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CITTÀ E COMUNITÀ SOSTENIBILI

Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili

Tra il 2000 e il 2014, la percentuale della popolazione urbana globale che vive in baraccopoli è diminuita dal 28,4 al 22,8%. In Italia circa il 75% della popolazione vive attualmente in aree urbane e la percentuale è destinata a crescere. Nei prossimi 20 anni, infatti, si calcola che l’80% della popolazione sarà ospitata dalle grandi città.

Articoli

Oltre la città. Per uno sviluppo sostenibile del territorio nazionale

di Tobia Zevi, Desk Global Cities Ispi

La parola chiave per interloquire con il nuovo Governo deve essere “territorio”. Tra le proposte per salvaguardarlo: recuperare le aree interne e salvare borghi e piccoli Comuni, azzerare il consumo di suolo, favorire azioni di mitigazione e adattamento ambientale e combattere l’esclusione sociale nelle periferie urbane.
Dicembre 2018

Negli ultimi anni è cresciuto esponenzialmente il fenomeno del camminare. Esito, certo, di una richiesta sempre più diffusa e pressante di turismo diverso, eco-compatibile e slow. Ma anche di una consapevolezza rinnovata: non è solo un cambio di ritmo, un fatto quantitativo; se si lascia l’automobile e ci si muove a piedi si compie uno scarto qualitativo, si assume un punto di vista radicalmente diverso. Immaginiamo dunque di partire una mattina dalla piazza di un medio centro italiano, e di percorrere il raggio cittadino verso l’esterno. Innanzitutto, ecco le eleganti vie del centro, pulite e in parte pedonalizzate; le facciate dei palazzi sono state ridipinte di recente e i negozi recano insegne di grandi gruppi e catene internazionali, o per altro verso rimandano alle esigenze del turismo di massa. Proseguendo, si raggiunge quell’anello un po’ più largo composto dalle propaggini della città storica e dall’insediamento ottocentesco, potremmo dire la “città borghese”. L’atmosfera è un po’ meno patinata ma sempre viva, compaiono alcuni spazi verdi pubblici e non mancano testimonianze commerciali e urbane di una popolazione sempre più multietnica. Attraversiamo quest’area e piombiamo – talvolta dopo aver superato i relitti dell’antica cinta muraria – nella città novecentesca, a sua volta degradante tra quella dei decenni Trenta-Cinquanta, più simile come morfologia al tessuto storico e non priva di spazi collettivi, a quella ancora intensa dei decenni successivi, dove fanno capolino forme tipiche dell’Italia del Dopoguerra quali villette, palazzine, giardini famigliari o condominiali recintati. Sulla strada a scorrimento veloce che scegliamo di seguire si alternano in misura diversa luoghi periferici del commercio – officine, benzinai, supermercati – e alcuni edifici destinati a funzioni pubbliche quali caserme dei Carabinieri, carceri o uffici distaccati, e parecchi residui dell’industria novecentesca in massima parte abbandonati. In termini comparativi e spaziali, il panorama “tradizionale” del centro storico è infinitamente più breve, per il viaggiatore, di quello slabbrato ed esteso che cominciamo a intravvedere. Il verde si insinua tra una proprietà e l’altra, o anche all’interno delle stesse proprietà, del tutto autonomo e imprevisto, slegato da qualunque progettazione umana e difficilmente fruibile dalle persone. Il cartello che segnala il confine comunale ci coglie impreparati: non riusciamo a distinguere alcuna frattura significativa nel paesaggio che stiamo fendendo, e l’eventuale amministrazione pubblica successiva non ci pare che una ripetizione del territorio periurbano che ci siamo appena lasciati alle spalle. Semmai, aumentano le dimensioni di alcune emergenze commerciali: venditori di pneumatici su scala industriale, ipermercati e poli della logistica con enormi camion attaccati per il retro a un enorme parallelepipedo d’acciaio, pieno di mammelle disposte a intervalli regolari. Andando avanti - senza incontrare ormai nessun viandante e facendo attenzione a non essere investiti dalle auto che corrono sempre più veloci – incontriamo brandelli un po’ più cospicui di verde, quasi piccole campagne talvolta adibite a orti sub-urbani o a micro-allevamenti di pollame. Dopo aver superato un paio di agglomerati con queste caratteristiche si intensifica di nuovo la segnaletica stradale, questa volta dai colori grigio e giallo: ci avviciniamo a una zona industriale, puntellata però da enormi centri commerciali e cinema multisala di ultima generazione. Il traffico si fa nuovamente congestionato e camminare in sicurezza è quasi impossibile, mentre dai parcheggi sotterranei sbucano migliaia di persone che si accingono a trascorrere varie ore della giornata nel chiuso dell’edificio, i cui ingressi sono sorvegliati da vigilantes privati che tutelano la proprietà da intrusioni indesiderate.

