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	<title>Milos Skakal, Autore presso ASviS</title>
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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
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	<title>Milos Skakal, Autore presso ASviS</title>
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	<item>
		<title>Più armi, meno sviluppo sostenibile: i governi portano il mondo verso guerra e catastrofi</title>
		<link>https://asvis.it/piu-armi-meno-sviluppo-sostenibile-i-governi-portano-il-mondo-verso-guerra-e-catastrofi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Milos Skakal]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#goal17]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo un rapporto del segretario generale delle Nazioni Unite, lo scorso anno i Paesi del mondo hanno speso circa 2.700 miliardi di dollari in armamenti. Una corsa verso la guerra che toglie risorse al futuro del pianeta. 23/9/25</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Stiamo vivendo la più grande corsa agli armamenti mai registrata fino ad ora. Convinti che essere più e meglio equipaggiati in caso di guerra renda maggiore la sicurezza del proprio Paese, i governi di tutto il mondo hanno speso cifre altissime per comprare e ammodernare gli arsenali nazionali. In totale,<strong> nel 2024 sono stati spesi circa 2.700 miliardi di dollari in armi</strong>, un livello mai raggiunto prima. Ma avere più armi non dà in realtà garanzia di maggiore stabilità o di preservazione della pace, anzi. Maggiori spese militari rendono più facili le escalation diplomatiche e militari e il rischio di nuove guerre, in una spirale che distrugge il futuro delle prossime generazioni<strong> togliendo risorse allo sviluppo sostenibile</strong> e generando nuovi teatri di guerra.</p>
<p>Questo è il messaggio principale contenuto nel documento <em><a href="https://front.un-arm.org/Milex-SDG-Study/SG_Report_TheSecurityWeNeed.pdf"><strong>The security we need. Rebalancing military spending for a sustainable and peaceful future</strong></a></em>, pubblicato il 9 settembre dal segretario generale delle Nazioni Unite e indirizzato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il Rapporto, oltre a dimostrare la falsa percezione di sicurezza che genera la corsa agli armamenti, lancia un appello in cinque punti per cambiare rotta e dare priorità all’Agenda 2030 piuttosto che alla guerra.</p>
<h3><strong>Le spese militari crescono a discapito degli Obiettivi di sviluppo sostenibile</strong></h3>
<p>Lo scarto di budget che è necessario colmare per adempiere al programma dell’Agenda 2030 è di 4.000 miliardi di dollari. Una somma consistente, che rispecchia anche il considerevole ritardo nel raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile: a oggi, si prevede che solo un quinto dei target previsti verrà realizzato.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/SpeseMilitari.png" alt="" width="80%" /></p>
<p>In questo contesto, dice il Rapporto, l’aumento delle spese militari impatta in modo negativo sul raggiungimento dell’Agenda 2030 in diversi modi, considerando previamente che<strong> ogni dollaro speso nel settore militare genera due volte più gas a effetto serra rispetto a un dollaro investito in qualsiasi altro settore</strong>. Prima di tutto toglie risorse economiche, umane e finanziarie allo sviluppo per riservarle alla guerra, lasciando così delle conseguenze indelebili nelle società attraverso il rallentamento della crescita economica, l’aumento del debito pubblico e dell’instabilità. In secondo luogo <strong>maggiori spese militari impediscono la creazione di solidi legami internazionali</strong> e rendono debole la cooperazione tra i Paesi, a discapito della risoluzione di crisi globali come il cambiamento climatico. Infine, <strong>l’aumento dei fondi destinati alle attività belliche genera maggiore insicurezza e affievolisce la portata dei programmi di sviluppo economico</strong>.</p>
<h3><strong>Un’altra definizione di sicurezza</strong></h3>
<p>Nonostante le spese militari siano spesso giustificate dai governi attraverso il discorso della sicurezza, per cui avere più armamenti equivale ad avere un Paese più sicuro, viene evidenziato nel Rapporto che questo nesso logico è in realtà sbagliato. Infatti, secondo il documento, <strong>aumentare le spese militari porta spesso a rendere ancora più tesi e fragili i rapporti internazionali e diplomatici</strong>, e incrementa la competizione bellica e geopolitica.</p>
<p>Il Rapporto lancia un appello per l’adozione di una nuova idea di sicurezza, non basata sull’incremento dei soldi per le armi e di capacità militari. Secondo il segretario generale dell’Onu è necessario <strong>acquisire una definizione di sicurezza basata su un approccio multidimensionale che metta al centro l’essere umano</strong>. Questa nuova concezione della sicurezza deve essere radicata nel principio della dignità umana, dei diritti umani e dello sviluppo sostenibile.</p>
<h3><strong>Cinque azioni per la pace, la cooperazione internazionale e lo sviluppo sostenibile</strong></h3>
<p>Il documento si conclude con una agenda in cinque punti indirizzata agli Stati membri dell’Onu e alla comunità internazionale per costruire un mondo di pace e senza armi:</p>
<ol>
<li>Dare priorità alla diplomazia, alla risoluzione pacifica delle controversie internazionali e alla costruzione di solide relazioni tra Paesi per disinnescare le cause della corsa agli armamenti.</li>
<li>Dare rilievo al tema delle spese militari nei dibattiti sul disarmo e rafforzare i rapporti tra il controllo delle armi e lo sviluppo.</li>
<li>Promuovere la trasparenza e la responsabilità riguardo alle spese militari.</li>
<li>Ridare vigore alla finanza multilaterale per lo sviluppo.</li>
<li>Promuovere un approccio alla sicurezza e allo sviluppo sostenibile incentrato sull’essere umano.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="https://front.un-arm.org/Milex-SDG-Study/SG_Report_TheSecurityWeNeed.pdf">Scarica il Rapporto</a></strong></p>
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		<item>
		<title>Società civile europea sotto attacco: preoccupano le strategie per delegittimarla</title>
		<link>https://asvis.it/societa-civile-europea-sotto-attacco-preoccupano-le-strategie-per-delegittimarla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Milos Skakal]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Sep 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Civic space report evidenzia come in diversi Paesi membri stiano aumentando leggi restrittive che ostacolano solidarietà, libertà di espressione e diritto di manifestare, soprattutto per la Palestina e la giustizia climatica. 10/9/25</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La società civile europea è nel mirino di una campagna di odio e delegittimazione che ha l’obiettivo di restringere gli spazi democratici di espressione e di organizzazione politica. E l’attacco è portato avanti soprattutto da movimenti e partiti di estrema destra, che in molti Paesi sono al potere o hanno comunque guadagnato forte consenso negli ultimi anni. La principale strategia dell’estremismo di destra, sia istituzionale che non, e di <strong>promuovere una visione dicotomica della società, che sarebbe divisa in una presunta battaglia tra gli europei “nativi” e gli “stranieri”</strong>. Questo è il messaggio principale contenuto nel documento <a href="https://civic-forum.eu/civicspace25"><strong>Civic space report 2025</strong></a>, pubblicato recentemente dall’European civic forum, una rete paneuropea di circa 100 associazioni e Ong. Il rapporto disegna una panoramica dello spazio civico in 17 Paesi europei, tra cui l’Italia, sia con un’analisi d’insieme che con degli approfondimenti sul campo per ogni Paese. Quello che emerge è “una strategia deliberata per delegittimare la società civile europea” durante lo scorso anno.</p>
<p>A preoccupare maggiormente gli autori del documento sono le strategie mirate a squalificare e screditare le azioni delle “organizzazioni della società civile” attraverso campagne diffamatorie e legislazioni restrittive. In particolare <strong>viene sottolineato come le battaglie per l’uguaglianza di genere, per la giustizia climatica e contro il razzismo vengano etichettate come parte di una presunta “agenda <em>woke</em>” solo per il fatto di rivendicare diritti universali</strong>. Inoltre si fanno sempre più forti le restrizioni del diritto alla protesta, che si stanno accentuando in tutto il continente, soprattutto rispetto ai movimenti ecologisti o di sostegno alla causa palestinese.</p>
<p>{##card#41#23697}</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Si restringe lo spazio per il diritto alla protesta </strong></h3>
<p><strong>Gli organi legislativi di numerosi Paesi europei stanno “rispecchiando modelli autoritari”</strong>. In altre parole, in Europa i Parlamenti nazionali stanno varando delle leggi che rendono sempre più difficile, se non chiaramente illegale, esercitare il diritto di riunirsi pacificamente. Uno degli esempi principali riportati dal documento <strong>riguarda il caso italiano, con il cosiddetto Decreto legge “Sicurezza” (ex-Ddl 1660) </strong>nato su iniziativa del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. In particolare il provvedimento ha introdotto nel codice penale 20 nuovi reati connessi con il diritto a manifestare e ha aggravato le pene per altri già esistenti. Ma vengono riportati nel Rapporto anche altri esempi, come quello del <strong>Belgio, dove l’accordo di governo del nuovo esecutivo prevede di reintrodurre delle forme di divieto a lungo termine del diritto alla protesta</strong>.</p>
