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RIDURRE LE DISUGUAGLIANZE

Ridurre l'ineguaglianza all'interno di e fra le Nazioni

In molti Paesi cresce la quota di ricchezza nelle mani dell’1% della popolazione. In Italia a partire dal 2015 migliora la situazione grazie alla ripresa del tasso di variazione del reddito familiare pro capite per il 40% più povero della popolazione e a quello per il totale della popolazione. Aumenta invece il rischio di povertà e permangono elevate le diseguaglianze territoriali e il divario di genere.

Il World economic forum: servono mass media più aperti e inclusivi

I consumatori più poveri hanno accesso a meno informazioni e di qualità inferiore. Per il Wef è necessario trovare soluzioni in grado di bilanciare innovazione, responsabilità delle imprese e benessere dei consumatori. 6/4/20

“I gruppi a basso reddito hanno meno probabilità di pagare per i servizi di informazione. Ciò suggerisce che le preoccupazioni dei Paesi emergenti sulla disuguaglianza generata da un sistema dove i consumatori più ricchi hanno accesso a informazioni maggiori e di qualità superiore sono assolutamente reali”. È uno dei passaggi principali dello studio pubblicato il 2 aprile dal World economic forum (Wef) con il titolo “Understanding value in media: perspectives from consumers and industry”. Il documento prende in considerazione il modo in cui i diversi stakeholder dei media- creatori di contenuti, inserzionisti, agenzie di marketing e consumatori- valorizzano i contenuti multimediali. Analizzando questa dinamica, il settore dei media e i relativi consumatori possono prendere decisioni informate sul futuro.

Nell’ambiente in continua evoluzione di internet e dei social media, osservano gli autori Stefan Hall e Cathy Li, le aziende stanno perseguendo strategie per attrarre e trattenere i consumatori paganti. Ciò interessa soprattutto i giganti del Web, che hanno un’influenza sempre maggiore nel settore multimediale e una capacità di raccogliere i dati degli utenti, i cui impatti però sono ancora da definire.

“Con la crescita del valore dei contenuti”, dichiara Kirstine Stewart, responsabile per il Futuro dei media, dello spettacolo e della cultura del Wef, “il settore ha bisogno di modelli finanziari che consentano di adempiere alle loro funzioni sociali, pur supportando l’accesso diffuso ai contenuti. Ciò non può avvenire in automatico ma richiede un dialogo, anche con le autorità di regolamentazione, per trovare soluzioni che bilancino innovazione, benessere dei consumatori e responsabilità aziendale di tutti gli stakeholder nel settore dei media”.

Alcuni editori compensano i costi di produzione dei contenuti con la pubblicità, al fine di garantire la parità di accesso, ma nello scenario attuale, in cui l’emergenza sanitaria potrebbe prolungarsi, “le società dei media si troveranno con un deficit di entrate pubblicitarie e a lungo termine potrebbe essere necessario un maggiore intervento dei governi”, conclude Stewart.

I risultati dello studio si basano su un sondaggio condotto per il Wef dalla società Nielsen, che ha intervistato oltre 9.100 persone in Cina, Germania, India, Corea del Sud, Regno Unito e Stati Uniti, allo scopo di indagare le loro opinioni sul rapporto con i media e le preferenze di consumo.

Secondo l’indagine, la grande maggioranza dei consumatori legge o ascolta notizie online (oltre l’80%) o contenuti di intrattenimento (90%) per quasi 24 ore alla settimana. Quasi il 60% ha effettuato una qualsiasi forma di registrazione su siti gratuiti o a pagamento. Ma la percentuale di utenti paganti è bassa: intorno al 16% per le notizie e 44% per l’intrattenimento. Tuttavia un intervistato su due si è detto propenso ad attivare in futuro un abbonamento a pagamento. Due delle economie globali più dinamiche, Cina e India, mostrano la maggiore apertura in tal senso. In India gli intervistati si dicono disposti a pagare per circa tre servizi di intrattenimento e quattro di notizie, rispetto alla media di uno o al massimo due servizi degli altri Paesi.

I giovani (16-34 anni) sono più propensi a pagare per la fruizione dei contenuti: in media oltre il 60% di loro utilizza piattaforme a pagamento, rispetto al 22% dei soggetti di età superiore ai 55 anni.

 

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di Andrea De Tommasi

Lunedì 06 Aprile 2020
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