso un aumento delle temperature di origine antropica. La <strong>prima tesi</strong>, quella alla base dell’impegno dell’Alleanza, si può riassumere nel titolo dell’articolo di <strong>Gian Antonio Stella</strong> sul <em>Corriere della sera</em> tutto verde il 5 giugno, Giornata dell’ambiente: “<strong>La Terra non può attendere</strong>”. I ghiacciai si stanno sciogliendo, molti grandi laghi si stanno prosciugando, i mari si innalzano e milioni di persone devono lasciare le proprie terre: è evidente che l’umanità ha di fronte a sé un problema gravissimo, non solo ambientale ma sociale, da affrontare con priorità assoluta, cambiando il proprio modello produttivo, abituandosi a vedere le sfide in modo globale e solidale, ponendo le basi di una “giusta transizione” che tuteli anche le persone (si pensi alla grande industria dei fossili) che potrebbero essere svantaggiate dalle nuove scelte.</p>
<p><strong>La seconda narrativa considera “ideologica” e “dogmatica” questa impostazione</strong>. Non nega la crisi climatica, ma sostiene che quanto si potrà fare deve tener conto di un vincolo: rispettare le esigenze dell’attuale assetto produttivo e delle forze di lavoro che vi sono impiegate. Insomma, “<em>adelante Pedro con juicio, si puedes”, </em>andiamo piano per non fare arrabbiare ulteriormente una folla (nel caso nostro una platea elettorale) già imbufalita. <strong>Una posizione legittima ma miope</strong>, <strong>che si basa su due assunti</strong>: il primo è che <strong>le politiche di mitigazione della crisi climatica saranno comunque inefficaci</strong> perché non si riuscirà a coinvolgere pienamente i Paesi emergenti e in via di sviluppo, che sono quelli nei quali crescerà maggiormente il fabbisogno di energia nei prossimi anni e che sono poco disposti a utilizzare fonti pulite più costose, considerando che i Paesi più ricchi sono responsabili di gran parte dei gas serra attualmente disciolti nell’atmosfera. Il secondo assunto si basa su una fideistica<strong> speranza nell’evoluzione tecnologica</strong>: oggi accelerare le soluzioni costerebbe sacrifici, meglio aspettare perché domani, con il mitico “nucleare di nuova generazione”, la cattura del carbonio sotto terra, magari interventi di geoingegneria per togliere la CO2 dell’atmosfera, i nostri problemi potrebbero essere risolti senza troppa fatica.</p>
<p><strong>È facile confutare queste affermazioni. </strong>La necessità di una accelerata mitigazione climatica è avvertita in tutto il mondo, anche se giustamente i Paesi nuovi chiedono un indennizzo per i danni che stanno subendo e un aiuto per la transizione alle energie rinnovabili; le tecnologie “verdi” in buona parte già esistono ma non sono applicate adeguatamente se non cambiano gli indirizzi della politica e della finanza. Del resto, gli scenari elaborati dall’ASviS con Oxford Economics al 2030 e al 2050 mostrano la convenienza di una transizione accelerata.</p>
<p>In sostanza, la tesi dei “frenatori” si basa su una inversione della “variabile indipendente”: per loro, l’attuale sistema economico e sociale è l’elemento principale al quale si devono adeguare i tempi della transizione ecologica; per noi invece è il tempo della crisi ambientale, economica e sociale l’elemento determinante che deve imporre i necessari mutamenti del sistema economico. Per esempio, la narrazione “prudente” vorrebbe togliere il vincolo alle immatricolazioni di auto a motore endotermico in Europa dal 1935, per salvaguardare la filiera di produzione delle attuali vetture; chi invece difende gli impegni già assunti in Europa per la transizione ecologica fa presente che in oltre dieci anni, se lo si vuole, sarà certamente possibile attuare una politica industriale che riconverta le imprese e salvaguardi i lavoratori di questa filiera.</p>
<p>Dobbiamo ammettere, però, che <strong>la narrazione &#8220;prudente&#8221; ha fatto breccia nell&#8217;opinione pubblica</strong> minacciando anche di cancellare gli impegni europei già assunti con il Green deal. Ed è qui appunto che bisogna agire. Va aggiunto però che non si tratta di una battaglia contro i mulini a vento: a fronte di scetticismo, diffidenza e paura di esporsi da parte di molti leader politici, <strong>si è visto dal nostro Festival che milioni di persone avvertono non solo l’urgenza dei problemi, ma anche la necessità di impegnarsi.</strong></p>
<p>Anche le <strong>imprese</strong> affrontano il futuro con strategie nuove. Già da qualche anno la sostenibilità è entrata con forza nei programmi proposti alle imprese dalle società di consulenza: criteri Esg (<em>environment, social, governance</em>), bilanci di sostenibilità, obblighi di reporting non finanziario hanno imposto alle aziende di acquisire competenze nuove. Da qualche tempo anche la parola “futuro” si sente più spesso nei consigli di amministrazione perché le aziende si preoccupano degli scenari in rapido cambiamento. Non è un caso che il pubblico dell’assemblea annuale dell’Afi (Associazione futuristi italiani) non era composto da stralunati maghi con il cappello a punta e la sfera di cristallo, ma da consulenti di <em>strategic foresight.</em> E lavorare sul futuro significa anche prendere in considerazione le scelte necessarie contro la crisi climatica e i suoi impatti sociali.</p>
<p>Molte forze, dunque, si stanno muovendo, ma <strong>l’opinione pubblica poco informata</strong>, timorosa, fuorviata da chi ne vuole strumentalizzare i timori, <strong>resta lo “zoccolo duro” sul quale è necessario intervenire</strong>, facendo capire che in palio non c’è la vita di lontani posteri, ma già l’immediato domani nostro e dei nostri figli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte copertina: <a class="ImageDetails__information--link" href="https://it.123rf.com/profile_varavin88">varavin88</a>, da 123rf.com</p>
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<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/chi-combatte-i-dogmi-della-sostenibilita-non-capisce-che-il-mondo-sta-cambiando/">Chi combatte i “dogmi della sostenibilità” non capisce che il mondo sta cambiando</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>I valori dell’Occidente non sono più credibili se non si riducono le disuguaglianze</title>
		<link>https://asvis.it/i-valori-delloccidente-non-sono-piu-credibili-se-non-si-riducono-le-disuguaglianze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donato Speroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Apr 2024 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le guerre in corso hanno rinsaldato i legami tra le nazioni del G7, ma hanno evidenziato la divaricazione dai Paesi emergenti. Per ricucire la tela dell’Agenda 2030 e del multilateralismo serve un’Europa con capacità di leadership.</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/i-valori-delloccidente-non-sono-piu-credibili-se-non-si-riducono-le-disuguaglianze/">I valori dell’Occidente non sono più credibili se non si riducono le disuguaglianze</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La linea del cambiamento di data passa nello stretto di Bering tra le due isole Diomede. Se a mezzogiorno dalla Grande Diomede, che appartiene alla Russia, si attraversano i quattro chilometri di gelido mare per approdare nella Piccola Diomede che fa parte dell’Alaska, si dovranno aggiornare gli orologi a poco dopo le tredici del giorno precedente.</p>
<p><strong>Per i geografi, la linea del cambiamento di data segna il confine tra Occidente e Oriente.</strong> Dal punto di vista geopolitico però dovremmo spostarci di almeno tre fusi orari per includere anche il Giappone e la Corea del sud, se non l’Australia, perché per “Occidente” si intende l’insieme di Paesi ricchi, industrializzati, uniti da valori comuni. La scelta di rafforzare i legami di questa comunità nacque da un’idea del presidente francese <strong>Valéry Giscard d&#8217;Estaing</strong>, in collaborazione con il cancelliere tedesco <strong>Helmut Schmidt</strong>. Il primo G6, tra Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Giappone si riunì nel castello di Rambouillet, in Francia, dal 15 al 17 novembre 1975. L’anno dopo l’incontro fu esteso al Canada e nel 1998 alla Russia, quando si sperava che Mosca tendesse ad assimilarsi all’Occidente; ma queste speranze furono deluse e nel 2014, dopo l’invasione della Crimea, la Russia fu espulsa e <strong>il G8 divenne definitivamente G7</strong>.</p>
<p>Il significato di questa unione si è però evoluto negli anni, così come l’importanza dell’altra grande alleanza dell’Occidente, di tipo militare: la Nato. Nel 2019, in una intervista all’<em>Economist</em>, il presidente francese <strong>Emmanuel Macron</strong> <strong>decretò la “morte cerebrale” della Nato</strong>: l’Europa si sentiva sempre più distante dagli Stati Uniti presieduti da <strong>Donald Trump</strong>. Ma le cose cambiarono radicalmente con l’invasione russa dell’Ucraina. La Nato fu rivitalizzata estendendosi anche a Svezia e Finlandia e si è tornati a parlare di <strong>Occidente come di un insieme di Paesi uniti da forti legami</strong> politici, economici e culturali. In questo anno di crisi e di presidenza italiana del G7, le riunioni urgenti convocate on line da <strong>Giorgia Meloni </strong>con gli altri leader sono un segno della riacquistata importanza di questa “comunità delle democrazie”.</p>