<p>Un altro esempio è quello della <strong>Francia </strong>dove, durante le Olimpiadi, si è verificata una forte ondata di arresti: <strong>decine di attivisti sono stati fermati grazie alla normativa di sicurezza messa in campo</strong> in occasione della competizione internazionale. Un esempio è quello del collettivo “Les Hijabeuses” che ha protestato per il diritto delle calciatrici di religione musulmana a portare il velo durante le partite (in Francia è vietato): le attiviste sono state perquisite, arrestate e obbligate a togliersi il velo nei locali dove erano custodite.</p>
<h3><strong>Vietato manifestare solidarietà per la Palestina</strong></h3>
<p>Secondo quanto sentenziato dalla Corte internazionale di giustizia, <strong>la distruzione portata avanti dallo Stato di Israele contro la popolazione di Gaza a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 è plausibilmente un genocidio</strong>. Eppure, come viene riportato dal documento, le manifestazioni in solidarietà con la Palestina vengono sistematicamente represse in molti Stati europei.</p>
<p>Il caso più eclatante è quello tedesco, anche se <strong>forti restrizioni al diritto a manifestare per la Palestina sono state riscontrate anche in Francia, Italia, Danimarca, Romania e Grecia</strong>. In particolare a Berlino la polizia ha vietato i cori in arabo, ha imposto restrizioni di movimento durante le manifestazioni e ha consegnato “fogli di via” ai dimostranti per evitare che tornino in piazza. In Germania è stato inoltre riscontrato un ripetuto e disproporzionato uso della forza da parte della polizia contro i manifestanti, anche minorenni.</p>
<p>Il Rapporto sottolinea che in diversi Paesi, per silenziare i movimenti in solidarietà con la Palestina, <strong>critiche all’operato dello Stato di Israele e del suo governo vengano spesso tacciate di antisemitismo o “apologia del terrorismo”</strong>, con l’intento di impedire la denuncia del massacro in corso a Gaza.</p>
<h3><strong><br />La solidarietà considerata un crimine</strong></h3>
<p>A essere criminalizzato non è solo il diritto alla protesta, osserva il documento, ma anche <strong>le manifestazioni di solidarietà e di aiuto alle persone migranti</strong>. Le Ong e gli attivisti che prestano ausilio nelle rotte migratorie a persone e famiglia in difficoltà, e senza aiuto da parte degli Stati, sono sempre più spesso raggiunte da provvedimenti penali contro di loro, oppure le azioni vengono ostacolate da pesanti procedure amministrative e burocratiche, quando si tratta di organizzazioni. <strong>Circa 142 attivisti per i diritti umani sono stati denunciati nel 2024 per le loro attività di soccorso, mentre oltre 120mila respingimenti alle frontiere sono stati operati dalle autorità pubbliche</strong>.</p>
<p><strong>Il lavoro degli attivisti non è solo criminalizzato e represso, ma anche demonizzato e stigmatizzato per via delle accuse che vengono attribuite ai solidali, quali per esempio quella di traffico di esseri umani</strong>. Sul tema si è anche espresso il Consiglio d’Europa, che ha richiamato tutti gli Stati membri a interrompere la repressione nei confronti degli attivisti per i diritti umani che si occupano di persone rifugiate, migranti e richiedenti asilo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>In Europa il consenso per la democrazia è in caduta libera</title>
		<link>https://asvis.it/in-europa-il-consenso-per-la-democrazia-e-in-caduta-libera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Milos Skakal]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Aug 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Solo il 36% dei rispondenti al sondaggio di European movement international vede positivamente la forma di governo democratica, mentre cresce il sentimento nazionalista, anche se si afferma l’idea di un esercito comune. 22/8/25</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify">Il 64% delle europee e degli europei ha una <strong>visione negativa della democrazia</strong> e, di contro, solo il 36% la sostiene saldamente. Questo è il dato più rilevante che emerge dal sondaggio “<strong><a href="https://europeanmovement.eu/publication-articles/listen-to-the-people-european-attitudes-on-democracy-defence-and-trust-in-the-eu/">Defence poll</a></strong>”, realizzato da European movement international e pubblicato il 16 luglio. Lo studio, che si è basato su un campione di 3504 intervistati ed è stato svolto dal 3 al 10 giugno, ha interrogato rispondenti maggiorenni di diverse età e di diverso genere provenienti da sette Paesi dell’Unione europea – Italia, Polonia, Svezia, Francia, Spagna, Germania e Romania – con all’incirca 500 interviste per ogni Paese.</p>
<p>Il sondaggio ha anche affrontato temi cruciali per l’opinione pubblica europea, come la <strong>percezione delle istituzioni dell’Ue e dei suoi leader</strong> e la questione della <strong>creazione di un esercito comune</strong> che “superi” gli eserciti nazionali.</p>
<h3><strong>La democrazia non convince e cresce il sentimento nazionalista</strong></h3>
<p>Dei sette Paesi presi in esame, solo uno, la Svezia, ha visto una maggioranza di risposte favorevoli alla democrazia come sistema di governo, anche se la percentuale è poco al sopra della metà, con il 52% di risposte positive. Tutti gli altri vedono <strong>la democrazia più come un problema</strong> che come una risorsa. Il Paese che ha dato la risposta più negativa è la Spagna, con appena il 25% di risposte favorevoli. L’Italia, insieme alla Germania, risponde per il 42% in favore alla democrazia.</p>
<p style="text-align: center"><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/grafico1dem.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>Insieme a questo sentimento riluttante verso la democrazia cresce anche un ripiego verso posizioni nazionaliste, che vedono come prioritari gli interessi nazionali. L’80% del totale dei rispondenti è d’accordo con l’idea che <strong>il proprio Paese</strong>, a livello internazionale,<strong> deve essere più intraprendente nel promuovere i suoi interessi nazionali</strong> e promuovere la pace e la prosperità. Inoltre, il 65% degli intervistati è d’accordo con l’idea che il proprio Paese deve dare <strong>priorità all’interesse nazionale</strong> anche quando questo va in conflitto con quello di altri Paesi. In Italia il 61% di chi ha risposto al sondaggio è d’accordo con questa affermazione.</p>
<h3><strong>La conoscenza delle istituzioni dell’Unione europea e dei suoi leader</strong></h3>
<p>In generale, l’Ue è l’istituzione internazionale più conosciuta dagli europei (rispetto a Nazioni unite, Nato, e G20): il 61% dei rispondenti afferma di “sapere qualcosa” o di “saperne molto”. I due Paesi dove la consapevolezza rispetto alla Ue è più alta sono la Romania (76%) e l’Italia (72%), ma in tutti i Paesi il dato supera il 50%.</p>
<p>Se la conoscenza dell’Ue è invece posta dal punto di vista delle sue istituzioni i dati si abbassano considerevolmente. <strong>L’organo più conosciuto è il Parlamento europeo (54% del totale)</strong>, ma gli altri presi in esame (Commissione europea, Banca centrale europea, Consiglio dell’Ue, Corte europea di giustizia) hanno tutti valori che si aggirano tra il 40% e il 46% di consapevolezza. <strong>L’istituzione meno conosciuta è l’Agenzia europea di difesa</strong>, di cui solo il 22% ne ha sentito parlate “un poco” o “molto”.</p>
<p>Ancora una volta, è in Italia e in Romania che la consapevolezza riguardo alle istituzioni dell’Ue è più alta, per tutti gli organi presi in esame.</p>
<p style="text-align: center"><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/grafico2dem.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>Per quanto riguarda invece la conoscenza delle figure apicali dell’Unione, queste sono in generale poco o molto poco conosciute. <strong>Urusla von der Leyen</strong>, presidente della Commissione europea<strong>, è il personaggio politico più conosciuto</strong> (48%), ma comunque da meno della metà degli intervistati. Dopo di lei viene <strong>Roberta Metsola</strong>, presidente del Parlamento europeo,<strong> con appena il 18% delle risposte affermative</strong>, mentre <strong>Kaja Kallas</strong>, Alto rappresentante della Politica estera e di sicurezza dell’Ue è conosciuta dal 14% dei rispondenti. <strong>Andrius Kubilius</strong>, rappresentante europeo per la Difesa e lo spazio è conosciuto da appena l’8% di chi ha risposto al sondaggio.<strong> </strong></p>
<h3><strong>Esercito europeo e industria bellica comune</strong></h3>
<p>Posti di fronte a varie opzioni di risposta alla domanda “a cosa associ i concetti di ‘difesa e sicurezza’?”, gli intervistati hanno risposto per il 62% con “forze e operazioni militari”, per il 57% con “anti-terrorismo” e con il 53% con “alleanze internazionali”. In termini di difesa, la collaborazione e il bilanciamento tra l’interesse nazionale e quello europeo è visto positivamente per il 52% di chi ha risposto.</p>