Gli ultimi due/tre anni sono stati assai significativi per il dibattito globale e multilaterale a proposito di città. Dapprima, la definizione dell’Agenda 2030 con i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile ha certificato l’esistenza di una specifica dimensione urbana nella riflessione sul futuro del pianeta: il Goal 11 prescrive infatti “città e insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”, con il corollario di una decina di target che si occupano di diritto all’alloggio, diseguaglianze, mitigazione e adattamento climatico, qualità dell’aria e gestione degli scarti, sistemi di trasporto efficienti ed eco-compatibili. Rispetto all’anno 2000, ai “Millennium Development Goals”, che non attribuivano alle città una dignità autonoma, un cambiamento decisivo nel riconoscere queste ultime come attori fondamentali e ineludibili sulla via internazionale verso la sostenibilità. Del resto, i semplici dati sono più che eloquenti: già oggi in contesti urbani risiede il 55% della popolazione mondiale, viene prodotto il 70% del Pil terrestre e si consuma il 75% dell’energia globale. Se si guarda al 2030, tali percentuali sono destinate a crescere spaventosamente.

Circa un anno dopo, nell’autunno 2016, viene approvata nel corso della conferenza internazionale “Habitat III”, a Quito, la “New Urban Agenda” (Nua), un approfondimento dell’Agenda 2030 che si concentra però sulle città (e preceduta a livello europeo dal cosiddetto “Patto di Amsterdam”, un’agenda urbana continentale). L’implementazione della Nua verrà verificata tra dieci anni – la conferenza “Habitat IV” è prevista per il 2036 -, mentre l’“universalità” ne costituisce il baricentro concettuale: per raggiungere l’obiettivo inderogabile di un mondo sostenibile occorre parlare alle megalopoli dei Paesi in via di sviluppo come pure alle capitali di servizi finanziarizzati del Nord del pianeta, contrastando tutti i fenomeni connessi all’esclusione sociale e all’eccessivo consumo di risorse ambientali. Anche in questo caso, un bel viaggio rispetto ai primi output emersi nel 1976 a seguito della conferenza fondativa “Habitat I”, a Vancouver.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, pure le città italiane si sono mosse in una direzione giusta, almeno fino all’inizio del 2018. Al di là delle numerosissime best practice amministrative, è di notevole momento l’approvazione della “Carta di Bologna per l’Ambiente. Le Città Metropolitane per lo sviluppo sostenibile” (8 giugno 2017), che risente certamente del dibattito sviluppatosi attorno all’elaborazione de “L’Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile”: uno sforzo promosso da ASviS e Urban@it, che costituisce una vera e propria bussola per le Amministrazioni locali italiane rispetto agli orizzonti dell’Agenda 2030. Evidentemente comincia a dare frutti quel lavorio di moral suasion esercitato dal terzo settore sui sindaci italiani, in principio assai reticenti a investire nei network internazionali e a parteciparvi attivamente. La recente elezione di Dario Nardella, sindaco di Firenze, alla vicepresidenza della rete “Eurocity”, o il protagonismo in vari fori del Comune di Milano, sono segnali importanti, ma non si deve dimenticare quanto la capacità “diplomatica” delle città italiane sia ancora assai inferiore a quella delle colleghe europee, soprattutto in ambito comunitario: per denaro investito e capitale umano esempi quali Barcellona, Amburgo, Rotterdam, Vienna, Stoccolma paiono ancora oggi irrimediabilmente distanti, con un conseguente svantaggio nella possibilità di ottenere i fondi disponibili sulle linee di finanziamento multilaterali, e ancor più di condizionarne preventivamente l’indirizzo.

Nel biennio 2016-2018, peraltro, il Governo italiano ha accompagnato tale evoluzione con una misura concreta, il cosiddetto “Piano periferie”; un nugolo di progetti di rigenerazione urbana dalle finalità varie, immaginato all’indomani degli attentati di Parigi come risposta olistica ai fenomeni di radicalizzazione violenta, nello spirito comunque dell’Agenda 2030 e della Nua.