<p>L’invasione dell’Ucraina ha portato però a una constatazione allarmante, che denota <strong>una nuova situazione geopolitica</strong>: non solo la Cina, ma anche molti altri Paesi importanti non si sono mostrati disposti a seguire Stati Uniti ed Europa sulla strada delle sanzioni contro la Russia. Tra gli altri, Brasile, India e Sudafrica, membri con Russia e Cina del <strong>gruppo dei</strong> <strong>Brics</strong> che sta cercando di dotarsi di strutture alternative a quelle che considera dominate dall’Occidente, per esempio paralizzando la riforma del Fondo monetario internazionale (Fmi) per dare invece un ruolo crescente nell’aiuto ai Paesi in via di sviluppo alla New development bank controllata appunto dai Brics.</p>
<p>La guerra in Medioriente ha accentuato ulteriormente questo contrasto: anche i governi dei Paesi arabi più moderati hanno dovuto fare i conti con masse islamiste che proclamavano la volontà di cancellare Israele ed estendere la Palestina “dal Giordano al mare”, mentre sentimenti analoghi si sono diffusi anche tra i giovani dei Paesi occidentali. L’appoggio alla Palestina è andato aldilà delle giuste reazioni per gli accessi di Israele a Gaza, dimenticando la strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre. È tornata ad affermarsi una tendenza, sottolineata da molti commentatori, a <strong>mobilitarsi molto più facilmente per cause antiamericane e antioccidentali</strong>, che non per i misfatti di dittatori ed autocrati, dall’Iran alla stessa Russia. Per esempio, per il dissidente russo <strong>Aleksei Navalny</strong> o per il rapper iraniano <strong>Toomaj Salehi </strong>condannato a morte in questi giorni solo per i testi delle sue canzoni.</p>
<p><strong>L’Occidente sta perdendo la sua partita?</strong> Il crollo dell’Urss nel 1991 sembrò segnare “la fine della storia” con l’affermarsi universale dei valori liberali, ma poi le cose non sono andate così. Del resto, se anche guardiamo alle vicende militari degli ultimi 80 anni, <strong>la storia segna continui arretramenti</strong>, dall’armistizio in Corea (con la nascita della Corea del Nord) al Vietnam, dall’Afghanistan alla cacciata dei soldati francesi dalle ex colonie del Sahel. E i Paesi dove si è cercato di intervenire per “portare la democrazia”, come in Libia e in Iraq, si sono trasformati in modo ben diverso dalle aspettative, con divisioni sanguinose e regimi interni poco favorevoli all’Occidente.</p>
<p>La crisi in corso riflette <strong>anche una divaricazione nella percezione delle priorità di vita</strong>. In un’inchiesta dell’agosto scorso, <em>l’Economist</em> ha segnalato che “i valori dell’Occidente stanno sistematicamente allontanandosi da quelli del resto del mondo”. L’articolo parte da questa premessa: nel 1981 il 40% della popolazione mondiale viveva in condizioni di povertà estrema; quarant’anni dopo, questa percentuale si è ridotta all’8%. Si riteneva che con la crescente ricchezza si verificasse una convergenza verso i valori dei Paesi più avanzati, identificati nel secolarismo (prevalenza della fiducia nella scienza rispetto alle fonti tradizionali del sapere) e nella capacità di autoaffermazione rispetto alla ricerca di protezione all’interno della propria comunità. Invece questo non sta avvenendo. L’analisi si basa sul World values survey (Wvs), “la più grande indagine sociale del mondo” nata su iniziativa del sociologo <strong>Ronald Inglehart</strong> dell’Università del Michigan, scomparso nel 2021.</p>
<p><em>Ogni cinque anni circa, i ricercatori scendono in campo per intervistare, secondo l’ultimo conteggio, quasi 130mila persone in 90 Paesi, ma l’ultima ondata di risultati, che copre il periodo 2017-2022, non ha confermato se non in parte l’idea che i valori di base tendono a convergere quando la gente diventa più ricca. In modi significativi, le differenze di comportamenti della gente nelle diverse parti del mondo sembrano aumentare.</em></p>
<p>Il principale risultato dell’indagine colloca le nazioni, in base alle risposte prevalenti, su un asse cartesiano secondo le due scale di valori precedentemente citate. Da un’indagine all’altra si nota un <strong>concentrarsi dei Paesi in due insiemi</strong>: in alto a destra (fiducia nella scienza e nelle capacità individuali) i Paesi occidentali più ricchi; in basso a sinistra gran parte degli altri, dove prevale invece l’obbedienza all’autorità religiosa e politica e la fiducia nella protezione offerta dal clan o dalla comunità, con diffidenza verso il “diverso”, che si tratti di uno straniero, di un omosessuale o di un appartenente a un’altra minoranza.</p>
<p><em>Che significa tutto questo in termini di “valori universali”? La Wvs implica che i valori secolari e liberali non sono più “universali” dei valori religiosi e di soggezione all’autoritarismo. Questi due sistemi di valore si collocano ai poli opposti dello stesso spettro di opinioni ed entrambi esprimono le modalità nelle quali la gente si adatta alle circostanze, sicure o insicure che siano.</em></p>
<p><strong>L’accentuarsi delle contrapposizioni geopolitiche mette a repentaglio tutta la costruzione internazionale basata sul multilateralismo.</strong> Nonostante gli sforzi del segretario dell’Onu <strong>António</strong> <strong>Guterres</strong> che spera di far ragionare i leader mondiali nel Summit del futuro previsto per settembre, sembra difficile ottenere un impegno concreto sia per perseguire efficacemente gli Obiettivi dell’Agenda 2030 (che richiederebbero un notevole esborso finanziario verso i Paesi in via di sviluppo, come Guterres non si stanca di ricordare), sia per avviare un processo di revisione concertata di obiettivi comuni per i prossimi decenni.</p>
<p>Certamente dobbiamo abituarci a fare i conti con un equilibrio diverso, perché i prossimi anni non saranno più caratterizzati dalla prevalenza dell’Occidente politico. Tuttavia <strong>è difficile pensare che la tela del multilateralismo</strong>, indispensabile per costruire un mondo pacifico e sostenibile, <strong>possa essere riannodata senza una convergenza di valori fondamentali</strong>. Il tema è complesso e non ho alcuna pretesa di fornire una ricetta completa, ma vorrei suggerire alcuni spunti di riflessione.</p>
<p>Innanzitutto, penso che <strong>l’Occidente dovrebbe riesaminare il modello economico che ha proposto al resto del mondo</strong>. La globalizzazione e la finanziarizzazione senza confini hanno migliorato il tenore di vita di miliardi di persone, tanto che oggi si stima che quasi la metà della popolazione mondiale possa essere considerata “classe media”. Sono però cresciute le disuguaglianze tra i Paesi e all’interno di essi. Se anche la povertà estrema si è ridotta, varie forme di deprivazione affliggono l’altra metà del mondo e cancellano le speranze di miglioramento.</p>
<p>C’è un calcolo che a mio avviso è illuminante. Sappiamo che il prodotto interno lordo (Pil) non è più una misura adeguata del benessere collettivo, ma sappiamo anche che senza un reddito adeguato non può esserci benessere. Secondo i dati del Fondo monetario, il Pil mondiale nel 2024 ammonterà a quasi 110mila miliardi di dollari, al cambio attuale un po’ più di 100mila miliardi di euro. Se dividiamo questa cifra per la popolazione complessiva (otto miliardi) otteniamo un Pil pro capite di circa 12mila euro. Anche aggiustando questa stima per tenere conto degli effettivi poteri di acquisto delle diverse monete, si può arrivare alla conclusione che <strong>la ricchezza che si produce annualmente nel mondo, se distribuita con più equità, sarebbe sufficiente per garantire una vita “decente” per tutti</strong>. Ma siamo ben lontani da politiche orientate in questa direzione. Anche se si tratta dello stesso modello adottato dalle nuove borghesie dei Paesi emergenti, il nostro modo di vivere e di consumare è considerato cieco ed egoista da chi ne è escluso. E questa divaricazione potrebbe accentuarsi nei prossimi anni, anche per effetto della crisi climatica e di una competizione sempre più aspra per accaparrarsi le limitate risorse del pianeta.</p>
<p>La seconda considerazione che vorrei proporre è che <strong>gli Stati Uniti non possono più essere considerati il portabandiera dei valori in cui crediamo</strong>. Sul <em>Corriere della Sera</em> <strong>Federico Rampini</strong> ha presentato un quadro a tinte fosche della situazione americana, sottolineando tra l’altro che “l’epicentro della contestazione si trova in atenei da settantamila dollari di retta annua”. Una situazione che può indurre i più poveri, anche se neri o ispanici, a votare per Donald Trump, come accadde nel 1968, quando le manifestazioni per il Vietnam finirono col favorire la vittoria del repubblicano <strong>Richard Nixon</strong>. Ma anche se questo timore non si avverasse, <strong>l’America di oggi appare come una nazione stanca e divisa</strong>, che non a caso esprime film come “Civil war”, capace ancora (per ora) di un grande sforzo militare a sostegno degli alleati ma priva di leadership globale. <strong>L’Europa avrebbe una grande occasione per riempire questo vuoto</strong>, non solo come “campionessa dello sviluppo sostenibile”, come l’ASviS auspica da sempre, ma anche per allacciare un dialogo più costruttivo con il resto del mondo. Il presupposto però sarebbe una maggiore unità e capacità di decisione. <a href="https://futuranetwork.eu/interventi-e-interviste/638-4488/draghi-letta-e-giovannini-su-competitivita-e-investimenti-sociali-per-il-futuro-delleuropa">Nell’incontro di alto livello di La Hulpe</a>, gli italiani <strong>Mario Draghi</strong>, <strong>Enrico Letta</strong> ed <strong>Enrico Giovannini</strong> hanno delineato il percorso per il rafforzamento dell’Unione europea e una sua maggiore presenza sulla scena mondiale. Ma tutto è affidato al responso dei popoli del nostro continente nelle prossime elezioni.</p>