<p>In linea con queste risposte, <strong>il 56% dei partecipanti al sondaggio è d’accordo “in parte” o “molto” con la proposta di creare un esercito europeo comune</strong>, dove gli Stati membri lavorano insieme sotto una leadership di difesa comune. A essere maggiormente d’accordo con questa affermazione sono rumeni (62%) e spagnoli (60%), mentre in Italia questa proposta è condivisa dal 54% degli intervistati.</p>
<p style="text-align: center"><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/grafico3dem.png" alt="" width="70%" /></p>
<p><a href="https://europeanmovement.eu/publication-articles/listen-to-the-people-european-attitudes-on-democracy-defence-and-trust-in-the-eu/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Scarica il documento</strong></a></p>
<p>Copertina: <a class="ImageDetails__information--link" href="https://it.123rf.com/profile_yourapechkin">yourapechkin</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>YouGov: un giovane intervistato su cinque sarebbe favorevole a un regime autocratico</title>
		<link>https://asvis.it/yougov-un-giovane-intervistato-su-cinque-sarebbe-favorevole-a-un-regime-autocratico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Milos Skakal]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jul 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dirlo il sondaggio condotto per la fondazione tedesca Tui in Germania, Francia, Spagna, Italia, Grecia e Polonia, oltre che nel Regno Unito. Ue percepita come qualcosa di positivo, ma cresce lo scetticismo sul suo funzionamento. 23/7/25</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/yougov-un-giovane-intervistato-su-cinque-sarebbe-favorevole-a-un-regime-autocratico/">YouGov: un giovane intervistato su cinque sarebbe favorevole a un regime autocratico</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Preoccupa lo stato di salute della democrazia come fondamentale regola di vita comune. Ne parla un <strong><a href="https://www.tui-stiftung.de/wp-content/uploads/2025/07/20250708_YouGov_Ergebnisbericht_TUI_Stiftung_Junges_Europa_2025_EN.pdf">sondaggio</a></strong> realizzato e pubblicato a inizio luglio dall’istituto <strong>YouGov per la fondazione Tui</strong>, basata in Germania, che ha preso in esame le opinioni di 6.703 persone tra i 16 e i 26 anni in sei Paesi europei  &#8211; Germania, Francia, Spagna, Italia, Grecia e Polonia &#8211; e nel Regno Unito.</p>
<p>Il 52% delle giovani e dei giovani intervistati è “completamente d’accordo” o “in qualche modo d’accordo” nell’osservare che nel proprio Paese sono <strong>in aumento condotte “anti-democratiche”</strong>. Se più di uno su cinque sarebbe favorevole a un regime autocratico, per l’Italia il dato sale:<strong> quasi un quarto delle giovani e dei giovani italiani (24%) preferirebbe una forma di governo “autoritaria</strong>, sotto alcune condizioni”, anche se non precisate.</p>
<p>Dallo studio vengono evidenziate altre importanti tendenze, come il sentimento delle giovani generazioni verso l’Unione europea e i cambiamenti delle loro appartenenze politiche tra destra e sinistra, non solo rispetto al passato recente ma anche in relazione al genere.</p>
<h3><strong>Come viene percepito il sistema democratico</strong></h3>
<p>Secondo il documento <strong>le valutazioni sullo stato delle democrazie sono negative tra le giovani generazione</strong>. Il 57% dei rispondenti dichiara di preferire la democrazia a qualsiasi altra forma di governo, ma il 37% afferma di non sentirsi soddisfatto del sistema democratico che vige nel proprio Paese, contro il 26% di chi invece si considera soddisfatto. <strong>Il Paese dove le giovani e i giovani sono “più soddisfatti” è la Germania </strong>(45% di soddisfatti e 27% di insoddisfatti), mentre quello dove la democrazia nella sua forma “locale” è percepita più negativamente è la <strong>Grecia</strong> (12% di soddisfatti e 65% di insoddisfatti).</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/YouGov_Democracy.png" alt="" width="100%" /></p>
<h3><strong>L’Europa è ancora vista come una casa comune?</strong></h3>
<p>Le giovani e i giovani europei si sentono almeno in parte europei, per lo meno per la maggior parte del campione preso in esame: alla domanda “Come sei più incline a descrivere [la tua identità]?”, <strong>il 57% risponde di sentirsi sia europeo che del proprio Paese di appartenenza</strong>, mentre solo il 2% si identifica esclusivamente come europeo. Quasi un giovane su 3 (29%) sente invece unicamente la propria identità nazionale.</p>
<p>Nonostante ciò, <strong>l’Unione europea rimane per le giovani e i giovani una istituzione che non si occupa delle questioni importanti</strong> e che dà troppa rilevanza a problemi “banali”: a essere “completamente d’accordo” o “in qualche modo d’accordo” con questa affermazione è il 53% dei rispondenti. Le questioni percepite dai giovani europei come prioritarie sono le migrazioni (37%), le politiche economiche (33%) e la tutela ambientale (28%).</p>
<p><strong>Il 39</strong><strong>% delle giovani e dei giovani sente che il metodo con cui l’Europa funziona non è particolarmente democratico</strong>, ma un altro 39% non è d’accordo con questa affermazione. Tuttavia, l’Unione europea continua ad essere percepita come qualcosa di positivo (in Germania per quattro su cinque).</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/YouGovIssue.png" alt="" width="100%" /></p>
<h3><strong>I cambiamenti delle opinioni politiche</strong></h3>
<p>Il documento si interroga anche rispetto a come stanno evolvendo le tendenze politiche delle giovani generazioni, per capire se queste stanno posizionando la loro appartenenza elettorale verso “destra”, considerando anche alcuni importanti eventi politici recenti come le elezioni legislative europee del 2024 e le elezioni presidenziali statunitensi dello stesso anno.</p>
<p>In confronto con le opinioni del 2021, <strong>è aumentato in generale il numero di giovani che si identifica con opinioni di destra o di sinistra, mentre l’appartenenza al centro è diminuita</strong>. Lo scarto più evidente si è verificato in Germania. In <strong>Italia</strong> la percentuale di giovani che votano per partiti di centro è rimasta piuttosto stabile (dal 30 al 29%), quella di chi vota per partiti di destra è passata dal 16 al 18%, mentre quella per partiti di sinistra dal 25 al 34%.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/YouGov_Democracy_2.png" alt="" width="100%" /></p>
<p>Da rilevare il fatto che <strong>sembra consolidarsi una divisione di genere per quanto riguarda il posizionamento politico</strong>. Questa tendenza è più evidente in Germania, in Francia e in Italia, dove le giovani ragazze stanno aderendo sempre di più a partiti politici di sinistra o progressisti, mentre in Grecia e in Polonia i giovani ragazzi votano sempre di più a destra, anche se il fenomeno è meno accentuato.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/YouGov_Democracy_3.png" alt="" width="100%" /></p>
<h3><strong>Che cosa pensano le giovani e i giovani in Italia</strong></h3>
<p>Nel nostro Paese le giovani generazioni sono tra quelle che in Europa sono più insoddisfatte con il modello democratiche che le governa, con un tasso di insoddisfazione (43%) maggiore più del doppio di quello di soddisfazione (17%). Ma <strong>in Italia è anche in aumento il numero di giovani che vede la democrazia a rischio</strong> nel proprio Paese, con una percentuale che è passata dal 33% nel 2024 al 38% nel 2025.</p>
<p>Rispetto invece al sentimento di appartenenza, una larga fetta di giovani italiani<strong>, il 67% degli intervistati, sente che la propria identità è legata a quella europea</strong>, ed è in aumento la percentuale (dal 58 al 63%) di chi considera l’adesione all’Unione europea una cosa buona.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="https://www.tui-stiftung.de/wp-content/uploads/2025/07/20250708_YouGov_Ergebnisbericht_TUI_Stiftung_Junges_Europa_2025_EN.pdf">Scarica i risultati del sondaggio</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/vista-dellinterno-dello-stadio-ySA9uj7zSmw" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/yougov-un-giovane-intervistato-su-cinque-sarebbe-favorevole-a-un-regime-autocratico/">YouGov: un giovane intervistato su cinque sarebbe favorevole a un regime autocratico</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>Imprese edili e di costruzione sotto pressione: solo la sostenibilità garantisce stabilità</title>
		<link>https://asvis.it/imprese-edili-e-di-costruzione-sotto-pressione-solo-la-sostenibilita-garantisce-stabilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Milos Skakal]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#BuonePraticheAziende]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
		<category><![CDATA[#NewsAderente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Contrastare il cambiamento climatico è un vantaggio per le aziende, che rischiano di perdere soldi e competitività se perseguono l’inazione climatica. Il rapporto dell’Associazione infrastrutture sostenibili. 3/7/25</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Procedure pubbliche più certe e trasparenti</strong>, dove la sostenibilità è un requisito fondamentale nella programmazione e nella realizzazione degli investimenti, <strong>e metriche e tassonomie chiare</strong>. Di questo hanno bisogno le <strong>aziende</strong>, soprattutto quelle coinvolte nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture, per accelerare i loro impegni nell’adozione di un modo di <em>fare impresa</em> che sia in linea con l’abbattimento delle emissioni e con il raggiungimento degli Obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.</p>
