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Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili

Tra il 2000 e il 2014, la percentuale della popolazione urbana globale che vive in baraccopoli è diminuita dal 28,4 al 22,8%. In Italia circa il 75% della popolazione vive attualmente in aree urbane e la percentuale è destinata a crescere. Nei prossimi 20 anni, infatti, si calcola che l’80% della popolazione sarà ospitata dalle grandi città.

Articoli

Alla scoperta delle Transition Towns: il ruolo delle comunità nella transizione energetica

di Elena Rusci, Master in Management of SDGs, Lumsa

In Italia e nel mondo il movimento della transizione costituisce una delle risposte più entusiasmanti per governare dal basso questo processo collettivo.
Luglio-Agosto 2017

Il 2 agosto 2017 è stato il giorno del cosiddetto “Overshoot day”, data che indica l’esaurimento ufficiale delle risorse rinnovabili che la Terra è in grado di rigenerare nell’arco di 365 giorni. Nonostante questo dato negativo, nel frattempo nel mondo c’è chi sta affrontando dal basso il picco del petrolio e il cambiamento climatico e lo fa liberando la propria comunità dalla dipendenza dell’oro nero. Oggi alle porte di Bologna questo esperimento è già realtà e grazie alle transition towns, città in transizione, la collettività ha potuto avviare processi governati a livello locale, che hanno permesso loro non solo di attuare una ripianificazione energetica, ma anche di costruire una rete sociale e solidale molto forte tra gli abitanti delle comunità.

Il 21esimo secolo porta con sé i grandi dilemmi irrisolti del sistema capitalista, come la persistente disoccupazione e l’aumento della disuguaglianza, ai quali si affiancano nuove problematiche in quanto la popolazione raggiungerà il suo massimo e alcune risorse come cibo, acqua e diversi minerali saranno sempre più difficili da ottenere. A questi fattori si aggiunge la grande sfida climatica ed energetica, la cui necessità di limitare la concentrazione di gas climalteranti in atmosfera, oltre a trovare nuove fonti di energia rinnovabili, richiede un approccio economico e culturale totalmente nuovo. È sulla base della consapevolezza della convergenza di queste crisi, in particolare di quella energetica, che nascono le transition towns.

Tale movimento culturale fondato nel 2005 da Rob Hopkins, si pone come un tentativo per governare l’attuale processo di cambiamento, al fine di mitigare da un lato le conseguenze climatiche e dall’altro per rifondare i sistemi sociali in cui viviamo. Il passaggio dallo stato attuale a quello immaginato da Rob Hopkins sarà graduale e avverrà attraverso la fase della transizione.

Parola chiave del movimento è il termine resilienza, la volontà cioè di conferire alle comunità in transizione quella caratteristica che permetterà loro di adattarsi e sopravvivere a eventi esterni anche di tipo fortemente traumatico.

Tra le crisi a cui tale movimento dovrà rispondere con resilienza figurano non solo il riscaldamento globale, ma anche il picco del petrolio, teoria proposta per la prima volta da King Hubbert nel 1956. Nello specifico, nelle società industrializzate e fortemente dipendenti da questo combustibile fossile, il raggiungimento del picco e cioè la fine della disponibilità di petrolio a basso prezzo, potrebbe portare senza un’adeguata preparazione, a una crisi energetica globale e al crollo del sistema economico.  L’esperimento avviatosi a Brasilandia, quale favelas di San Paolo in Brasile, sta conferendo un grado notevole di resilienza alla comunità. In particolare, grazie al supporto fornito dal Transition Granja Viana, la collettività sta affrontando con azioni locali il problema planetario della scarsità di risorse idriche, che in Brasile è particolarmente presente. Il progetto, oltre a prevedere il trasferimento di competenze tecniche per costruire delle cisterne in grado di trasformare l’acqua piovana in acqua potabile, introduce un piano di educazione popolare volto a cambiare la percezione della risorsa idrica, perché solo così facendo ciascun partecipante riuscirà davvero a comprendere quanto l’acqua piovana, se ben sfruttata, può divenire parte della soluzione. Ecco allora che l’acquisizione di buone patiche, tanto tecniche quanto educative, permetterà a coloro i quali le hanno apprese, di divenire a loro volta portavoce di competenze e favorire così un certo grado di resilienza ai membri della favelas di Brasilandia.

Nella storia passata, moltissimi sono stati i tentativi di cambiare il percorso del nostro sviluppo economico, dagli alti livelli istituzionali a coloro i quali hanno spesso fatto appello alle coscienze e alle azioni dei singoli.

L’entità e la velocità che caratterizzano i cambiamenti climatici richiedono un’azione collettiva ed è questo aspetto che contraddistingue il genius loci delle transition towns. La comunità topografica rappresenta infatti il pilastro fondamentale attorno al quale ruota l’azione del movimento: la transizione la si fa con chi c’è, la si fa con coloro i quali condividono lo stesso spazio. Infatti, al centro dell’idea della transizione ci sono piccoli gruppi di cittadini, i quali spontaneamente decidono di partecipare per diverse ragioni. Alcuni lo fanno perché sentono di voler colmare quel senso di disconnessione tra se stessi, i propri vicini di casa e la natura, altri perché credono che l’azione locale sia la modalità più efficace per gestire la crisi.

Nel movimento delle transition towns non è importante cosa fare, ma piuttosto come farlo.

E’ il metodo con il quale si fa transizione che permette a ciascun partecipante di trasformare realmente la propria visione di comunità in azione concreta. Affinché questo sia possibile però, è necessario trovare un equilibrio tra mente-cuore-mani, in quanto solo allora il processo riuscirà a produrre anche effetti culturali. La transizione infatti, non solo introduce un nuovo modo di vivere il cambiamento, ma è innanzitutto un nuovo modo di vivere la comunità oltre che prendere decisioni in modo diverso.