<p><strong>Infine, una riflessione che riguarda i giovani</strong>. L’<em>Economist </em>(ho citato spesso questo giornale, che mi sembra particolarmente riflessivo sui temi di tendenza) <a href="https://futuranetwork.eu/news/534-4486/gli-zoomers-piu-ricchi-dei-millennials-e-dei-boomers-guardano-al-lavoro-in-modo-diverso">ha pubblicato due articoli sugli <em>zoomers</em></a>, la generazione dei nati dal 1998 al 2012. Il quadro che traccia coincide solo in parte con la situazione italiana ma è molto interessante. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, i giovani hanno un alto tasso di occupazione, guadagnano più delle generazioni precedenti alla stessa età, scelgono prevalentemente facoltà scientifiche e tecnologiche e possono permettersi un diverso atteggiamento nei confronti del lavoro perché sanno che le occasioni comunque non mancano. Anche la considerazione diffusa nei Paesi più ricchi che la nuova generazione avrà una vita peggiore di quella dei genitori viene ridimensionata.</p>
<p><em>Questa narrativa trascura un fatto importante: circa quattro quinti dei giovani dai 12 ai 27 anni vive in Paesi in via di sviluppo. Grazie alla crescita e alla diffusione delle tecnologie, i ragazzi in posti come Giacarta, Mumbai o Nairobi stanno molto meglio di come stavano i loro genitori, sono più ricchi, più sani e più istruiti; quelli che dispongono di uno smartphone sono più informati e connessi. Non c’è da stupirsi che in un’indagine dell’Onu del 2021, i giovani dei Paesi emergenti erano più ottimisti rispetto ai loro coetanei dei Paesi ricchi.</em></p>
<p>La rivista britannica aggiunge che la generazione Z è più sensibile ai temi riguardanti la crisi climatica e che questo potrà avere un impatto sugli equilibri politici del futuro, ma mano che gli <em>zoomers</em> raggiungeranno l’età del voto. <strong>La nuova generazione</strong>, sicura di sé, irriverente (la copertina della rivista mostra un adolescente con l’apparecchio dentale e la lingua fuori) e sensibile a valori universali <strong>potrebbe essere una leva importante per accelerare il cambiamento</strong>.</p>
<p>Insomma, siamo di fronte a un quadro geopolitico complesso, con forti divaricazioni tra i Paesi e all’interno di essi, senza un’effettiva capacità di leadership per affermare un nuovo ordine mondiale basato sulla democrazia, il rispetto dei diritti e dei bisogni di tutti, compatibile con i limiti del pianeta. <strong>Abbiamo bisogno di idee nuove, coraggio politico e attenzione ai giovani</strong>: un programma difficile, ma la posta in gioco è molto alta e la partita si gioca in questi anni cruciali.</p>
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		<title>In un mondo che invecchia, gli anziani non possono essere soltanto un peso</title>
		<link>https://asvis.it/in-un-mondo-che-invecchia-gli-anziani-non-possono-essere-soltanto-un-peso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donato Speroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Mar 2024 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla fine di questo secolo per ogni persona che compirà ottant’anni ci sarà un solo neonato. La scommessa del futuro sarà come mantenere gli anziani nella popolazione attiva. E per l’Italia si pongono problemi urgenti.</p>
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<p>L’anno della svolta potrebbe essere il <strong>2064</strong>, esattamente tra quarant’anni. <strong><a href="https://futuranetwork.eu/news/534-4435/demografia-dal-2064-potrebbe-cominciare-il-declino-della-popolazione-mondiale-" target="_blank" rel="noopener">Secondo diversi studi</a></strong>, per quella data <strong>la popolazione mondiale raggiungerà il picco, stimato attorno ai 10,9 miliardi</strong>, per poi cominciare a decrescere. La ragione principale del calo è la brusca diminuzione della fecondità femminile: in tutto il mondo si fanno meno figli e questa propensione per famiglie più piccole sta arrivando anche in Africa dove fino a poco tempo fa la media era di sei figli per donna.</p>
<p>Per avere un’idea dell’entità della svolta, si pensi che attualmente nascono sette bambini per ogni persona che compie ottant’anni; nel 2100 invece si stima che ci sarà una sola nascita. E gli ottantenni del 2100 avranno di fronte a sé una speranza di vita di almeno altri 10 anni, non necessariamente in cattiva salute se sono vere le previsioni degli studiosi di futuri per i quali <strong>siamo prossimi a </strong><a href="https://futuranetwork.eu/news/534-3884/kurzweil-raggiungeremo-limmortalita-biologica-entro-il-2030" target="_blank" rel="noopener"><strong>raggiungere l’immortalità biologica</strong></a>, cioè la capacità di combattere non solo le malattie (per arrivare comunque a una situazione di decrepitezza attorno ai 90 anni e al limite massimo della vita attorno ai 110), ma anche l’invecchiamento cellulare, prolungando quindi non solo la vecchiaia, ma l’età adulta in piena salute.</p>
<p>Molti temono che il calo demografico e l’aumento dell’età media possano tradursi in <strong>una minore vitalità dell’umanità</strong> in termini sia di creatività sia di dinamica del sistema economico sostenuto dalle dimensioni della domanda globale. D’altra parte un’umanità più ridotta, con consumi minori e con una produttività fortemente supportata dalle macchine come possiamo immaginare che sarà il mondo del 2100, potrebbe forse vivere meglio e garantire un minore stress sul Pianeta così tanto maltrattato in questo 21esimo secolo.</p>
<p>Anche se guardiamo a orizzonti più vicini, <strong>il quadro demografico è comunque rivoluzionario rispetto alla situazione attuale</strong>: popolazioni più anziane, soprattutto nei Paesi più sviluppati, drastiche riduzioni del numero degli abitanti in nazioni importanti come Giappone e Corea (ma anche Cina), economie che si restringono. Le ricette per far fronte a queste tendenze insistono sulle politiche a favore della famiglia per favorire la natalità, certamente necessarie ma non risolutive, su una gestione controllata ma consistente dell’immigrazione (tema politico scottante, che si tende ad accantonare nel dibattito), ma raramente si concentrano sulla <strong>condizione degli anziani</strong>, generazione sempre più numerosa e influente: come garantire a tutti una vita “decente” e quale può essere il ruolo nella società di questa gran massa di “vecchi” considerati finora un peso a carico della società.</p>
<p>La maggiore consistenza numerica e le migliori condizioni di salute della popolazione in età anziana porteranno a <strong>ridefinire anche il</strong> <strong>rapporto tra lavoro e pensionamento</strong>. La consistenza della popolazione considerata “in età attiva” abbraccerà anche una fascia significativa di popolazione più anziana rispetto ai canonici 65 anni che più o meno in tutto il mondo sono considerati l’età del pensionamento. Ci sono certamente lavori logoranti che devono essere abbandonati a quell’età o anche prima, ma ce ne sono molti altri che invece possono essere svolti anche oltre quella soglia. Inoltre la ricchezza di un Paese non è fatta soltanto dai lavori retribuiti che entrano a far parte del conteggio del Prodotto interno lordo, ma anche della rete di <strong>attività di volontariato</strong>, spesso svolte dagli anziani.</p>
<p>Si pone dunque il problema di <strong>come valorizzare al meglio questa consistenti fasce della popolazione</strong>. Serviranno nuove modalità di transizione tra lavoro e pensione, magari con facoltà estesa di lavorare part-time; normative di valorizzazione del volontariato, ma anche attività di formazione continua per far sì che chi deve abbandonare il lavoro svolto nella prima parte della vita possa essere attrezzato per altre attività utili per la società e anche per sé stesso, per la propria soddisfazione.</p>
<p><strong>L’Italia è tra i Paesi che devono affrontare con maggiore attenzione il problema dell’invecchiamento</strong> <strong>della popolazione </strong>non solo perché il nostro indice di fecondità è tra i più bassi d’Europa, ma anche perché il Paese è sempre meno attrattivo: come ricorda <a href="https://futuranetwork.eu/studi-sul-futuro/713-3823/litalia-nel-2032-inevitabilmente-piu-anziana-e-meno-popolosa" target="_blank" rel="noopener">una ricerca dell’Italian Institute for the future</a>, il 35,8% dei ragazzi italiani vede il proprio futuro fuori dall’Italia, percentuale che sale al 48,4% per le ragazze. Ed è poco interessante anche per gli stranieri, che vedono l’Italia più come Paese di transito anziché di insediamento.</p>
<p>Se poi spingiamo lo sguardo al 2050, si prevede che per quella data sei persone su dieci avranno più di sessant’anni. Se non riusciremo a <strong>valorizzare l’apporto degli anziani nella popolazione attiva</strong> si creerà una tensione difficilmente sostenibile sulla popolazione in età da lavoro che dovrà mantenere un numero troppo elevato di pensionati.</p>
<p><strong>C’è poi il problema molto attuale degli</strong> <strong>anziani non autosufficienti</strong>, un numero inevitabilmente destinato a crescere con l’invecchiamento della popolazione. <strong><a href="https://asvis.it/rapporto-2023/">Il Rapporto annuale 2023</a></strong> dell’ASviS ne sottolineava l’importanza. Tra le riforme volte a incidere sulle disuguaglianze e sulla qualità dell’accesso ai servizi essenziali il Rapporto sottolineava che </p>