<p>Un passaggio fondamentale per il mondo imprenditoriale, italiano, europeo e globale, che rischia di essere travolto dagli effetti degli scontri geopolitici mondiali e del cambiamento climatico, soprattutto in termini di rendimento degli investimenti, se non accelera il suo impegno verso la transizione ecologica.</p>
<p>Questo il messaggio principale contenuto all’interno del rapporto “<strong><a href="https://infrastrutturesostenibili.org/practice/report_la_sostenibilita_conviene/">Il valore della sostenibilità. Finanza, economia, infrastrutture</a></strong>”, curato e realizzato dal giornalista Marco Panara per l’<strong>Associazione infrastrutture sostenibili</strong> (Ais) e presentato il 19 giugno a Milano presso la sede della Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche.</p>
<h3><strong>Rischi e opportunità per le imprese di costruzione ed edili in tempi di crisi</strong></h3>
<p>Nel prossimo futuro sono due i <strong>fattori di maggior rischio per le aziende</strong> che si occupano di costruzioni ed edilizia.</p>
<p>Il primo fattore è il <strong>contesto geopolitico</strong>, che è denso di esempi: dalla Brexit al rallentamento delle supply chain dovuto ad attacchi militari negli stretti marittimi, senza dimenticare la crisi pandemica o la guerra in Ucraina, che ha sconvolto il sistema europeo di approvvigionamento energetico. Per andare incontro alle incertezze portate da un contesto in continuo cambiamento, il Rapporto consiglia la continua ricerca di alternative e di “ridondanze” strategiche per <strong>non far sì che le imprese rimangano isolate dagli scambi globali</strong>.</p>
<p>Il secondo fattore è la <strong>crisi ambientale</strong>, che mette a repentaglio le infrastrutture stesse, visto che sono particolarmente esposte agli eventi climatici estremi. Le infrastrutture giocano un ruolo importante nella lotta al cambiamento climatico anche nella loro fase di realizzazione, che genera ingenti quantità di emissioni. Secondo il Rapporto, <strong>solo l’1% dei materiali edili viene oggi riciclato</strong>, generando ingenti quantità di gas climalteranti. Le percentuali potrebbero essere drasticamente ridotte, portando il taglio delle emissioni nel settore del <strong>13% entro il 2030 e del 75% nel 2050</strong>.   </p>
<h3><strong>La sostenibilità conviene alle aziende</strong></h3>
<p>Il documento riporta uno studio pubblicato nel 2014, condotto da ricercatori della Harvard business school e dalla London school of economics, che ha messo a confronto i rendimenti di 180 aziende statunitensi, dal 1993 al 2010, per valutare i differenziali di rendimento a seconda delle politiche aziendali. Le imprese sono state infatti divise tra quelle ad “alta sostenibilità” e quelle a “bassa sostenibilità”, e a conclusione dello studio è evidente che <strong>investire in politiche volte a preservare l’ambiente è più redditizio che non farlo</strong>.</p>
<p>Il primo gruppo ha infatti registrato un Roa (Return of asset, indice di bilancio che misura la redditività di un&#8217;azienda in relazione alle sue attività totali) e un Roe (Return on Equity, indice di bilancio che indica la redditività del capitale proprio di un&#8217;azienda) maggiori rispetto al secondo. Lo scarto per il Roa va dal 7,9% per il primo gruppo al 7,5% per il secondo, mentre per il Roe va dall’11,2% al 10,9.</p>
<p>Anche per quanto riguarda gli investimenti azionari, il Rapporto evidenzia che la sostenibilità riporta maggiori rendimenti rispetto agli asset convenzionali. Secondo l’analisi di Raffeisen Schweiz citata nel testo, nell’arco di tempo che va dal 2014 al 2024, ovvero rispetto a un rendimento decennale, <strong>i portafogli finanziari sostenibili hanno riportato +170% sull’investimento iniziale, contro il + 140% dei portafogli convenzionali</strong>.</p>
<p>“La sostenibilità conviene”, affferma <strong>Lorenzo Orsenigo</strong>, presidente Ais e presidente e direttore generale di Icmq spa, nel testo di apertura del Rapporto. “<em>Chi implementa politiche Esg, registra fatturato e marginalità maggiori; una crescente capacità di innovazione ed è facilitato nell’affrontare i mercati internazionali. Così come le loro quotazioni azionarie risultano superiori a quelle di aziende più conservative</em>”. Orsenigo sottolinea che costruire edifici e infrastrutture seguendo criteri di sostenibilità è un modo per fare girare l’economica: “<em>Pianificare, progettare e realizzare infrastrutture sostenibili vuol dire, infatti, dotarsi di un fattore moltiplicatore dell’economia e di benessere</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="https://infrastrutturesostenibili.org/practice/report_la_sostenibilita_conviene/">Scarica il Rapporto</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/una-gru-che-si-trova-in-cima-a-un-edificio-7B5UEn4alLU" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a></em></p>
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		<title>Guerra e pace: dal Club di Roma cinque azioni per aiutare a risolvere i conflitti</title>
		<link>https://asvis.it/guerra-e-pace-dal-club-di-roma-cinque-azioni-per-aiutare-a-risolvere-i-conflitti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Milos Skakal]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 May 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non possiamo vivere in pace tra esseri umani senza fare pace con la natura. Con questo spirito l’ultimo rapporto dell’associazione offre una riflessione a più voci per intervenire, partendo dal necessario abbandono delle logiche moderne. 28/5/25</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><span style="font-weight: 400">Di fronte alle atrocità che stanno vivendo le popolazioni civili nei teatri di guerra contemporanei, soprattutto </span><strong>a Gaza, in Ucraina e in Sudan</strong><span style="font-weight: 400">, c&#8217;è un&#8217;urgente necessità di scoprire e creare condizioni globali, istituzioni e coscienza condivisa che facciano da base per </span><strong>una pace duratura e “planetaria”.</strong><span style="font-weight: 400"> Quello di cui ha bisogno il nostro mondo è di salute e benessere fisico, emotivo e spirituale e del rifiuto di tutte le guerre. Ma la fine delle violenze e degli orrori della guerra non potrà farsi senza interrompere le cause del cambiamento climatico e </span><strong>modificare l’attuale logica</strong><span style="font-weight: 400"> dominante della modernità, coloniale, estrattiva e suprematista,</span><strong> che ha portato al dominio dell’essere umano sulla natura.</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400">Questo è il messaggio principale contenuto nel </span><strong>rapporto “</strong><a href="https://www.clubofrome.org/publication/enduring-peace-in-the-anthropocene/"><span style="font-weight: 400">Enduring peace in the Anthropocene</span></a><strong>”</strong><span style="font-weight: 400">, pubblicato il 16 maggio dall’associazione </span><strong>Club di</strong> <strong>Roma</strong><span style="font-weight: 400">, che dal 1968 riunisce ricercatrici e ricercatori da tutto il mondo per studiare i cambiamenti globali. Questa pubblicazione, viene specificato dai co-presidenti dell’organizzazione, </span><strong>Paul Shrivastava</strong><span style="font-weight: 400"> e </span><strong>Sandrine Dixson-Declève</strong><span style="font-weight: 400">, nel loro messaggio iniziale, è concepita come un’opera corale, che racchiude al suo interno i punti di vista di alcuni dei membri del Club of Rome. </span></p>
<h3><strong>I valori condivisi e la “pace planetaria”</strong></h3>
<p><span style="font-weight: 400">Quello che viene proposto nel documento è il concetto olistico di “</span><strong>pace planetaria</strong><span style="font-weight: 400">”, che vuole essere alla base di una “improbabile quanto indispensabile” </span><strong>riconciliazione tra gli esseri umani e tra gli esseri umani e la vita nel suo insieme</strong><span style="font-weight: 400">. Il documento vuole sottolineare che gli scenari di guerra attualmente in corso sono il frutto di una visione più ampia del mondo, che ha plasmato la “modernità” come un </span><strong>continuo e infinito accaparramento di risorse</strong><span style="font-weight: 400">. Questa visione del mondo è responsabile della distruzione degli ecosistemi da cui l’umanità dipende. Lo sperpero e l’erosione delle risorse planetaria, congiunto a un aumento della popolazione mondiale, </span><strong>porta a competizioni e conflitti bellici. </strong></p>
<p><span style="font-weight: 400">Il documento sottolinea infatti la necessità di ripartire dal </span><a href="https://asvis.it/goal16/i-target/"><strong>Goal 16 dell’Agenda Onu</strong></a><span style="font-weight: 400"> per lo sviluppo sostenibile, che ha come obiettivo di costruire società giuste e in pace, grazie alla garanzia dell’accesso alla giustizia per tutte e tutti e alla costruzione di istituzioni efficienti, responsabili e inclusive a tutti i livelli.</span></p>
<h3><strong>Le azioni da intraprendere</strong></h3>