Ho voluto tuttavia anteporre al presente articolo un prologo per così dire immaginario, in modo da mettere in luce una specificità italiana che non può essere del tutto ricondotta al dibattito internazionale sullo sviluppo sostenibile di città e metropoli. Il nostro modello d’insediamento ha forgiato nei secoli una tradizione originale, feconda e vitale, composta in sintesi da tre elementi: le “Cento città” e i “Mille campanili”, e cioè un diffuso policentrismo urbano e poi economico, politico e culturale; una cura estrema per il paesaggio agricolo, che ha consentito la tutela del territorio nel corso di una vicenda plurimillenaria; un’enorme capacità creativa, che dal talento artigianale si è evoluta nella forza dei distretti produttivi e oggi nel successo delle “multinazionali tascabili”, che esportano nei mercati i prodotti raffinati del “Made in Italy”. Una Storia simile fatica a distinguere tra città e contado, e ha invece nel territorio, inteso in un’accezione assai complessa, la sua delizia e la sua croce. Croce, perché il territorio nazionale è stato in larga parte distrutto nel Dopoguerra dall’urbanizzazione diffusa, dall’abbandono delle aree interne agricole e dal conseguente riaffermarsi del bosco, dal consumo di suolo e dal dissesto idrogeologico, dall’inquinamento di falde e fiumi fino alla distruzione di coste e piane. Delizia, perché nonostante tutto ciò permangono straordinarie identità e patrimoni locali, e si mantiene una tendenza al policentrismo nei vettori di mobilità intra-regionali, intra-nazionali e persino internazionali: basti pensare, a mo’ di esempio, alla diffusione eccezionale che la presenza straniera degli ultimi trenta anni ha avuto lungo tutto lo Stivale, ben prima che il sistema Sprar codificasse tutto ciò in un sistema di accoglienza complessiva.

Se dunque ci si muove in questa ottica, la parola chiave per interloquire con il nuovo Governo dovrà essere “territorio”, da considerarsi in tutte le articolazioni cui si è accennato. Recuperare le aree interne e salvare borghi e piccoli Comuni - oltre il 60% del totale -, recentemente oggetto di una legge ad hoc; favorire il trasferimento nelle zone spopolate anche incentivando l’agricoltura, la ricollocazione dei migranti e persino di altre categorie (il Governo ha ipotizzato una misura in tal senso in favore dei pensionati); arginare il depauperamento del nostro territorio azzerando il consumo di suolo e favorendo azioni di mitigazione e adattamento ambientale; combattere l’esclusione sociale nelle periferie urbane come pure alcune specifiche piaghe nazionali (si pensi allo scandalo della dispersione idrica, soprattutto nel Mezzogiorno). Per conseguire questi macro-obiettivi è giusto innanzitutto chiedere al Governo di non abbandonare le iniziative già esistenti, spesso concepite in seguito alle tragiche emergenze dei terremoti: piani per l’edilizia anti-sismica, per il dissesto idrogeologico, per i piccoli Comuni e per le periferie. Sono programmi che possono dare, e in parte hanno già dato, frutti preziosi. E poi occorre favorire una programmazione sovra-comunale, sovra-regionale e nazionale, in una parola, ancora una volta, “territoriale”: nella già citata “Agenda urbana per lo Sviluppo Sostenibile” si fa riferimento all’istituzione di una Commissione Bicamerale, alla riattivazione del Comitato interministeriale per le politiche urbane (Cipu), a un “Piano strategico per le città italiane” e all’individuazione di una figura apposita nel quadro dell’Amministrazione centrale. Sono proposte assolutamente ragionevoli, purché si riesca a verificarne l’efficacia e si evitino quelle sovrapposizioni e duplicazioni che di solito caratterizzano le trasformazioni delle istituzioni nazionali (si pensi soltanto all’abolizione delle Province).

L’Istituto di Studi di Politica Internazionale (Ispi) ha recentemente inaugurato un Desk sulle Global Cities, che mira ad analizzare le città del mondo sul piano delle relazioni internazionali e commerciali, delle policy globali e delle reti sovra-nazionali. Nel quadro di questo lavoro, tuttavia, il Desk potrà fornire alla riflessione sullo sviluppo sostenibile delle città italiane un confronto con quanto accade all’estero, e in particolare negli altri Paesi europei, e una bussola rispetto alle più significative iniziative intraprese dalle città straniere e dai network organizzati.

Aderenti

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