<p><em>La riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti segna un passo importante nella direzione di un sistema di welfare unitario e integrato. Secondo l’Istat, si tratta di 3,8 milioni di anziani con disabilità di natura fisica e/o mentale, destinati ad aumentare nei prossimi anni. La riforma, se ben disegnata attraverso i necessari decreti legislativi e un corrispondente incremento delle risorse pubbliche dedicate, oltre a migliorare la qualità della vita degli anziani potrà anche promuovere un miglioramento della libertà sostanziale di milioni di donne, sulle quali grava primariamente l’impegno familiare di assistenza.</em></p>
<p>Tuttavia, dopo la legge 33 varata nel marzo 2023, i primi passi per l’attuazione sono controversi. Su <em>La Repubblica,</em> <strong>Linda Laura Sabbadini</strong> ha definito il decreto attuativo della legge 33/2023 “un passo indietro”:</p>
<p><em>Un Decreto attuativo che cosa dovrebbe fare? Rendere operativa la legge, garantirne la sua attuazione sia in termini finanziari che di meccanismi attuativi. E invece no. Questo decreto legislativo rimanda ad una infinità di Decreti di ministeri, da quello dello Sport, a quello del Lavoro e politiche sociali, a quello delle Infrastrutture e chi più ne ha più ne metta. Prima si fa propaganda, varando le leggi, poi non si va avanti con il decreto attuativo, non le si finanzia e si lascia tutto sulla carta e così la legge si trasforma in una lunga serie di petizioni di principio, importanti per carità, ma non attuabili. La domiciliarità delle cure e dell&#8217;assistenza, elemento fondamentale per lo sviluppo della qualità della vita delle persone non autosufficienti, rimane sostanzialmente quella che è attualmente. L&#8217;housing sociale, così importante, accoglie nuove definizioni, ma non si attiva nessun meccanismo per attuarlo. E soprattutto non si garantisce la vera integrazione dell&#8217;assistenza sociale e sanitaria. </em></p>
<p>Materiali critici sull’attuazione della riforma sono stati elaborati anche dal <strong><a href="https://www.pattononautosufficienza.it/decreto-legislativo/#s5_proposta" target="_blank" rel="noopener">Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza</a></strong>, che riunisce numerose organizzazioni impegnate su questi temi, alcune delle quali aderenti all’ASviS.<em> </em></p>
<p>È più possibilista, sul <em>Giornale</em>, monsignor <strong>Vincenzo Paglia</strong>, presidente della Commissione per l&#8217;attuazione della riforma dell&#8217;assistenza sanitaria e sociosanitaria alla popolazione anziana, presso il ministero della Salute:</p>
<p><em>La questione vera è la nuova vision che la legge propone, ossia il completo rovesciamento di paradigma nelle politiche per le persone anziane. Lo riassumo in tre punti: 1) Integrazione degli aspetti sociali, sanitari e assistenziali, oggi completamente separati ognuno in domini acefali e senza comunicazioni degli altri; 2) Presa in carico continuativa della assistenza domiciliare, oggi ridotta a pura prestazione per 18 ore l&#8217;anno per assistito bisognoso; 3) Approccio complessivo a tutta la popolazione anziana, avendo affiancato al concetto di non autosufficienza quello della fragilità, molto più operativo e utile nella prevenzione.</em></p>
<p>Paglia conclude:</p>
<p><em>In verità, questa stessa legge, che ha una doppia paternità sociale e sanitaria, all&#8217;inizio appariva impossibile. Ed oggi è una realtà. Le sperimentazioni locali sono la via maestra, graduale e progressiva, per l&#8217;attuazione della riforma che da anni si attende. Deve restare salda la volontà politica per i prossimi anni. E su questo vigileremo!</em></p>
<p>Ci siamo soffermati sul problema degli anziani non autosufficienti perché questa è la questione di attualità in Italia, da affrontare, come dicono gli esperti, con <strong>finanziamenti adeguati</strong> (Paglia fa presente che la legge prevedeva stanziamenti per 1,1 miliardi, mentre per il 2024 e 25 sono a disposizione soltanto 500 milioni), con <strong>coraggiose sperimentazioni</strong>, ben consapevoli della gradualità e della complessità delle situazioni, ma anche con una visione complessiva su questa Italia del futuro con i capelli bianchi, dove gli anziani, tutti gli anziani, sono certo più fragili dei giovani ma non possono essere considerati un peso e vanno aiutati perché continuino ad essere <strong>una risorsa per la società</strong><em>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte copertina: <a class="ImageDetails__information--link" href="https://it.123rf.com/profile_oneinchpunch">oneinchpunch</a>, da <a href="https://it.123rf.com/photo_153269139_gruppo-di-anziani-che-fanno-un-picnic-al-parco-e-si-divertono.html" target="_blank" rel="noopener">123rf.com</a></p>
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		<title>Crediamo nel dialogo intergenerazionale, ma ai giovani interessa parlare con noi?</title>
		<link>https://asvis.it/crediamo-nel-dialogo-intergenerazionale-ma-ai-giovani-interessa-parlare-con-noi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donato Speroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Mar 2024 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://asvis.it/crediamo-nel-dialogo-intergenerazionale-ma-ai-giovani-interessa-parlare-con-noi/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ci sono ventenni colti ed impegnati, ma abbiamo lasciato che una parte consistente della cosiddetta “generazione Z” crescesse nella superficialità e nel disagio. Eppure, senza il suo apporto è impossibile costruire un mondo sostenibile.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Come facciamo a occuparci dei posteri? Che cosa sappiamo di loro?</em></p>
<p>La domanda è meno divertente di quella posta da Marx (Groucho: “perché dovremmo occuparci dei posteri? Che cosa hanno fatto loro per noi”?), ma è certo più fondata. Mai come oggi, mi sembra, abbiamo la <strong>sensazione di un profondo distacco tra le generazioni</strong>, tanto che è difficile immaginare le caratteristiche di chi raggiungerà l’età matura tra dieci o vent’anni.</p>
<p>Intendiamoci, tutti noi possiamo trovare conforto pensando ai nostri figli e nipoti (ogni scarrafone…) e sperare che non dimentichino il nostro bagaglio di cultura e di valori. Ma se guardiamo alle caratteristiche complessive della generazione Z (nata a cavallo tra la fine del 20° e l’inizio del 21° secolo), della successiva generazione Alpha o ci chiediamo come saranno le Beta e Gamma, è facile avvertire che siamo di fronte a <strong>un’umanità “diversa”, una diversità che in molti casi ci mette a disagio e ci interroga sul futuro.</strong> È ovvio che parliamo di generalizzazioni ma, scusate il bisticcio, si tratta di generalizzazioni generalmente avvertite.</p>
<p>Anche i giovani impegnati nelle associazioni per lo sviluppo sostenibile, come quelli che partecipano al <strong><a href="https://asvis.it/gruppo-di-lavoro-trasversale-organizzazione-giovanili/">Gruppo di lavoro “Organizzazioni giovanili”</a></strong> dell’ASviS, ci avvertono che c’è un <strong>80% del mondo giovanile che resta impermeabile a forme concrete di impegno per un futuro migliore</strong>. Dunque non parliamo dei giovani privilegiati per censo e per cultura  e neppure dei giovani del team ASviS e dei tanti impegnati a vario titolo nelle organizzazioni della società civile,  particolarmente attenti a come si evolve il mondo, ma degli “altri”, che sono comunque la maggioranza di quelle che chiamiamo “giovani generazioni”. Un mondo giovanile che non è privo di propri valori, a cominciare dalla solidarietà che spesso si esprime in adesione a forme di volontariato, e da una generica preoccupazione per le sorti del Pianeta, magari con la partecipazione a manifestazioni di massa. Sembra però mancare in questa maggioranza di giovani la <strong>disponibilità al dialogo con le generazioni adulte</strong> (il che non è una novità) e la capacità di individuare percorsi costruttivi per <strong>trasformare il disagio in azione per un futuro sostenibile</strong>, come dimostra anche la scarsa partecipazione politica. </p>
<p>La prima caratteristica preoccupante è il declino delle relazioni interpersonali. Quasi tutti i giovani hanno una grande padronanza nell’uso dei <em>device</em> informatici (tanto che negli Stati Uniti si sta cercando di militarizzare gli adolescenti campioncini di videogiochi per combattere le guerre vere), ma per le loro relazioni dipendono quasi completamente dagli schermi. Dal libro di Stephen Miller “Conversation: A History of a Declining Art” del 2006, c’è una ricca letteratura che lamenta come il dialogo via WhatsApp o altri software di messaggistica abbia <strong>impoverito fortemente le interazioni.</strong></p>
<p><strong>Questa generazione sta anche disimparando a scrivere</strong>. Dopo oltre cinquemila anni di onorato servizio, dai caratteri cuneiformi dei Sumeri a oggi, la scrittura come strumento di comunicazione tra le persone sta perdendo importanza. I giovani preferiscono le immagini, privilegiano Instagram o TikTok rispetto a Twitter, ora X, o Facebook, dove prevale la parola scritta, mentre gli stessi software di dettatura tendono a semplificare la lingua, non so se l’avete notato, mettendo sistematicamente l’indicativo al posto del congiuntivo. Del resto, l’arte della bella calligrafia è defunta e anche il corsivo sta molto male perché i giovani, appena possono, preferiscono lo stampatello, e forse tra qualche anno non sarà più neanche insegnato nelle scuole.</p>