<p><span style="font-weight: 400">Il documento delinea </span><strong>cinque azioni transdisciplinari</strong><span style="font-weight: 400">, in linea con la visione del mondo elaborata negli anni dal Club of Rome, </span><strong>che possono aiutare a risolvere i conflitti </strong><span style="font-weight: 400">internazionali e intergruppi senza fare ricorso alla violenza e all’oppressione, dando corpo all’idea di realizzare una “pace perpetua”. Le cinque azioni da intraprendere sono:</span><span style="font-weight: 400"><br /></span></p>
<ul>
<li style="font-weight: 400"><strong>Economia di pace</strong><span style="font-weight: 400">: è necessario dare priorità alla costruzione di relazioni economiche pacifiche che forniscano a tutte e tutti le condizioni per vivere una vita decente. Costruire un’economia di pace serve anche a promuovere le istituzioni che favoriscono la salute e il benessere individuale, la libertà e i diritti umani.</span><span style="font-weight: 400"><br /></span></li>
<li style="font-weight: 400"><strong>Logistiche umanitarie</strong><span style="font-weight: 400">: l’attuale impegno umanitario nelle zone colpite da guerre può fare affidamento su troppe poche risorse e infrastrutture per prevenire nuovi conflitti. C’è bisogno di maggiori sforzi nel concedere fondi e supporto logistico alle organizzazioni umanitarie, come la Croce Rossa o l’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l&#8217;occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente).</span><span style="font-weight: 400"><br /></span></li>
<li style="font-weight: 400"><strong>Una pace giusta, rendere memoria alle vittime, elaborare i traumi</strong><span style="font-weight: 400">: la cura delle ferite e delle sofferenze inflitte dalle guerre passa anche dalla costruzione di una memoria ufficiale, che attraverso istituzioni, monumenti, musei e memoriali possa ricucire il tessuto sociale colpito dai conflitti.</span><span style="font-weight: 400"><br /></span></li>
<li style="font-weight: 400"><strong>Pace come salute</strong><span style="font-weight: 400">: la guerra è una malattia, e deve essere curata per evitare la sua continua propagazione. Ma più importante ancora è la prevenzione attraverso un accesso giusto e universale alla salute, che deve essere implementata su livelli multipli, comunitari, sociali, nazionali, per servire da antidoto contro nuovi conflitti.</span><span style="font-weight: 400"><br /></span></li>
<li style="font-weight: 400"><strong>L’empowerment di donne e giovani</strong><span style="font-weight: 400">: eliminare la guerra e costruire culture di pace richiederà l&#8217;empowerment trasformativo delle donne e dei giovani in tutti i ceti sociali, che possono promuovere una nuova etica dell&#8217;assistenza e della cura che si integri tra sé e gli altri e integri la ragione con le emozioni. Esiste una stretta correlazione tra gli uomini e la cultura della guerra, che affonda le sue radici nei sistemi sociali patriarcali e che bisogna superare per vivere in un mondo in pace. </span></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-weight: 400">Copertina:<a href="https://it.123rf.com/photo_232488855_tests-of-modern-weapons-explosions-on-the-battlefield.html">123rf</a></span></em></p>
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		<title>Ocse: le città devono adattarsi a una popolazione di tutte le età</title>
		<link>https://asvis.it/ocse-le-citta-devono-adattarsi-a-una-popolazione-di-tutte-le-eta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Milos Skakal]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Apr 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal11]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le realtà urbane saranno sempre più affollate e anziane, rileva un rapporto dell’Organizzazione. Una doppia pressione demografica che impone nuove strategie, a partire da politiche per la casa più accessibili e inclusive. 24/4/25</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/ocse-le-citta-devono-adattarsi-a-una-popolazione-di-tutte-le-eta/">Ocse: le città devono adattarsi a una popolazione di tutte le età</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Se non vengono adottate subito misure per rendere gli agglomerati urbani più inclusivi per le persone di tutte le età, sia anziane che giovani, i costi economici e sociali per le città saranno significativi. Questo è il messaggio principale evidenziato dal rapporto “<a href="https://www.oecd.org/en/publications/cities-for-all-ages_f0c8fefa-en.html" target="_blank" rel="noopener">Cities for all ages</a>”, pubblicato il 14 aprile dall’Ocse, che sottolinea le sfide che pone l’aumento, nei prossimi anni, della popolazione urbana di più di 65 anni. Si prevede, infatti, che questa quota crescerà nei 35 Paesi Ocse dal 20,9% del 2020 al 27,9%. Ma allo stesso tempo le città si stanno ingrandendo e sta crescendo il numero dei loro abitanti, considerando che questi territori offrono maggiori opportunità economiche, soprattutto per i più giovani. Quindi, nelle realtà urbane aumenteranno sia i bisogni connessi con le fasce più anziane della popolazione, che quelli legati alle fasce più giovani. Una doppia pressione che non deve trovare le città impreparate.</p>
<h3>Città escludenti</h3>
<p>La questione dei cambiamenti demografici delle metropoli pone degli interrogativi su come le città devono trasformarsi per evitare ripercussioni a lungo termine sul tessuto socio-economico. Per esempio, in città mal pianificate persone anziane, famiglie con bambini piccoli e giovani adulti sono spesso obbligati a vivere al di fuori dai centri cittadini. Un fenomeno che riduce l’interazione generazionale e limita i benefici economici e sociali delle diverse comunità, con effetti sulle persone anziane ma anche sui giovani, come per esempio gli studenti, che nelle metropoli vivono più alte possibilità di isolamento sociale. Secondo il documento, in alcuni Paesi Ocse come gli Stati uniti, le disuguaglianze tra i quartieri di una stessa città sono tra i fattori che incidono in modo più significativo sulla mobilità sociale. </p>
<hr />
<p style="text-align: center"><em><strong>LEGGI ANCHE &#8211; <a href="https://futuranetwork.eu/citta-e-urbanistica/691-5099/abitare-e-anziani-le-nuove-forme-di-housing-per-una-popolazione-che-invecchia" target="_blank" rel="noopener">ABITARE E ANZIANI, LE NUOVE FORME DI HOUSING PER UNA POPOLAZIONE CHE INVECCHIA</a></strong></em></p>
<hr />
<h3>La questione casa</h3>
<p>Nelle città sta emergendo ormai da decenni una difficoltà sempre maggiore nel trovare alloggio, mettendo a rischio soprattutto le fasce di popolazione meno abbienti. L’aumento dei prezzi delle case (cresciuti in media nella zona Ocse del 77% dal 1996 al 2022, a fronte di un aumento del Pil nello stesso periodo del 29%) ha portato a condizioni di sovrappopolamento all’interno delle abitazioni.  </p>
<p>Per i giovani, il problema è legato alla possibilità di uscire dalla casa dei genitori. Da considerare per esempio che nei Paesi dell’Unione europea, in media circa la metà delle persone tra 20 e 29 anni vive in casa con i genitori, un fattore che da una parte ritarda la possibilità di acquistare una casa, e dall’altra li espone al rischio di diventare “persone senza fissa dimora”. Sebbene i dati siano difficili da reperire, il fenomeno dei senzatetto tra i giovani è infatti in aumento in alcuni Paesi Ocse.</p>
<p>Le persone anziane che non hanno accesso ad alloggi adeguati alle loro necessità riportano più alti rischi di incidenti domestici, una condizione che mina la loro indipendenza. Secondo un sondaggio dell’Australian housing and urban research institute, citato dall’Ocse, in Australia il 75% degli intervistati – operatori immobiliari e professionisti dell’assistenza agli anziani – considera gli alloggi riservati alla terza età come “non adeguati” o “per nulla adeguati”. </p>
<h3>Le indicazioni dell’Ocse</h3>
<p>Per andare incontro alle sfide che le città si troveranno a affrontare con il cambiamento demografico, il documento offre una lista di nove raccomandazioni:</p>
<ul>
<li>dare priorità a pianificazioni urbane più inclusive e flessibili;</li>
<li>supportare soluzioni abitative mirate ai bisogni delle diverse generazioni;</li>
<li>facilitare, tramite le istituzioni pubbliche, opportunità di lavoro per giovani e anziani nel terzo settore e nel pubblico;</li>
<li>mobilitare finanziamenti per città inclusive per tutte le fasce di età; </li>
<li>formare le istituzioni pubbliche alla promozione di politiche urbane attente ai bisogni delle diverse fasce di età;</li>
<li>implementare dati targettizzati per fascia d’età degli abitanti;</li>
<li>allineare le politiche delle amministrazioni per rendere più accessibili alloggi, trasporti e servizi sociali;</li>
<li>coinvolgere gruppi di ogni età nella pianificazione delle città;</li>
<li>condividere con altre città buone pratiche e progetti pilota.</li>
</ul>
<p>Alcune buone pratiche arrivano anche dall’Italia. Ad esempio, Torino (come Alicante, in Spagna) offre alloggi ai giovani in cambio dell’assistenza agli anziani.</p>
<p><a href="https://www.oecd.org/en/publications/cities-for-all-ages_f0c8fefa-en.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Scarica il Rapporto</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/veduta-aerea-degli-edifici-della-citta-durante-il-giorno-y6pwg6LSgrA" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/ocse-le-citta-devono-adattarsi-a-una-popolazione-di-tutte-le-eta/">Ocse: le città devono adattarsi a una popolazione di tutte le età</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>Democrazia in Europa: l’Italia tra i Paesi che “non rispettano” lo Stato di diritto</title>
