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CITTÀ E COMUNITÀ SOSTENIBILI

Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili

Tra il 2000 e il 2014, la percentuale della popolazione urbana globale che vive in baraccopoli è diminuita dal 28,4 al 22,8%. In Italia circa il 75% della popolazione vive attualmente in aree urbane e la percentuale è destinata a crescere. Nei prossimi 20 anni, infatti, si calcola che l’80% della popolazione sarà ospitata dalle grandi città.

Articoli

L'architettura al servizio di qualità della vita, bene comune e sostenibilità

di Camilla Furlan, Laurea magistrale in architettura

Alla Biennale di Venezia la mostra "Reporting from the front", a cura dell’architetto cileno Alejandro Aravenala che spiega come esista la possibilità di trasformare luoghi generalmente emarginati in spazi per la collettività, esaltando i valori identificativi delle comunità: legalità, salute, ambiente, socialità e cultura.
Novembre 2016

Qualità della vita, bene comune e sostenibilità. Ma ancora: ineguaglianze, segregazione, insicurezza, periferia, migrazione, informazione, inquinamento e catastrofi naturali. Così l’architetto cileno Alejandro Aravena rappresenta il ruolo dell'architettura e delle città, ne scopre le contraddizioni e sottolinea le opportunità che possono offrire. In mostra fino al 27 novembre nell'ambito della Biennale di Venezia, l'esposizione “Reporting from the front”, volta alla sensibilizzazione dei cittadini e degli operatori del campo, si propone di declinare queste tematiche attraverso l'impiego e la progettazione degli spazi urbani, considerandoli come un valore pubblico, un bene il cui godimento da parte di uno non riduce le possibilità di godimento da parte di altri.

Secondo questi principi, la mostra semestrale “Reporting from the front”, è stata pensata per l’identificazione e la presentazione critica di progetti innovativi che, pur restando con i piedi in terra, sono stati capaci di una prospettiva a lungo termine. Tali progetti risultano orientati alla ricerca di una qualità e diversità in favore di un bene collettivo, superando soluzioni standardizzate, generando forme inedite per i luoghi in cui viviamo, promuovendo la sperimentazione e stimolando in modo particolare i giovani professionisti.

Percorrendo l’esposizione, i progetti si presentano da subito in maniera forte e concreta, volendo evidenziare le diverse sfaccettature di temi troppo spesso analizzati in maniera superficiale. Si tratta di sostenibilità, qui interpretata come azione contro lo spreco del materiale e delle risorse, come durabilità nel tempo e resistenza all’obsolescenza, come uso del buon senso e impiego delle forze naturali piuttosto che un contrasto delle stesse; Ancora, tematiche come la disuguaglianza economica generata da un ‘denaro’ che rappresenta la regola del mondo ma sottolineando la possibilità di  contrastarla attraverso una concreta valutazione delle risorse nascoste, “risorse oscure”, operando con mezzi non convenzionali e spesso estranei alle logiche di mercato; temi come il potenziamento infrastrutturale necessario per un bene ed uno sviluppo comune; la migrazione che ha investito le città generando numerose e veloci costruzioni caratterizzate da una scarsa qualità urbana, determinando spesso un ambiente sovrappopolato e degradato dove manca l’attenzione ai bisogni primari per una qualità di vita sufficiente come l’acqua, l’impianto fognario e l’elettricità. Altri ancora sono l’informatica, l’abitazione, la mediocrità e la banalità.

In quest’ottica, il padiglione Italia ha saputo mettere in evidenza una nuova strategia in connessione a queste tematiche, guidando il visitatore in un percorso formativo di riqualificazione sostenibile, intesa come rinascita di iniziative positive per i luoghi dell’abitare che maggiormente soffrono della condizione di marginalità e di degrado sociale: le periferie.
“Taking care – progettare per il bene comune rappresenta una architettura concreta al servizio della collettività”, cosi spiega il percorso espositivo Federica Galloni, commissario del Padiglione Italia. Secondo i curatori, infatti, un’architettura capace di migliorare l’ambiente edificato ha intrinsecamente la possibilità di migliorare la qualità di vita delle persone: in modo particolare questo risulta quanto più vero nelle periferie-frontiere, come territori in continua trasformazione ma genericamente tracciati da degrado, marginalità culturale, abbandono, banalità e casualità.