<p>Chi ha a che fare con il mondo dell’istruzione ci dice che la gran massa dei giovani sta <strong>perdendo la capacità di concentrazione e approfondimento</strong>, perché abituata a un’informazione veloce e sintetica, rifuggendo dalla complessità, drogata da continui stimoli che spostano l’attenzione dall’uno all’altro tema. Secondo alcuni, tutto il nostro bagaglio secolare è a rischio: non solo la nostra cultura sembra ormai obsoleta (quanti giovani imparano a memoria delle poesie?), ma anche i riferimenti storici diventano fumosi, magari collocando Hitler nella seconda metà del secolo scorso. La mancanza di radici porta anche alla <strong>perdita di percezione della complessità</strong>: questioni difficili, come il secolare conflitto che oppone ebrei e palestinesi, con ragioni e torti da entrambe le parti, sembrano potersi risolvere in facili e faziosi slogan. La stessa cosa accade con riferimento a tematiche ambientali e sociali. In questa polarizzazione è a rischio la stessa democrazia, che si basa proprio sulla comprensione della complessità e sul compromesso che tiene conto anche delle ragioni dell’altro.</p>
<p>Intendiamoci, <strong>la responsabilità di questo degrado culturale,</strong> perché di degrado si tratta, <strong>non va certo attribuita ai giovani.</strong> Siamo noi, che pur beneficiando, almeno in Europa, di quasi ottant’anni di pace e progressivo benessere, ne abbiamo posto le condizioni, non solo perché non ci siamo interessati seriamente e in tempo dei danni che stavamo arrecando alla Terra e delle crescenti e profonde disuguaglianze. <strong>Abbiamo lasciato che il dialogo nelle famiglie si insterilisse</strong>, mettendo troppo spesso i figli davanti a uno schermo perché non rompessero, e solo adesso si comincia a fare autocritica su queste pratiche cercando, come sta accadendo in alcuni Paesi, almeno di vietare i cellulari nelle scuole e suggerendo, come fanno diversi psicologi, di impedire l’accesso autonomo ai <em>device </em>prima dei 12 anni<em>. </em><strong>Abbiamo distrutto le certezze nel futuro</strong>, offrendo solo prospettive di lavori precari, che rendono difficile non solo uscire di casa e formare una famiglia, ma anche identificarsi in questa società. Quel che è peggio, in un’epoca di fortissima evoluzione tecnologica e sociale, <strong>non abbiamo dato adeguata importanza alla formazione, alla scuola, al ruolo degli insegnanti.</strong> Abbiamo lasciato che crescesse una generazione svogliata, distratta, chiusa in se stessa. Piuttosto ignorante, almeno in Italia, come mostrano i test internazionali dell’Ocse che ci collocano in basso in tutte le classifiche.</p>
<p>Può anche darsi che questa nuova generazione, con la sua <strong>capacità di interagire con la tecnologia</strong>, sia la più adatta per adeguarsi al futuro probabile: quello in cui, come scriveva Jorgen Randers nel suo “2052 – Scenari globali per i prossimi quarant’anni”, darà più soddisfazione partecipare a un videogioco che contemplare una natura ormai impoverita. Ben integrati con le macchine, fin quasi a diventare cyborg, senza memoria storica che li porti ad avvertire lo squallore di quel mondo, forse indifferenti anche ai nostri valori di libertà, perché una dittatura efficiente può essere più rassicurante della democrazia. Ma il mondo probabile (lo scenario di lento degrado verso il quale stiamo scivolando, anche secondo le <strong><a href="https://futuranetwork.eu/interviste-al-futuro/749-3705/interviste-al-futuro-chiediamo-allintelligenza-artificiale-come-cambiera-il-mondo" target="_blank" rel="noopener">previsioni dell’intelligenza artificiale interrogata da Futuranetwork</a></strong>) non è il <strong>mondo sostenibile</strong> per il quale ci battiamo e che non può essere realizzato senza una <strong>consistente mobilitazione dei giovani</strong>. Non solo della minoranza già sensibile a questi temi, ma di quelli che ho definito “gli altri”. Ed è a loro, a tutto il mondo giovanile, che dobbiamo rivolgerci quando parliamo di dialogo intergenerazionale.</p>
<p>Per irrobustire questo dialogo, in febbraio l’ASviS ha diffuso un <strong><a href="https://asvis.it/policy-brief-asvis-analisi-e-proposte-per-la-partecipazione-democratica-giovanile">Policy brief sulla partecipazione giovanile</a></strong>, ricco di proposte interessanti. Tra le altre: il potenziamento dell’educazione civica, con formazione docenti ed educatori; innovazione didattica e integrazione con programmi e attività pratiche; più fondi al servizio civile universale; introduzione dello <em>Youth test </em>per valutare l’impatto intergenerazionale delle nuove norme. Il documento ricorda anche che nel giugno del 2021, su iniziativa della ministra delle politiche giovanili di allora, <strong>Fabiana Dadone</strong>, fu costituito un Comitato per la valutazione dell’impatto generazionale delle politiche pubbliche (Covige) e furono anche <strong><a href="https://www.politichegiovanili.gov.it/comunicazione/news/2022/6/linneguidaimpattogen/" target="_blank" rel="noopener">varate delle Linee guida</a>&lt;/strong&gt;; l’iniziativa non ha avuto finora seguito, tranne che per una meritoria decisione del Comune di Parma che nel maggio scorso <strong><a href="https://www.comune.parma.it/it/novita/notizie/youth-check-parma-sara-la-prima-citta-europea-a-adottarlo" target="_blank" rel="noopener">ha introdotto lo <em>Youth check</em></a></strong> per valutare, come ha detto il sindaco <strong>Michele Guerra</strong>, “il potenziale generazionale delle iniziative che ciascun assessorato mette in campo”.</strong></p>
<p>In conclusione, ci sembra di poter dire che <strong>il dialogo intergenerazionale deve essere riattivato e potenziato</strong>, nello spirito della <strong><a href="https://asvis.it/giustizia-tra-generazioni-e-costituzione-asvis-live-di-dibattito-il-22-febbraio-">riforma dei principi fondamentali della Costituzione</a></strong> che ora indicano anche la necessità di tenere conto dell’“interesse delle future generazioni”. Ma il dialogo è fatto di interazioni, di ascolto e di risposte. Noi siamo convinti di avere dei valori da trasmettere. Come ha scritto <strong>Italo Calvino</strong> nelle parole <strong><a href="https://www.ildeposito.org/canti/oltre-il-ponte" target="_blank" rel="noopener">della canzone “Oltre il ponte”</a></strong>:</p>
<p><em>Io vorrei che quei nostri pensieri, </em></p>
<p><em>quelle nostre speranze di allora, </em></p>
<p><em>rivivessero in quello che tu speri, </em></p>
<p><em>o fanciulla dalle guance d’aurora”.</em></p>
<p><strong>Ma dobbiamo anche essere disposti all’ascolto,</strong> a recepire le preoccupazioni, le denunce, le aspirazioni del mondo giovanile, anche se spesso faticano a tradursi in proposte concrete. Dobbiamo essere attenti ai nuovi valori che esso esprime. Un vero “dialogo intergenerazionale” richiede tanto lavoro, tanta formazione (anche dei formatori), <strong>tanta attenzione a tutto il mondo giovanile, anche a quelli che sfuggono al confronto</strong>. Soprattutto a loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte copertina: <a class="ImageDetails__information--link" href="https://it.123rf.com/profile_tverdohlib">tverdohlib</a>, da <a href="https://it.123rf.com/photo_78400458_ritratto-di-quattro-persone-felici-che-abbraccia-e-che-guarda-nel-cielo-blu-con-le-borse-della-spesa.html?is_plus=1" target="_blank" rel="noopener">123rf.com</a></p>
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		<title>Torniamo a discutere di idee senza insultare chi la pensa diversamente</title>
		<link>https://asvis.it/torniamo-a-discutere-di-idee-senza-insultare-chi-la-pensa-diversamente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donato Speroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Feb 2024 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia e in molti altri Paesi il dibattito politico si riduce a slogan, mentre la disinformazione guadagna spazi. Educazione, uso diverso dei social, forme democratiche coinvolgenti sono un vasto ma necessario programma.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Talvolta vorrei essere il Padreterno. Non sono il primo: nella <strong>settimana della canzone italiana</strong> mi limito a citare due titoli, anche se con ben altri testi rispetto alle Sanremo di oggi: &#8220;Se fossi Dio&#8221;, graffiante singolo di <strong>Giorgio Gaber</strong> del 1982, contro i brigatisti, ma anche i politici e i giornalisti; &#8220;Questi fantasmi&#8221; del 2007 brano nel quale <strong>Roberto Vecchioni</strong> ricorda a Gesù Cristo che ha promesso di ritornare sulla Terra e invoca:</p>
<p><em>Chi sono questi buffoni,/ Questa mappata di sole,/ Questi animali parlanti,/ Questi trappani col Rolex?/ E questa banda di pazzi/ Che gridano &#8220;io compro, io vendo&#8221;/ Che il gioco? &#8220;vinco o mi rovino&#8221;/ A seconda di chi muore nel mondo&#8221;?</em></p>
<p><em>Signore, fulminali subito/ Quelli che non hanno i congiuntivi,/ E gli aspiranti cantanti,/ Prima che diventino dei divi:/ Faremmo volentieri a meno/ Anche di quelle con il solo pensiero/ Che far vedere il culo/ Lo si possa definire un lavoro.</em></p>
<p>La mia richiesta all&#8217;Onnipotente sarebbe più limitata: <strong>ritornare alla prima Repubblica</strong>. Non certo per lo stile ingessato di quei politici, per il finanziamento in nero dei partiti, per le disastrose commistioni che condussero al collasso dell&#8217;industria pubblica, ma perché <strong>a quell&#8217;epoca il dibattito pubblico si svolgeva sulle idee</strong> e non solo sugli slogan e sul dileggio degli avversari.</p>