		<link>https://asvis.it/democrazia-in-europa-litalia-tra-i-paesi-che-non-rispettano-lo-stato-di-diritto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Milos Skakal]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per il report Liberties il nostro Paese va male su indipendenza della giustizia, libertà di espressione e diritto alla protesta. Ma il quadro è negativo per l’insieme dell’Ue. L’ascesa del populismo tra le cause del declino democratico. 28/3/25</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/democrazia-in-europa-litalia-tra-i-paesi-che-non-rispettano-lo-stato-di-diritto/">Democrazia in Europa: l’Italia tra i Paesi che “non rispettano” lo Stato di diritto</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>In Europa, la democrazia come forma di governo rischia nei prossimi anni di diventare sempre più sbiadita, fino alla possibilità che alcuni Paesi scivolino verso modelli autocratici. Questo è l’allarme che lancia l’ong Civil Liberties Union for Europe (Liberties) con il suo “<a href="https://www.liberties.eu/en/stories/rolreport2025-main/45330" target="_blank" rel="noopener"><strong>Liberties Rule of Law Report 2025</strong></a>”. Il documento, una versione “ombra” dell’analoga analisi sullo Stato di diritto rilasciata annualmente dalla Commissione europea, è stato pubblicato il 17 marzo e fornisce una lettura indipendente sulle sfide che gli Stati membri devono affrontare per salvaguardare le fondamenta della democrazia. </p>
<h3>Una democrazia in declino?</h3>
<p>L’ong con sede a Berlino valuta l’andamento, per ogni Paese membro dell’Unione europea, di sei aree tematiche: sistema giudiziario, lotta alla corruzione, libertà di espressione, bilanciamenti e contro-poteri, libertà civili, diritti umani. Quest’anno si registra un’evoluzione sostanzialmente negativa.<strong> In molti Paesi i sistemi giudiziari vengono manipolati dalla politica </strong>a dispetto della loro indipendenza, mentre sulla lotta alla corruzione pesa la mancanza di trasparenza e una debolezza nell’applicazione delle leggi. </p>
<p><strong>La libertà di espressione è l’area che ha mostrato il maggior declino,</strong> per le continue interferenze della politica sui mezzi di comunicazione e la concentrazione dei media nelle mani di pochi proprietari. </p>
<p>L’interferenza della politica nelle autorità di garanzia è una minaccia anche nei meccanismi di bilanciamento e contro-potere, indeboliti dal ricorso sempre più frequentemente di strumenti legislativi “veloci”, che non permettono un adeguato scambio parlamentare. </p>
<p>{##card#46#23168}  </p>
<p><strong>Anche gli spazi di libertà civili si riducono sempre di più</strong>, a causa di misure che restringono la protesta pacifica e la libera associazione. In particolare, l’anno scorso il diritto a manifestare è stato represso in tutta Europa soprattutto per gli attivisti per il clima e i manifestanti pro-Palestina. Rispetto ai diritti umani viene invece rilevata una continua pressione sull’inasprimento delle politiche migratorie e una diffusione sempre più massiccia di discorsi di odio verso le minorità. </p>
<h3>Italia tra i peggiori in Ue per lo Stato di diritto</h3>
<p>Nonostante alcuni governi mantengano alta l’attenzione sul rispetto delle regole della democrazia, come Danimarca, Irlanda ed Estonia, il quadro d’insieme mostra una crescente disparità. Si nota in particolare un continuo declino dell’indice di salute dello Stato di diritto tra i Paesi in era già debole, come il nostro.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/Liberties.jpg" alt="" width="70%" />L’Italia si annovera nel quarto gruppo, quello dei Paesi “i cui governi hanno sistematicamente non rispettato lo Stato di diritto” lo scorso anno. In particolare per quanto riguarda l’indipendenza della giustizia, l’erosione della libertà di espressione e il diritto alla protesta. </p>
<p>Tra le raccomandazioni all’Italia riportate dal report viene sottolineata la necessità di non approvare il Ddl 1660, anche detto “Sicurezza”, in quanto introduce nuovi reati il cui obiettivo è criminalizzare il dissenso e i gruppi più vulnerabili della società. L’Italia dovrebbe piuttosto promuovere delle misure che rafforzano previdenza e inclusione sociale.  </p>
<h3>Populismo e futuro della democrazia in Europa</h3>
<p>Nel documento viene sottolineato anche che una delle cause dell’indebolimento della democrazia liberale in Europa è l’aumento del peso e del numero di organizzazioni politiche populiste, soprattutto nella rappresentanza parlamentare europea. Secondo uno studio dell’European center for populism studies, citato dal Rapporto, circa il 36% dei seggi al Parlamento Ue sono occupati da partiti populisti, e si registra nell’insieme una dominanza di partiti di destra. Quando i partiti populisti vanno al potere, viene rimarcato, possono portare con loro uno slittamento delle garanzie fondamentali e un declino democratico. Ma anche portare l’intero sistema verso l’autocrazia. </p>
<p><a href="https://www.liberties.eu/en/stories/rolreport2025-main/45330" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consulta il Rapporto</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://it.123rf.com/photo_126354095_bilancia-della-giustizia-e-martelletto-del-giudice-in-legno-segno-di-martello-di-legge-con-libri-di.html" target="_blank" rel="noopener">123rf</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/democrazia-in-europa-litalia-tra-i-paesi-che-non-rispettano-lo-stato-di-diritto/">Democrazia in Europa: l’Italia tra i Paesi che “non rispettano” lo Stato di diritto</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>Global democracy index: diminuiscono nel mondo i governi democratici</title>
		<link>https://asvis.it/global-democracy-index-diminuiscono-nel-mondo-i-governi-democratici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Milos Skakal]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Mar 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo l’Indice dell’Economist, nel 2024 solo il 45% della popolazione viveva in una democrazia, il 39% sotto un regime autoritario e il 15% in sistemi “ibridi”. In ascesa disaffezione alla politica e populismo: pesa la scarsa fiducia nei governi. 7/3/25</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da ormai dieci anni il livello di <strong>democratizzazione degli Stati</strong> nel mondo è in continuo <strong>declino</strong>. Questo è il messaggio principale che fuoriesce dal <a href="https://www.economist.com/interactive/democracy-index-2024/" target="_blank" rel="noopener">Global democracy index 2024</a>, pubblicato a fine febbraio dall’Economist intelligence unit (Eiu). Il documento valuta ogni anno 167 Paesi e territori su una scala da zero a dieci basata su cinque criteri: processo elettorale e pluralismo, funzionamento del governo, partecipazione politica, cultura politica e libertà civili. I Paesi sono poi raggruppati in quattro categorie: democrazie complete, democrazie imperfette, regimi ibridi e regimi autoritari.</p>
<h3>La democrazia in caduta libera </h3>
<p>Nel 2024, nonostante le elezioni che hanno interessato circa 70 Paesi, la media globale dell’Indice di democrazia dell’Economist è sceso al minimo storico di 5,17 punti, in calo rispetto al massimo di 5,5 del 2015. &#8220;Mentre le autocrazie sembrano guadagnare forza, come dimostra l&#8217;andamento dell&#8217;indice dal 2006, le democrazie mondiali stanno faticando&#8221;, ha dichiarato in un comunicato <strong>Joan Hoey</strong>, responsabile del Democracy Index.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/DemocracyIndex2.png" alt="" width="40%" /></p>
<p>Secondo il documento, il 2024 è stato segnato da una “disaffezione generale per le democrazie” cresciuta in tutto il mondo. Questo fenomeno è dovuto dalla mancanza di fiducia nei governi, dalla scarsa efficacia con cui i rappresentanti politici affrontano i problemi dell’elettorato e da un deficit civico e di rappresentanza politica. L’effetto è un sentimento generale di disillusione per le istituzioni democratiche, che contribuisce a far crescere populismo, disimpegno politico e polarizzazione.  </p>
<p>Questo “<strong>malessere della democrazia</strong>” si riflette anche nella composizione dell’Indice, che l’anno scorso ha visto solo 37 Paesi migliorare il loro punteggio, 83 peggiorare e 47 restare stazionari. Ciò significa che per 130 su 167 Paesi la qualità della democrazia è diminuita o è rimasta invariata. </p>
<p> Nel 2024 il 6,6% della popolazione mondiale viveva in Paesi considerati come “democrazie complete”, il 38,4% in “democrazie incomplete, il 15,7% in “regimi ibridi” e ben il 39,2% sotto il governo di regimi autoritari. </p>
<p>{##card#47#23106}  </p>
<h3>Conferme al vertice</h3>
<p>Il Paese in cima all’indice, con lo stesso risultato del 2023, è la <strong>Norvegia</strong> (9,81), in testa per il 16esimo anno consecutivo, seguita da <strong>Nuova Zelanda</strong> e <strong>Svezia</strong>. Il Paese meno democratico è invece l’Afghanistan (0,25), seguito dal Myanmar (0,96). Nonostante l&#8217;andamento del mondo e le guerre in corso, <strong>la salute della democrazia in Europa è buona. </strong></p>