Mente: conoscere per agire è il primo prerequisito metodologico, in quanto la piena consapevolezza dello stato di fatto permetterà a sua volta di agire miratamente.

Cuore: gestire in prima persona il cambiamento, significa innanzitutto saper gestire il lato emotivo, psicologico, sociale e relazionale del lavoro svolto.

Mani: è l’azione concreta che permette di trasformare la visione astratta in progetti tangibili.

Ad oggi nel mondo oltre 2mila esperimenti hanno utilizzato questa metodologia per fare transizione.

In Italia, Cristiano Bottone, cofondatore di Transition Italia, ha iniziato a diffondere l’esperienza britannica nella sua città bolognese di Monteveglio. Qui la transizione è iniziata con la stessa amministrazione comunale, la quale ha aderito sin dall’inizio del suo mandato amministrativo ai principi del movimento. Nella scuola primaria del paese gli studenti di tutte le classi quinte svolgono un’attività denominata Didattica Sperimentale sull’Energia, la quale si basa sullo studio delle relazioni che intercorrono tra il funzionamento della nostra società e la disponibilità di energia. La stessa scuola inoltre è un edificio ad alta efficienza, in grado non solo di auto-produrre l’energia necessaria allo svolgimento delle attività, ma anche di vendere quella in eccesso. A questa iniziativa se ne aggiungono delle altre, tra cui l’operazione “Acchiappaspifferi”, attuata da volontari che, dotati di una termocamera, assistono i cittadini nella scoperta delle inefficienze energetiche delle loro abitazioni. Inoltre, sono stati aperti gruppo di acquisto fotovoltaico, i quali sul modello dei gruppi di acquisto solidale, permettono a gruppi di famiglie di acquistare il prodotto direttamente dal produttore a prezzi contenuti, evitando così i costi di filiera. Infine, dal punto di vista più istituzionale, Monteveglio ha adottato un piano d’azione per l’energia sostenibile e nel contesto del nuovo comune si sta predisponendo l’attivazione di una specifica funzione energia comunale: questo consentirà il monitoraggio e la pianificazione di tutti gli interventi di efficienza energetica degli edifici pubblici, oltre allo stimolo e all’incentivazione delle azioni da parte dei privati e delle imprese.

Sebbene la transizione nella maggior parte dei casi si è avviata in realtà di piccole - medie dimensioni, pensiamo al comune di Monteveglio che conta poco più di cinquemila abitanti o allo stesso Totnes, paese di Rob Hopkins pari a circa ottomila abitanti, tale movimento è presente anche in realtà popolose e con un alto tasso di povertà energetica come il quartiere londinese di Brixton. Qui le persone tra le tante iniziative, utilizzano la moneta complementare chiamata Brixton Pound, nata per stimolare da un lato l’acquisto e la produzione di beni locali e dall’altro per rafforzare il commercio locale e quindi creare posti di lavoro e mezzi di sussistenza attraverso un'economia locale più forte. Attualmente oltre 200 esercizi commerciali locali sono parte di tale circuito monetario.

Fare transizione significa quindi guardare alle soluzioni per avviare un cambiamento culturale.

Affinché un esperimento di transition town possa nascere è necessario che a crescere sia la consapevolezza culturale di un gruppo di cittadini, i quali a loro volta decidono di sperimentare il metodo della transizione. Ed è probabilmente la stessa metodologia ideata da Rob Hopkins a costituire l’elemento di forza delle transition towns, in quanto è un metodo che si può facilmente imparare e insegnare, riprodurre e rielaborare nel rispetto delle identità e delle diversità sociali e culturali. Ciò che lo rende contagioso è il fatto che al centro del progetto non vi è un sapere marcatamente tecnico, bensì la messa in atto di buone pratiche quotidiane da parte dei cittadini, l’adozione volontaria di stili di vita più sostenibili e la cooperazione fra persone, anche estranee fra loro, attraverso la creazione di reti di solidarietà che si attivano per il bene della città. Se quindi da un lato il progetto di una città in transizione è generalmente meno coordinato e pianificato, dall’altro è più democratico e partecipativo.

Pensare al movimento della transizione significa altresì pensare se sia possibile immaginare ad una transizione energetica a gestione decentrata.

Oggi milioni di abitazioni, edifici del terziario, imprese agricole e industriali già soddisfano una quota dei loro consumi elettrici con le rinnovabili. In molti casi, quando tale transizione energetica fatica ad avviarsi da parte dei singoli cittadini, si uniscono le forze di più soggetti che in forma cooperativa gestisco impianti eolici, solari e a biomassa. E’ il caso del condominio popolare di Loughborough estate di Londra. Qui la comunità possiede una centrale elettrica per la produzione di energia rinnovabile, che permette loro ogni giorno non solo di produrre circa 260 kw/h di elettricità, ma anche di generare un flusso di entrate. Nel 2015 infatti è stato creato un fondo per l’efficienza energetica, di cui 4mila sterline sono state destinate alla formazione, oltre che avviate misure contro la povertà energetica.

Per concludere, il mondo è sempre andato avanti perché alcune persone hanno chiesto cambiamenti differenti da quelli egemoni. In questa sfida climatica, affinché la grande transizione energetica dell'umanità si realizzi nel 21esimo secolo è necessario che ci sia convergenza d’azione tra i tre livelli di azione, globale, nazionale e locale. In questo senso, le iniziative di transizione rappresentano delle premesse locali che permetteranno ai cittadini di cavalcare l’onda piuttosto che esserne travolti, oltre che favorire il passaggio verso un nuovo sistema in grado di fare i conti con i limiti di un pianeta che sta diventando sempre più piccolo e dove ancora comandano le leggi della natura.

Aderenti

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