<p>Qualcuno potrebbe subito obiettare che dal dopoguerra non era stato sempre così e ricordare certe ottuse prese di posizione della <em>Unità</em> degli anni 50, che consentivano a <strong>Giovannino Guareschi</strong> sul suo <em>Candido</em> di raffigurare i comunisti come <em>trinariciuti</em> perché la terza narice era per aspirare direttamente il verbo che arrivava dal giornale del partito. Ma poi anch&#8217;essi cambiarono, con <strong>Enrico Berlinguer</strong> che era &#8220;una brava persona&#8221; (copyright Gaber). Insomma, quello che ho potuto raccontare come cronista politico ed economico della Prima Repubblica era un bel discutere.</p>
<p>Ma il nostro direttore scientifico <strong>Enrico Giovannini</strong> ci avverte che non possiamo lasciarci andare a impossibili &#8220;retrotopie&#8221; (copyright Baumann) e ho anche il timore che la <em>laudatio temporis acti</em> sia un vizio di noi <em>boomer</em>s. Anzi <em>anteboomers</em>, chissà se si dirà così per chi è nato prima del 1945, in realtà nessuno ci considera in queste classificazioni generazionali, come fossimo già tutti morti, alla faccia dell&#8217;allungamento della vita. Ma non andiamo fuori tema e guardiamo al presente e al futuro come cerchiamo sempre di fare nelle sedi dell&#8217;ASviS dove davvero si parla di idee.</p>
<p><strong>Non c&#8217;è dubbio che il dibattito pubblico si è deteriorato</strong>, basta guardare il classico copione che si ripete tutti i giorni nei vari Tiggì. Gaber, certo con maggiore maestria, avrebbe potuto raccontarla così in un finto dialogo del suo Teatro canzone:</p>
<p><em>Maggioranza: abbiamo fatto questa cosa bellissima! (Magari tacendo che era già stata decisa e finanziata dal governo precedente).</em></p>
<p><em>Minoranza: siete dei buffoni, continuate a vendere aria fritta (Ma senza fare proposte alternative).</em></p>
<p><em>Maggioranza: tacete voi che quando eravate al governo avete fatto di peggio o non avete fatto nulla (Ma senza rispondere alla critica specifica). </em></p>
<p><em>Minoranza: siete una classe dirigente incapace di governare e senza senso dello Stato, come dimostrano i casi di&#8230; (Con un elenco di casi imbarazzanti ai quali si controbatte rinfacciando altre presunte mele bacate). </em></p>
<p><em>E così via insultando.</em></p>
<p>Il <strong>deterioramento del linguaggio</strong> si accompagna con la <strong>povertà delle idee espresse</strong> (che spesso non coincidono con elaborazioni effettive, magari valide, ma considerate troppo complicate o poco attraenti: meglio non parlarne con la massa dei votanti) e va insieme alla <strong>polarizzazione degli schieramenti</strong>. Il fenomeno comunque non riguarda solo l&#8217;Italia. Come dimostra il dramma degli Stati Uniti sotto la minaccia di una nuova vittoria di <strong>Donald</strong> <strong>Trump</strong> e anche la nuova dialettica estrema che si sviluppa in molti Paesi dell&#8217;Unione europea, dalla Francia alla Germania, dall&#8217;Olanda alla Spagna.</p>
<p>Prendiamo un solo esempio. Le difficoltà del mondo agricolo hanno provocato la <strong>protesta dei trattori</strong>, la protesta ha condotto al cambiamento delle politiche nazionali ed europee verso il mondo dei campi, e dai voltafaccia politici si è passati alla facile giustificazione che tutto quello che sta accadendo in questo settore è colpa di una transizione ecologica verde e dissennata che ignora le esigenze del mondo produttivo. Così, partendo da un problema reale ma specifico, si è arrivati a mettere in discussione tutta la politica del settore maturata in anni di decisioni comuni, scaricando tutte le colpe sui soliti ambientalisti, come se i problemi dei pesticidi che distruggono la fauna,  dell&#8217;inquinamento e del cambiamento climatico, fossero bubbole.</p>
<p>È evidente anche che in questa mistificazione dei problemi effettivi gioca pesantemente l&#8217;imminenza delle <strong>elezioni europee</strong>. Scrive infatti il <em>Times</em> di Londra, segnalato da <strong>David Carretta</strong> nella sua rassegna:</p>
<p><em>La marcia indietro dell&#8217;Unione europea dovrebbe essere un avvertimento per tutti: le politiche volte ad azzerare le emissioni richiedono onestà e consenso.</em></p>
<p><em>C&#8217;è un&#8217;ovvia lezione per i politici sia nel Regno Unito che nell&#8217;Unione europea nell&#8217;ultima marcia indietro sulle politiche climatiche. Ursula von der Leyen, dopo le proteste degli agricoltori annuncia l&#8217;abolizione del tanto pubblicizzato obiettivo dell&#8217;Unione europea di ridurre le emissioni nell&#8217;agricoltura. La Commissione non è sola in questa ritirata, alcuni Stati membri come Regno Unito e Germania stanno ridimensionando le loro politiche. (…) la lezione di queste marce indietro è semplice: i politici devono essere trasparenti e sinceri quando introducono politiche sulle emissioni zero, è raro trovare un po&#8217; di onestà in questo momento quando si tratta di fissare nuovi obiettivi o di rispettare nuove scadenze (…)</em></p>
<p>Intendiamoci, sui quotidiani italiani si possono trovare pensosi editoriali di validi commentatori che ragionano sulle idee; ma la stampa sta perdendo la sua presa sul grande pubblico e comunque, nelle cronache, quegli stessi giornali tendono a usare un linguaggio che esalta la polarizzazione, soprattutto nei titoli: &#8220;sempre <em>scontro</em>, <em>gelo</em>, <em>ira</em>, cioè “sempre i soliti termini&#8221; ha osservato <strong>Roberta Jannuzzi</strong>, conduttrice di “Stampa e regime” su <em>Radio</em> <em>Radicale</em>.</p>
<p>Il deterioramento dell&#8217;informazione e la crescita delle <em>fake news </em>che alimentano questo processo spaventano i grandi leader mondiali, tanto che nel <strong><u><a href="https://asvis.it/world-economic-forum-disinformazione-e-clima-i-principali-rischi-globali">Risk Report</a></u></strong> del World economic forum di quest&#8217;anno hanno posto come maggiore preoccupazione per i prossimi due anni la disinformazione, che minaccia la sicurezza globale. Il tema è stato ripreso anche da <a href="https://asvis.it/i-big-del-mondo-da-davos-questa-disinformazione-mina-la-sicurezza-globale"><strong>Alta sostenibilità</strong></a>, la rubrica dell&#8217;ASviS sempre su <em>Radio Radicale.</em> Gli interlocutori hanno riconosciuto che non è facile individuare delle soluzioni, perché il problema non riguarda soltanto lo stile dei politici e la loro mancanza di coraggio, ma anche le nuove modalità dell’informazione che partono dai <em>social network</em> e la scarza preparazione di buona parte dell&#8217;elettorato.</p>
<p>{##card#371#20045}</p>
<p>Dulcis in fundo, <em>l&#8217;Economist</em> racconta quello che sta avvenendo nella campagna elettorale per la presidenza dell&#8217;Indonesia,</p>
<p><em>Prabowo Subianto, il favorito per la vittoria delle elezioni presidenziali indonesiane del 14 febbraio, è accusato di numerosi abusi in passato. Come comandante delle forze speciali sotto il dittatore Suharto, avrebbe consentito le atrocità a Timor Est negli anni &#8217;80. Alla fine degli anni &#8217;90 ordinò il rapimento di più di 20 attivisti democratici, di cui 13 risultano dispersi. La sua reputazione ha rovinato le sue prospettive politiche; Prabowo ha tentato due volte, senza riuscirci, di diventare presidente. Quindi ultimamente ha subito un sorprendente restyling. I social media sono stati inondati di video dell’ex generale che balla. I giovani utenti di Internet, che per la maggior parte non conoscono o non si preoccupano del suo passato, sembrano trovarli carini. Più della metà degli elettori indonesiani sono millennial o più giovani, e Prabowo è particolarmente popolare tra loro. </em></p>
<p>Tik tok che cancella il passato, ma si potrebbe anche parlare della motosega di Milei in Argentina. Si arriva così al cuore del problema: <strong>l&#8217;intreccio tra il diffuso malessere economico sociale e il degrado della cultura di massa</strong> hanno creato una situazione perversa, dove chi ragiona con il cervello è facilmente schiacciato da chi sa far muovere la pancia.</p>
<p>Si dovrebbe <strong>lavorare sull&#8217;educazione e combattere anche sui social</strong> contrapponendo agli <em>hater</em> nuove idee e confronti ragionati<strong>. Fermare il degrado del dialogo politico con nuovi strumenti</strong> di inclusione, come le forme di democrazia partecipativa che si stanno sperimentando in diversi Paesi, anche con l&#8217;appoggio dell&#8217;Unione europea attraverso programmi ai quali partecipa anche l&#8217;ASviS.</p>
<p><em>Rafforzamento dell&#8217;educazione, utilizzo coraggioso delle nuove tecnologie per migliorare e non per degradare il dibattito, ricerca di nuove forme democratiche che spingano i cittadini a fare scelte consapevoli: un vasto e difficile programma al quale certamente anche all&#8217;interno della nostra Alleanza si dovrà dedicare sempre maggiore attenzione.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte copertina: <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema/2023/11/02/io-noi-e-gaber-con-il-regista-milani-a-bologna-e-modena_2debc901-0794-4ff2-b5a4-6ed7fa8e439c.html" target="_blank" rel="noopener">Ansa (2023)</a></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Non c’è Italia sostenibile se il Mezzogiorno si desertifica</title>
		<link>https://asvis.it/non-ce-italia-sostenibile-se-il-mezzogiorno-si-desertifica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donato Speroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Spopolamento, povertà: ancora una volta il Sud e le Isole rischiano di rimanere indietro rispetto al resto del Paese. Il Rapporto territori dell’ASviS ha indicato soluzioni che presuppongono una collaborazione multilivello. </p>