<p>Per quanto riguarda invece gli Stati con i più ampi divari di punteggio tra il 2023 e il 2024, troviamo al primo posto la <strong>Libia</strong>, che ha migliorato il proprio risultato di 0,53 punti, seguita da Senegal (0,45) e Portogallo (0,34), il quale quest’anno entra anche a far parte delle “democrazie complete”. Il risultato peggiore è invece quello del <strong>Bangladesh</strong>, che a causa di una grave crisi politica ha perso 1,44 punti. </p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/DemocracyIndex.png" alt="" width="80%" /></p>
<h3>Scende l’Italia</h3>
<p>Il nostro Paese si è posizionamento nel ranking internazionale al <strong>37esimo posto</strong>, con un punteggio di 7,58 su 10, ex aequo con Capo Verde. È un <strong>trend negativo</strong>: rispetto allo scorso anno, l’Italia ha infatti perso 1,1 punti ed è scesa di tre posizioni nella classifica mondiale. Un declino dovuto principalmente all’andamento al ribasso di due dei cinque criteri dell’indice, ovvero la <strong>cultura politica</strong> e le <strong>libertà civili</strong>. Infatti, dal 2023 al 2024 l’indice relativo alla cultura politica in Italia è passato da 7,5 a 6,88, mentre per quanto riguarda le libertà civili è sceso da 7,35 a 7,06. Da notare che l’Italia <strong>migliora invece sul criterio della funzionalità di governo</strong>, che passa da 6,79 a 7,14, non abbastanza però per compensare l’andamento generale del Paese. </p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/sedie-di-legno-marrone-su-pavimento-di-cemento-grigio-7OxV_qDiGRI" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a></em></p>
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		<title>FOCUS. Fine vita: in futuro potremo decidere quando morire?</title>
		<link>https://asvis.it/focus-fine-vita-in-futuro-potremo-decidere-quando-morire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Milos Skakal]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Feb 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal3]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://asvis.it/focus-fine-vita-in-futuro-potremo-decidere-quando-morire/</guid>

					<description><![CDATA[<p>In aumento il numero di Paesi che adotta norme sul suicidio assistito e sull’eutanasia, sia attiva che passiva, per le persone affette da malattie gravi e terminali. Una diffusione che nasconde anche delle insidie. [Da FUTURAnetwork] 14/2/25</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>“Il Signore si è dimenticato di me”. Questa è la frase che mia bisnonna Liliana aveva l’abitudine di ripetere negli ultimi anni della sua vita. Da anziana, ormai più che novantenne, aveva visto crescere dentro di lei il desiderio di lasciare questo mondo prima dell’ora più buia. Non perché affetta da una malattia terminale o da un male che la faceva soffrire. Era stanca, semplicemente. Ormai viveva in un ospizio da alcuni anni e avrebbe voluto, credo, lasciare questo mondo con semplicità, senza dover aspettare.</p>
<p>Nonna Liliana, consapevole o meno, ha partecipato nel suo piccolo a <strong>un dibattito che attraversa il mondo intero</strong>, da decenni, ovvero quello <strong>sull’eutanasia e il suicidio assistito</strong>. Il centro della questione, in altre parole, è il diritto delle persone di decidere se continuare a vivere, che generalmente viene concesso a chi è affetto da malattie degenerative, terminali, che portano dolori cronici o a chi vive solo grazie all’ausilio di un macchinario medico. Un diritto che le legislazioni dei Paesi del globo stanno recependo sempre di più. Anche in Italia qualcosa si sta muovendo: l’11 febbraio il Consiglio regionale della <strong>Toscana </strong>ha approvato la proposta di legge di iniziativa popolare sul fine vita. La Regione è divenuta così <strong>la prima in Italia ad essersi dotata di una Legge sul suicidio assistito</strong>.</p>
<h3><span style="color: #000000">Fine di un tabù o questione etica?</span></h3>
<p>Storicamente, il riconoscimento del diritto a morire per le persone affette da gravi malattie è annoverato tra le lotte per i diritti civili, che vengono portate avanti in tutto il mondo da gruppi e ong progressiste. In Italia per esempio è noto l’impegno del <strong>Partito Radicale</strong> e dell’<strong>associazione Luca Coscioni</strong>, nonché dell’ex-parlamentare Marco Cappato. Mentre sono in generale contrari all’eutanasia attiva e al suicidio assistito soprattutto le organizzazioni di matrice religiosa, che li considerano come un attacco alla vita.</p>
<p>Negli ultimi anni si sono però moltiplicate in molti Paesi le <strong>procedure legislative per far adottare leggi che introducono forme di diritto al fine vita</strong>. Per esempio, il <a href="https://it.euronews.com/salute/2024/12/01/i-paesi-europei-che-consentono-il-suicidio-assistito-e-leutanasia-ecco-quali-sono">parlamento britannico</a> a fine novembre 2024 <a href="https://it.euronews.com/salute/2024/12/01/i-paesi-europei-che-consentono-il-suicidio-assistito-e-leutanasia-ecco-quali-sono">ha votato la prima lettura di un testo</a> che introdurrebbe la possibilità per pazienti maggiorenni con un’aspettativa di vita non superiore ai sei mesi di <strong>accedere a una “morte assistita”</strong>. A inizio dello scorso anno <a href="https://apnews.com/article/ecuador-decriminalizes-euthanasia-terminally-ill-woman-7fff5e69f99ec573e13396a31b037d74">anche l’<strong>Ecuador</strong> ha ufficialmente decriminalizzato l’eutanasia</a> dopo una sentenza dell’Alta corte costituzionale, mentre in <strong>Cile</strong> la questione è dibattuta a livello istituzionale.</p>
<h3><span style="color: #000000"><strong>Eutanasia, attiva e passiva, suicidio assistito</strong></span></h3>
<p>Prima di affrontare quali sono le linee di tendenza, due concetti vanno definiti chiaramente. Il primo è quello di eutanasia, la cui etimologia greca significa <em>buona morte</em>. Il termine esprime l’atto di procurare, volontariamente e con il consenso del richiedente, la morte di una persona la cui vita non raggiunge più un livello di qualità decente a causa di una malattia o dell’avanzare di una degenerazione patologica.</p>
<p>Si prende spesso come esempio le persone molto anziane, o comunque adulte, che non possono più svolgere le attività basilari per mantenersi e che soffrono di malattie incurabili, dolorose e terminali. Ma <strong>in alcuni Paesi anche ai minorenni è permesso avere accesso all’eutanasia</strong>. È il caso per esempio del <strong><a href="https://www.ilpost.it/2014/02/14/legge-belgio-eutanasia-minori/">Belgio</a></strong>, dove dal 2014 è in vigore una legge che consente a chiunque, anche ai minori di 18 anni, di richiedere l’eutanasia, se affetta da malattie terminali e dolori non alleviabili. Per <a href="https://www.health.belgium.be/fr/sante/prenez-soin-de-vous/debut-et-fin-de-vie/euthanasie#:~:text=Le%20patient%20mineur%20d&apos;%C3%A2ge,entra%C3%AEnant%20le%20d%C3%A9c%C3%A8s%20%C3%A0%20br%C3%A8ve">legge</a>, il minore che vuole accedere all’eutanasia deve essere dotato di discernimento, e i suoi rappresentanti legali devono dare il loro assenso per l’accoglimento della domanda.</p>
<p>L’eutanasia è definita come <strong>attiva</strong> se a procurare la morte del paziente è direttamente il medico con la somministrazione di una sostanza letale, mentre viene considerata <strong>passiva</strong> quando il paziente muore dopo aver richiesto la sospensione di tutte le cure necessarie alla sua sopravvivenza, in particolare l’idratazione e l’alimentazione assistita. Questa forma viene anche chiamata <em>interruzione dell’accanimento terapeutico.</em></p>
<p>Il suicidio assistito, invece, si differenzia per il fatto che è il paziente a essere l’attore principale della pratica. Altri possono preparare per lui gli strumenti volti all’interruzione della propria vita, ma l’atto che porterà alla morte del richiedente sarà, in ultima istanza, fatto da lui stesso, mentre l’eutanasia implica sempre l’azione di un’altra persona.</p>
<h3><span style="color: #000000"><strong>A che punto è la legalizzazione delle pratiche sul fine vita nel mondo?</strong></span></h3>
<p>Nonostante quello sull’eutanasia e sul suicidio assistito sia un dibattito globale, i Paesi che li consentono in una qualche forma si situano principalmente nelle Americhe e in Europa. Uno degli esempi più ricorrenti è quello del <strong><a href="https://www.canada.ca/en/health-canada/services/publications/health-system-services/annual-report-medical-assistance-dying-2023.html?utm_source=chatgpt.com">Canada</a></strong>, dove dal 2016 sono legali sia il ricorso al suicidio assistito che all’eutanasia attiva e passiva per le persone anziane affette da malattie incurabili. La legislazione del Paese degli aceri in materia di fine vita è tra le più liberali al mondo, e il diritto a morire viene anche esercitato massivamente. Si conta che nel 2023 ne abbiano fatto ricorso 15.300 persone, ovvero il 4,7% dei decessi totali, e l’età media era di 77 anni.</p>
<p>In <strong>Colombia</strong>, via due sentenze della Corte costituzionale, una del 1997 e una del 2022, l’eutanasia attiva e passiva e il suicidio assistito sono legali per persone affette da malattie gravi e incurabili. A <strong>Cuba</strong>, dal 2023, la riforma della Ley de salud publica ha introdotto le pratiche di fine vita nella legislazione dell’isola, mentre negli <strong>Stati uniti</strong> il suicidio assistito è consentito in alcuni Stati, tra cui Oregon, Washington, Montana, Vermont, California, Colorado, Nuovo Messico, Columbia, Hawaii, Maine e New Jersey.</p>