La mostra si snoda attorno a tre tematiche principali: pensare il bene comune, incontrare il bene comune ed agire per il bene comune. In questo spazio espositivo, il bene comune viene interpretato come un ‘principio attivatore di processi di innovazione sociale’ poiché l’azione architettonica ispirata in questo senso amplia la possibilità che gli utenti ne riconoscano il valore di bene e lo utilizzino come generatore di ulteriori beni comuni materiali o immateriali.
L’incontro con l’architettura si sviluppa con l’esposizione di 20 progetti, italiani e stranieri, che cercano di plasmare ed organizzare gli spazi ed i luoghi per la collettività alla luce dei global goals sottoscritti dai leader mondiali per lo sviluppo sostenibile. I progetti presentati sono stati selezionati poiché, incontrando il bene comune, sono stati capaci di valorizzare gli obiettivi proposti per lo sviluppo sostenibile, in maniera specifica rispetto alla legalità, alla cultura, all’ambiente, alla salute, all’alimentazione, all’istruzione e alla scienza.

I progetti promuovono lo sviluppo di azioni come la realizzazione di infrastrutture per la connessione di quartieri disconnessi ed emarginati dalla città, azioni volte a limitare un consumo indiscriminato del luogo e, in modo particolare, progetti per il recupero architettonico e di rigenerazione sociale. Questi interventi si impegnano a dare un nuovo spazio a centri sociali, educativi, di ricerca, multifunzionali e connessi allo sviluppo della cultura e creatività sia in luoghi noti come la periferia di Milano, sia in luoghi maggiormente complessi come i campi profughi a Gerusalemme.

Attraverso questi progetti l’architettura diviene un mezzo per valorizzare aspetti come la conoscenza, l’identità e i diritti umani, dove l’architetto deve sapersi porre come parte attiva di uno sviluppo globale, armonico ed integrato nella società. Inoltre, stimolando all’azione per il bene comune, la mostra propone 5 progetti innovativi realizzati mediante dispositivi mobili per agire nel contesto della marginalità, attuando dinamiche che esulano dalle risposte standard, affrontando nuove condizioni di emergenza. I dispositivi, come box-container carrabili, riproducono spazi volti a esaltare lo sviluppo della cultura nelle zone di periferia: Culture Box rappresenta una biblioteca mobile per l’accesso all’informazione e la socializzazione in maniera estesa per bambini ed adulti, secondo i principi di AIB (1); Green Box come laboratorio mobile per il monitoraggio e la sensibilizzazione ambientale, guidati da Legambiente e ARCò; Health Box come ambulatorio mobile che offre assistenza sanitaria con l’aiuto di Emergency; Legality Box, con l'assistenza di LIBERA, propone uno spazio mobile nei luoghi confiscati alle mafie per convertirle in luoghi aperti ai cittadini in fase di denuncia e di formazione di volontari che vogliono operare in questa lacerante realtà; Sport Box, volto alla promozione dello sport nelle periferie, assume numerose conformazioni in base alle attività sportive da accogliere per trasformare gli spazi abbandonati in luoghi di incontro per l’educazione mediante il gioco, lo sport ed il movimento.
L’intero padiglione Italia, sulla suggestione di A. Aravena, legandosi al tema della sostenibilità, è stato interamente realizzato all’insegna del low-cost attraverso il rimpiego di materiali dalla scorsa biennale e di Expo 2015.

L’obiettivo di tale mostra, quindi, taking care, è stato quello di evidenziare la concreta possibilità di trasformare i luoghi generalmente emarginati in spazi per la collettività, esaltando i valori identificativi del bene comune: la legalità, la salute, l’ambiente, la socialità e la cultura, intendendo l’architettura come un “arte sociale” che ci riguarda e ci appartiene senza operare alcuna discriminazione.

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1)  Associazione Italiana Biblioteche

 

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