<p>di Donato Speroni</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>I dati pubblicati in questi giorni sul <strong>Mezzogiorno</strong> non sono confortanti. <strong>Cominciamo dalla demografia.</strong> Secondo <strong><a href="https://www.istat.it/it/files/2023/12/CENSIMENTOEDINAMICADEMOGRAFICA2022.pdf" target="_blank" rel="noopener">l’ultimo comunicato dell’Istat</a></strong>, dal 2021 al 2022 l’Italia ha perso quasi 33mila abitanti. Ma mentre il Nord ha guadagnato popolazione e il Centro è rimasto sostanzialmente stabile, il Sud e le Isole ne hanno persi complessivamente 76mila. <strong>Denatalità ed emigrazione</strong> hanno contribuito a questo risultato. In vent’anni, <a href="https://lnx.svimez.info/svimez/presentazione-del-rapporto-svimez-2023-leconomia-e-la-societa-del-mezzogiorno-tutti-i-materiali/" target="_blank" rel="noopener"><strong>ci dice la Svimez</strong></a>, hanno lasciato il Sud oltre 1,3 milioni di giovani, di cui il 26% laureati. Nel solo 2021, i giovani che si sono trasferiti al Centro-Nord o all’estero sono oltre 62mila, di cui il 46% laureati. Un salasso insostenibile per qualsiasi territorio.</p>
<p>Mentre la popolazione del Mezzogiorno è meno del 34% del totale italiano, <strong>Sud e Isole raccolgono quasi il 43% degli individui in povertà assoluta. </strong>Né si può dire che la qualità della vita sia migliore, considerando che uomini e donne nelle regioni meridionali vivono mediamente un paio d’anni in meno rispetto al Nord. </p>
<p><strong>Anche nell’istruzione ci sono differenze significative</strong>, testimoniate dall’ultima <strong><a href="https://asvis.it/ocse-pisa-2022-4-studenti-su-10-non-raggiungono-il-livello-di-competenza-di-base">indagine Ocse–Pisa</a></strong> sugli studenti del secondo anno delle secondarie. Nel generale arretramento in Lettura, Matematica e Scienze provocato dal Covid, “le aree del Nord Italia ottengono punteggi superiori alle aree del Sud in tutti e tre gli ambiti di indagine”, come riassume <a href="https://www.invalsiopen.it/risultati-ocse-pisa-2022/" target="_blank" rel="noopener"><strong>il sito dell’Invalsi</strong>.</a></p>
<p><strong>In economia il Sud fatica a tenere il passo con il resto del Paese</strong>. L’ultimo Rapporto Svimez ricorda che quest’anno il Prodotto interno lordo (Pil) cresce dello 0,4% rispetto allo 0,7% nazionale. Il prossimo anno, che si prevede ancora di relativa stagnazione (+0,7% nazionale), il Pil del Mezzogiorno dovrebbe crescere quasi con lo stesso ritmo, ma in un 2025 più dinamico (Pil nazionale +1,2%) il divario tornerà ad aumentare perché il Prodotto nel Sud crescerà solo dello 0,9%. Il Mezzogiorno eviterà la recessione grazie al fatto che oltre il 40% delle risorse complessive del Pnrr sono destinate al Sud, con impegni anche maggiori per infrastrutture e altre opere fondamentali, sempre che i soggetti attuatori dimostrino una effettiva capacità di spesa entro il 2026.</p>
<p><strong>La centralità del problema Mezzogiorno è stata riconosciuta anche dall’ASviS, con la creazione di un <a href="https://asvis.it/gruppo-di-lavoro-trasversale-politiche-per-il-mezzogiorno/">Gruppo di lavoro ad hoc</a></strong>, che ha cominciato a lavorare in questi giorni. Anche <a href="https://asvis.it/rapporto-territori-2023-/"><strong>il Rapporto Territori</strong></a>, presentato dall’ASviS nella sede del Cnel il 13 dicembre, dedica ampio spazio a questo tema, soprattutto con riferimento al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Goal) dell’Agenda 2030.</p>
<p><em>Si ripropone la nota dicotomia tra il Mezzogiorno e le altre ripartizioni. Nel Mezzogiorno si ha che da un minimo di nove ad un massimo di dodici Goal (sul totale dei 14 analizzati) presentano valori inferiori alla media italiana. Mentre nel Nord e nel Centro il numero di Goal che mostrano un valore inferiore alla media nazionale è nettamente inferiore: mediamente due per regione.</em></p>
<p><em>In sintesi, l’evoluzione nel periodo analizzato ci dice che l’Italia e i suoi territori non hanno fatto passi avanti significativi verso gli obiettivi dell’Agenda 2030, anzi i passi indietro sono superiori ai pochi passi in avanti. Ma ci dice anche che (…) per quasi tutti i Goal, quelle del Centro-Nord si confermano al disopra della media nazionale e quelle del Mezzogiorno al disotto.  </em></p>
<p>Da tutti questi dati, si può concludere che <strong>il “divario” tra il Mezzogiorno e il resto dell’Italia, dramma secolare del Paese, non si sta affatto risolvendo</strong> ed è anche difficile immaginare che l’Italia nel suo complesso possa raggiungere gli Obiettivi dell’<strong><a href="https://asvis.it/l-agenda-2030-dell-onu-per-lo-sviluppo-sostenibile/">Agenda 2030</a> </strong>se non si riuscirà ad imprimere un diverso passo allo sviluppo del Sud.</p>
<p><strong>Che fare dunque?</strong> <strong>Certamente è prioritario spendere bene i fondi europei</strong>: quelli del Pnrr innanzitutto, unitamente ai fondi di Coesione; su questo tema il ministro <strong>Raffaele Fitto </strong>nel corso dell’evento al Cnel ha invitato a un confronto il direttore scientifico dell’ASviS <strong>Enrico Giovannini</strong>.</p>
<p>Il Rapporto Territori dell’Alleanza è ricco di proposte significative che riguardano non solo il Sud ma che sono certamente importanti per le aree più deboli del Paese. Tra queste, ricordiamo innanzitutto il nodo costituito dalle aree urbane e dalle loro periferie. Nel 2021 è stato ricostituito il Cipu, <strong>Comitato interministeriale per le politiche urbane</strong>, ma finora non è mai stato attivato. Le politiche urbane sono una componente fondamentale dello sviluppo sostenibile e la recente approvazione della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile rende ancora più <strong>urgente l’operatività</strong> di questo Comitato.</p>
<p><strong>Altrettanto urgente è affrontare il dissesto idrogeologico</strong>, che minaccia tanta parte del Mezzogiorno e che è aggravato dalla crisi climatica, e i cui costi in 13 anni sono triplicati, come rivelano gli ultimi dati del <strong><a href="https://asvis.it/rischio-idrogeologico-in-italia-senza-prevenzione-costi-triplicati-in-13-anni">Rapporto Ance-Cresme</a>.</strong> Ricordiamo che già da molti mesi il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha sottoposto a valutazione la bozza del Pnacc, il <strong><a href="https://www.mase.gov.it/pagina/piano-nazionale-di-adattamento-ai-cambiamenti-climatici" target="_blank" rel="noopener">Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici</a></strong>, che dovrebbe fornire la cornice di intervento per la difesa del suolo. Ma il testo finale, dal quale dovrebbero scaturire una serie di provvedimenti attuativi, non è stato ancora emanato dal Governo. Anche le aree interne meritano particolare attenzione, con l’aumento del <strong>Fondo per la montagna</strong>, già deciso dal Governo ma non ancora attuato.</p>
<p>Al “che fare?” sulla base del Rapporto Territori è stata dedicata anche <a href="https://asvis.it/rapporto-territori-asvis-non-una-classifica-ma-uno-strumento-strategico-per-gli-amministratori-locali"><strong>la puntata del 18 dicembre di Alta sostenibilità</strong></a>, la rubrica dell’ASviS su <em>Radio Radicale</em> condotta da <strong>Valeria Manieri </strong>ed <strong>Elis Viettone</strong>. Nel dialogo tra <strong>Walter Vitali</strong>, coordinatore del Gruppo di lavoro sul Goal 11 dell’ASviS, il sindaco di Napoli <strong>Gaetano Manfredi </strong>e il responsabile enti locali della Lega <strong>Stefano Locatelli,</strong> sono emersi due aspetti importanti. Il primo è la <strong>necessità di una stretta collaborazione multilivello</strong>, indipendentemente dalla caratura politica delle diverse amministrazioni. Manfredi ha riferito dei successi ottenuti a Napoli nell’individuazione dei casi di abbandono scolastico grazie alla collaborazione tra il Comune e le diverse autorità preposte all’Istruzione. Il secondo, sottolineato anche dal presidente del Cnel <strong>Renato Brunetta </strong>nel corso della <a href="https://asvis.it/accelerazione-e-futuro-passano-dalla-capacita-di-connettere-i-territori">presentazione del Rapporto Territori</a>, è l’importanza delle <strong>manutenzioni</strong>: certi investimenti sono inutili se poi, come spesso accade, nelle spese correnti non ci sono fondi sufficienti per garantirne il funzionamento.</p>
<p style="text-align: center"><a href="https://asvis.it/rapporto-territori-asvis-non-una-classifica-ma-uno-strumento-strategico-per-gli-amministratori-locali"><em><strong>ALTA SOSTENIBILITÀ &#8211; RAPPORTO TERRITORI ASVIS: NON UNA CLASSIFICA MA UNO STRUMENTO STRATEGICO PER GLI AMMINISTRATORI LOCALI</strong></em></a></p>
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<p><strong>Non si tratta di problemi nuovi</strong> e chi segue le vicende del Mezzogiorno sa che se ne parla da decenni. <strong>Ma oggi ci sono condizioni di particolare urgenza</strong>: lo spopolamento del Sud, le minacce crescenti della crisi climatica, la necessità di utilizzare al meglio i fondi del Pnrr che vanno finalizzati entro due anni. Ci sono le premesse per vincere questa sfida? Difficile dirlo, ma una comune presa di coscienza dei problemi, favorita anche dall’impegno dell’ASviS, può essere una buona premessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte copertina: <a href="https://it.123rf.com/profile_ilze79">ilze79</a>, da <a href="https://it.123rf.com/photo_27830873_l-uomo-con-una-valigia-sulla-piattaforma.html" target="_blank" rel="noopener">123rf.com</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/non-ce-italia-sostenibile-se-il-mezzogiorno-si-desertifica/">Non c’è Italia sostenibile se il Mezzogiorno si desertifica</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>Per battere “le due T” serve consenso sui valori fondamentali</title>