<p>In Europa, il suicidio assistito è legale in <strong>Svizzera</strong>, in cui è in vigore nel codice penale fin dal 1942, mentre l’eutanasia attiva è legale in <strong>Belgio</strong>, <strong>Olanda</strong> e <strong>Lussemburgo</strong>. In <strong>Spagna</strong>, dal 1995, è legale l’eutanasia, sia passiva che attiva. L’eutanasia passiva, rispetto a quella attiva, è più diffusa nei sistemi giuridici dei vari Paesi del mondo, come per esempio in <strong>Finlandia</strong>, in <strong>Germania</strong>, ma anche in <strong>Italia</strong>. Nel nostro Paese infatti l’eutanasia attiva e il suicidio assistito sono rispettivamente considerati come <strong>omicidio del consenziente</strong> (art. 579 del codice penale) e <strong>istigazione o aiuto al suicidio</strong> (art. 580 del codice penale), mentre l’eutanasia passiva è regolata dalla legge 219 del 2017. Inoltre, nel 2019 la Corte costituzionale ha sancito che la sospensione delle cure è un “diritto inviolabile” in base all’articolo 32 della Carta, il quale sancisce: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. In altre parole, questa sentenza introduce una forma, non regolamentata dal parlamento, di “suicidio medicalmente assistito”, ossia l’aiuto indiretto di un medico alla morte, ma solo a quattro condizioni:</p>
<ul>
<li>la piena capacità di intendere e di volere del paziente</li>
<li>la presenza di una malattia irreversibile</li>
<li>la presenza di una malattia che comporti gravi sofferenze fisiche e/o psicologiche</li>
<li style="text-align: left">la dipendenza del paziente da un trattamento di sostegno vitale</li>
</ul>
<p>Inoltre, l’insieme della procedura deve essere richiesto, trattato e realizzato dall’Azienda sanitaria locale competente. La Consulta ha però più volte sollecitato il parlamento per portarlo a discutere e promulgare una legge che definisca chiaramente le forme e i limiti dell’eutanasia in Italia. Finora, nonostante la <strong>massiccia raccolta firme non andata a buon fine per l’abrogazione delle leggi</strong> che impediscono eutanasia e suicidio assistito (circa 1,2 milioni di firme raccolte nel 2021), il parlamento ha evitato di affrontare la questione.</p>
<p>Da evidenziare che secondo un <a href="https://www.fanpage.it/politica/l84-degli-italiani-e-favorevole-a-una-legge-sul-fine-vita/">sondaggio</a> condotto da Swg per l’associazione Luca Coscioni, l’84% delle persone in Italia vorrebbe che l’accesso all’eutanasia e al suicidio assistito fossero regolamentati da una legge dello Stato.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/FUTURAnetwork/foto.jpg" alt="" width="90%" /></p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/oltreil2030/images/Immagini_news/foto.jpg" alt="" width="50%" /></p>
<h3><span style="color: #000000"><strong>I dubbi canadesi</strong></span></h3>
<p>L’accelerazione in alcuni Paesi di normative molto permissive per quanto riguarda il fine vita ha però fatto emergere delle questioni importanti, come le conseguenze dell’applicazione di questo diritto in <strong>contesti sociali in cui l’accesso a cure di qualità e a una vita degna è precluso per le persone meno abbienti della società</strong>. Per esempio in Canada il ricorso alle pratiche per il fine vita è in crescita da ormai cinque anni, considerando che nel 2019 le persone che ricorrevano alla <em>medical assistance in dying</em> rappresentavano l’1,9% dei decessi totali, ovvero 5.400 morti. Tre anni dopo il dato era triplicato.</p>
<p>L’incremento del ricorso a questa pratica ha sollevato delle <a href="https://apnews.com/article/euthanasia-ethics-canada-doctors-nonterminal-nonfatal-cases-dfe59b1786592e31d9eb3b826c5175d1">polemiche</a> visto che alcune persone affette da malattie gravi hanno dichiarato di aver deciso di fare richiesta alle pratiche di fine vita perché lo Stato non gli stava più garantendo un’assistenza medica e previdenziale adeguata. Il dibattito è legato al fatto che in Canada è possibile accedere all’eutanasia attiva anche se non affetti da una malattia terminale. Secondo un’inchiesta dell’Associated press, due donne malate, che non si potevano permettere le cure mediche, sono state incoraggiate dal personale medico dello Stato ad accedere all’eutanasia attiva, presumibilmente come pratica di “sgravio” alle spese pubbliche.</p>
<p>A seguito di queste denunce, il <a href="https://www.avvenire.it/vita/pagine/in-canada-leutanasia-va-di-cors-cf122cac4c7c4149ab2ba331a8a14f29">dibattito</a> in Canada si è diviso tra chi ha attaccato il diritto alla morte medicalmente assistita nel suo insieme, considerandolo di per sé sbagliato, e chi ha sottolineato che la risposta a queste denunce deve essere un migliore sistema sociale, e che non si dovrebbe scegliere tra l’adozione di un nuovo diritto e la preservazione di uno vecchio.</p>
<h3><span style="color: #000000"><strong>Il caso della capsula Sarco</strong></span></h3>
<p>Negli ultimi mesi è emersa in Svizzera una vicenda che ha sollevato nuove discussioni rispetto alla questione del fine vita. Si tratta di <strong><a href="https://www.theguardian.com/society/2018/apr/15/nitschke-suicide-machine-amsterdam-euthanasia-funeral-fair">Sarco</a></strong>, l’invenzione dell’attivista australiano pro-eutanasia Philip Nitschker. È un lettino reclinato, di colore blu, che si chiude lasciando la persona ermeticamente isolata dall’esterno.</p>
<p>L’oggetto assomiglia a una navicella spaziale, con lineature futuristiche e un design leggero. Il suo scopo è quello di dare alla persona all’interno la possibilità di morire senza rendersene conto. Nel cubicolo vi è infatti un piccolo schermo dove l’ospite può azionare un bottone che avvia il meccanismo: a questo punto <strong>l’abitacolo si riempie di azoto e l’ossigeno viene espulso</strong>. L’utente perde i sensi e nel giro di pochi minuti muore per asfissia.</p>
<p>Sarco è stato inventato in Olanda alcuni anni fa, ma è entrato in funzione per la prima volta a ottobre dell’anno scorso in Svizzera. A seguito del suo <a href="https://www.ilpost.it/2024/10/07/sarco-sospeso-utilizzo-processo-svizzera/">primo utilizzo</a> da parte di una donna statunitense di 64 anni, affetta da una malattia immunitaria, è intervenuta la polizia elvetica per arrestare i presenti. La pratica era stata infatti considerata come illegale pochi giorni prima dalla ministra di giustizia Elisabeth Baume-Schneider perché non conforme alla legge sulle sostanze chimiche. Ma <strong>l’utilizzo di Sarco ha in ogni caso permesso un maggiore accesso al suicidio assistito</strong> e le ragioni per cui questa pratica è stata interrotta dalle autorità <a href="https://www.swissinfo.ch/ita/vivere-in-svizzera/capsula-sarco-a-un-anno-dal-primo-utilizzo-la-svizzera-introdurr%C3%A0-regole-pi%C3%B9-severe-per-lassistenza-al-suicidio/88787417">potrebbero presto cadere</a>.</p>
<p>Infatti il suicidio in senso stretto è illegale in Svizzera, come in ogni Paese del mondo, e il suicidio assistito è legale solo ad alcune precise condizioni: chi assiste la persona che vuole morire non deve essere un medico o un famigliare, e non portare avanti la procedura per motivi egoistici. Inoltre, la scelta deve essere in qualche modo approvata da uno specialista della salute, e la persona deve essere affetta da gravi malattie, fisiche e mentali. In Svizzera si può quindi fare ricorso al suicidio medicalmente assistito anche se affetti da gravi depressioni, ma queste devono essere comunque considerate come forme patologiche.</p>
<h3><span style="color: #000000"><strong>Anche gli anziani sani vogliono l’eutanasia?</strong></span></h3>
<p>A destare ulteriore attenzione sul tema del fine vita è stato un <a href="https://www.italiaoggi.it/economia-e-politica/politica-estera/eutanasia-anche-agli-anziani-sani-lwizli5x?refresh_cens">sondaggio</a> circolato nei Paesi bassi a fine 2024, dove si è chiesto a 20mila persone se erano d’accordo con la proposta di rendere accessibile l’eutanasia agli over75 anche se non affetti da malattie terminali o da gravi dolori. Il risultato è stato che l’86% si è dichiarato favorevole al quesito. A seguito della divulgazione di questi dati, <strong>è stata depositata nel parlamento olandese una proposta di legge</strong> per venire incontro a queste domande.</p>
<p>A gettare un’ombra di dubbio sul sondaggio è stata l’associazione dei medici olandesi, sollevando il rischio che molte delle persone anziane e sane che desiderano morire potrebbero essere spinte da forme di depressione o di solitudine. I medici sottolineano quindi la necessità di dare a queste persone una esistenza migliore, piuttosto che di permettergli di lasciar prima questo mondo.</p>
<p>Sulla proposta di legge i parlamentari si sono spaccati e i partiti hanno lasciato libertà di coscienza nel voto. Se il provvedimento verrà adottato, l’Olanda darà una risposta alle persone anziane che, come mia bisnonna, sono stanche di continuare a vivere. Ma se la questione del fine vita riceverà solo risposte fattuali, senza affrontare gli aspetti sociali come povertà e solitudine, le insidie legate a eutanasia e suicidio assistito permarranno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Milos Skakal</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: ansa.it</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/focus-fine-vita-in-futuro-potremo-decidere-quando-morire/">FOCUS. Fine vita: in futuro potremo decidere quando morire?</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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