		<link>https://asvis.it/per-battere-le-due-t-serve-consenso-sui-valori-fondamentali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donato Speroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Nov 2023 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Terrorismo e Tirannia minacciano le nazioni democratiche e il futuro del mondo. Il dibattito tra chi è convinto che ci siano guerre da vincere e chi fa prevalere le ragioni della pace è doveroso, ma occorre saper ascoltare.</p>
<p>di Donato Speroni</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/per-battere-le-due-t-serve-consenso-sui-valori-fondamentali/">Per battere “le due T” serve consenso sui valori fondamentali</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="Rapporto" style="text-align: left">Questa settimana Rai Radio 3 ha affidato “Prima pagina”, la rassegna commentata quotidiana dei giornali, alla professionalità e all’equilibrio del direttore dell’Ansa <strong>Luigi Contu</strong>, il quale, <a href="https://www.raiplaysound.it/audio/2023/10/Prima-pagina-del-30102023-df997c35-fcd4-4d0d-bbe0-aaf5fd238da3.html" target="_blank" rel="noopener">nel suo commento di lunedì scorso</a>, ha detto</p>
<p class="Rapporto" style="text-align: left"><em>Mi fa impressione leggere i commenti degli ascoltatori alle notizie che noi pubblichiamo sull’Ansa quando queste notizie non vanno nella direzione che noi auspichiamo. Se sei un lettore a favore dei palestinesi e ti senti di sposare la loro causa qualsiasi notizia che va contro questa direzione diventa falsa, diventa costruita dall’altra parte. E questo è un modo di leggere, di ragionare, di capire che ci porta fuori strada, che ci allontana dallo spirito critico che tutti, soprattutto in queste vicende, dobbiamo tenere anche al di là di quello che ci piace o non ci piace. Ma purtroppo questo non sta accadendo, ci si sta radicalizzando. Dalla guerra con le armi si arriva alla guerra delle parole e le persone fanno fatica a distinguere. Dovremmo mantenere tutti quanti un po’ di raziocinio ricordando le lezioni di Kant, ma ahimè</em>&#8230;</p>
<p class="Rapporto" style="text-align: left">Correttamente, Contu sottolinea non solo le <strong>spaccature che si stanno producendo nell’opinione pubblica </strong>a causa dell’attacco terroristico di Hamas e della violenta reazione di Israele, ma anche il <strong>deteriorarsi del modo nel quale ci si forma un’opinione</strong>: superficialità e scarsa permeabilità alla realtà, quando questa è sgradita, possono rendere ingestibile la <strong>democrazia</strong>.</p>
<p style="text-align: left">Da un giornalista all’altro, certamente molto diverso. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=4kBNQb_Ov6A" target="_blank" rel="noopener">In un quarto d’ora di podcast</a>, il direttore del <em>Fatto quotidiano</em> <strong>Marco Travaglio</strong> ha ricostruito quasi un secolo di <strong>conflitti tra arabi ed ebrei in Palestina</strong>, annotando, con una obiettività che può sorprendere molti, le responsabilità delle <em>leadership</em> palestinesi e israeliane, tra cui, da un lato, il persistente rifiuto degli arabi di riconoscere la realtà dello Stato ebraico, mantenendo aperto il bubbone dell’ambigua condizione di Gaza e della Cisgiordania caratterizzate da autoritarismo e corruzione, povertà e violenza; dall’altro, il deterioramento delle politiche israeliane nei territori occupati, con l’insediamento forzato di quasi 300 colonie ebraiche nel territorio di quello che, secondo gli Accordi di Oslo, avrebbe dovuto essere il futuro Stato palestinese. Una politica ispirata da <strong>Benjamin Netanyahu</strong> che ricorda quella del Sudafrica dell’apartheid e che ha approfittato della mancanza dall’altra parte di un <strong>Nelson Mandela</strong>, al cui posto c’è <strong>Abu Mazen</strong>, circondato dai fanatici delle varie formazioni islamiste.</p>
<p style="text-align: left">Dobbiamo innanzitutto sottolineare come la disastrosa condizione dell’area che chiamiamo Terrasanta violi quasi tutti gli elementi che l’Agenda 2030 colloca all’interno del <strong><a href="https://asvis.it/goal16/i-target/" target="_blank" rel="noopener">Goal 16</a></strong>: la riduzione di tutte le forme di violenza e dei tassi di mortalità connessi; l’eliminazione degli abusi, dello sfruttamento, del traffico e di tutte le forme di violenza e tortura contro i bambini; la promozione dello stato di diritto e la garanzia di parità di accesso alla giustizia per tutti; la riduzione dei flussi finanziari e di armi illeciti, della corruzione e della concussione in tutte le loro forme; la trasparenza delle istituzioni e la protezione delle libertà fondamentali; la prevenzione della violenza e la lotta al terrorismo e alla criminalità; la promozione di leggi e politiche non discriminatorie.</p>
<p style="text-align: left">Se aver distolto per anni e anni lo sguardo da quella condizione “insostenibile” rappresenta una colpa di tutta la comunità internazionale, mi sembra di poter <strong>riassumere gli atteggiamenti dell’opinione pubblica in Italia e nel mondo sulla guerra in corso</strong> e sul destino di quell’area in quattro posizioni: “Israele deve scomparire”; “La pace deve prevalere su qualsiasi altra esigenza”; “Israele è stato attaccato in modo disumano e ora conta una sola cosa: vincere”; “Non c’è posto per i palestinesi in Palestina”.</p>
<p style="text-align: left">Senza entrare nei dettagli delle varie posizioni, mi sembra chiaro che solo della seconda e della terza posizione si può e si deve discutere in modo democratico, alla ricerca di una possibile soluzione che salvi migliaia di vite di palestinesi e israeliani, e consenta di riprendere il dialogo per giungere ad una soluzione basata su “due popoli e due Stati”, come sostengono in tanti, tra cui il governo italiano.</p>
<p style="text-align: left">Le altre due posizioni invece configurano quello che sta diventando <strong>il nemico comune a tutte le democrazie: “le due T”, Terrorismo e Tirannia</strong>. È terrorismo quello dei fanatici islamisti e anche dei neonazisti antisemiti. È tirannia quella dei governi che non rispettano i diritti delle persone e dei popoli riconosciuti internazionalmente e anche quello dei coloni israeliani che vorrebbero scacciare o mantenere in sottomissione gli arabi della Cisgiordania. </p>
<p style="text-align: left">Ma per vincere questo confronto <strong>è necessaria una grande coesione dei nostri popoli nelle nazioni democratiche. Purtroppo, sta avvenendo il contrario</strong>. Come segnalava Contu, le persone rifiutano di esaminare i fatti con l’oggettività, si radicalizzano su posizioni che non sono disposte a cambiare neppure di fronte all’evidenza della realtà, rendono sempre più difficile la guida politica. <strong>Massimo </strong><strong>Gaggi</strong>, sul <em>Corriere della Sera</em>, ha scritto che una buona metà degli americani non crede che il regime democratico possa risolvere i problemi degli Stati Uniti, culla della democrazia. E questo, con tanti altri segnali, dovrebbe farci capire che qualcosa non va nel modo di educare, rappresentare e guidare questo e gli altri Paesi di quello che noi chiamiamo l’Occidente.</p>
<p style="text-align: left">A mio parere questo è anche il cuore del <strong>libro di Enrico Giovannini “</strong><a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858152867" target="_blank" rel="noopener"><strong>I ministri tecnici non esistono</strong></a><strong>”</strong> uscito in questi giorni, perché racconta la sua esperienza alle Infrastrutture e mobilità sostenibili durante il governo Draghi e prima al Lavoro nel governo Letta. Ogni decisione politica deve tenere conto della necessità di costruire un futuro sostenibile, ma al tempo stesso deve ottenere il consenso dell’opinione pubblica perché altrimenti manca la forza per attuarla, come è emerso chiaramente nel dibattito di lunedì 23 all’Istituto Sturzo che abbiamo <a href="https://futuranetwork.eu/interventi-e-interviste/638-4165/giovannini-calenda-lorenzin-abbiamo-bisogno-di-reinventare-la-democrazia" target="_blank" rel="noopener">raccontato su FUTURAnetwork</a>. Anche i meccanismi di governo devono essere ripensati per affrontare sfide epocali che saranno sempre più difficili da sconfiggere: lo ha sottolineato in un recente <a href="https://asvis.it/per-difendere-le-democrazie-sotto-attacco-bisogna-migliorarne-la-qualita" target="_blank" rel="noopener">editoriale Flavia Belladonna</a>. <strong>È</strong><strong> ora di cominciare a ripensare il funzionamento della democrazia</strong>, a renderla più partecipata ed efficiente, a creare meccanismi che esprimano leadership più coraggiose e di visione, a investire in modo risoluto sulle istituzioni multilaterali <strong>se davvero vogliamo sconfiggere la tentazione distruttiva delle “due T”. </strong></p>
<p style="text-align: left"> </p>
<p style="text-align: left">Fonte copertina: <a href="https://it.123rf.com/profile_palinchak">palinchak</a>, da <a href="https://it.123rf.com/photo_92753060_kiev-ucraina-01-gennaio-2018-attivisti-nazionalisti-ucraini-segnano-il-109-%C2%B0-anniversario-della.html" target="_blank" rel="noopener">123rf.com</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/per-battere-le-due-t-serve-consenso-sui-valori-fondamentali/">Per battere “le due T” serve consenso sui valori fondamentali</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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