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CITTÀ E COMUNITÀ SOSTENIBILI

Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili

Tra il 2000 e il 2014, la percentuale della popolazione urbana globale che vive in baraccopoli è diminuita dal 28,4 al 22,8%. In Italia circa il 75% della popolazione vive attualmente in aree urbane e la percentuale è destinata a crescere. Nei prossimi 20 anni, infatti, si calcola che l’80% della popolazione sarà ospitata dalle grandi città.

Articoli

Dall'Hlpf di New York un primo bilancio sull’Agenda 2030

di Elis Viettone con la collaborazione di Matteo Mancini – Segretariato ASviS

Tra gli importanti documenti presentati nel corso del High Level Political Forum on Sustainable Development che testimoniano il lavoro e gli sforzi compiuti si segnalano in particolare il rapporto del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, le 22 “National voluntary reviews” e lo studio dell’Ocse per aiutare i governi nazionali a definire le loro strategie per lo sviluppo sostenibile.
Luglio-Agosto 2016

L'impegno di 193 Paesi su 17 Obiettivi: a quasi un anno dall'accordo in sede Onu sui Sustainable Developments Goals, si è concluso il 20 luglio a New York l’High Level Political Forum on Sustainable Development (Hlpf) (1), l’incontro annuale che mette insieme governi, agenzie dell’Onu, stakeholder, per valutare quanto è stato realizzato, ponderare le maggiori sfide da affrontare e condividere le esperienze sul campo. A partire dal varo degli SDGs da parte dell’Assemblea dell’Onu avvenuto nel settembre 2015, i nuovi Obiettivi hanno innescato una mobilitazione più ampia di quella che seguì la firma nel 2000 dei precedenti Millennium development goals.

Tra gli importanti documenti presentati nel corso del Forum che testimoniano il lavoro e gli sforzi compiuti, si segnalano in particolare il rapporto del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon (2) e le 22 “National voluntary reviews” (3) tra cui quelle dei Paesi Ue Francia, Finlandia e Germania. Inoltre anche l’Ocse ha realizzato un importante studio (4) al fine di di aiutare i governi nazionali a definire le loro strategie per lo sviluppo sostenibile.
La relazione di Ban Ki-Moon analizza singolarmente i 17 Goals - o Obiettivi - offrendo una panoramica globale supportata da dati e stime, esaminando dove possibile le tendenze negli ultimi decenni e fornendo prospettive relative agli anni a venire. Il quadro che ne emerge non è dei più rassicuranti e in molti casi il raggiungimento degli obiettivi entro il 2030 sembra lontano. Tuttavia in quasi tutti gli ambiti rispetto agli ultimi decenni molti passi avanti sono stati compiuti e molte tendenze invertite.

Ecco in sintesi il contenuto del rapporto.

Goal 1- Sconfiggere la povertà
Si considera oggi povero chi ha disposizione ogni giorno per vivere 1,90 dollari. Nei 10 anni successivi al 2002, la percentuale di popolazione mondiale che viveva in questa condizione è dimezzata, dal 26% al 13%. Perché questa percentuale arrivi al 4% entro il 2030 però, è necessario un significativo cambiamento dell'andamento della crescita economica registrata negli ultimi anni.
Nel 2015, il 10,2% dei lavoratori nel mondo mantenevano le proprie famiglie con meno di 1,90 dollari al giorno, netto miglioramento rispetto al 2000, quando questa percentuale arrivava al 28%. I giovani restano quelli che pagano il prezzo più alto rispetto agli adulti. Cruciale per la riduzione della povertà è anche la diminuzione dei rischi connessi ai disastri naturali, rischio che aumenta a dismisura nei Paesi più poveri e con istituzioni più deboli.

Goal 2 – Sconfiggere la fame nel mondo
A livello globale, l'incidenza della fame nel mondo è scesa dal 15% del 2000-2002 all'11% del 2014-2016. Nonostante ciò ancora 790 milioni di persone non raggiungono quotidianamente il giusto apporto energetico. Se la tendenza attuale si dovesse confermare, sarà molto difficile raggiungere il goal entro il 2030.
Nel 2014, quasi un bambino su quattro sotto i cinque anni, si parla di circa 159 milioni di piccoli, non era fisicamente sviluppato in proporzione alla propria età, a causa principalmente di denutrizione e infezioni. Tre quarti di questi bambini sono localizzati nell'Asia meridionale e nell'Africa subsariana. 
Gli investimenti sull'agricoltura dei singoli Paesi in relazione al Pil sono scesi dallo 0,37% del 2001 allo 0,25% del 2013, ad eccezione del periodo compreso tra il 2006 e il 2008, quando la crisi dei prezzi dei prodotti alimentari costrinse i governi a maggiori stanziamenti.

Goal 3 – Buona salute
Tra il 2000 e il 2015 la mortalità legata alla maternità, ovvero il numero di morti materne su 100mila bambini nati vivi, è diminuita del 37%, arrivando a quota 216 su100mila nel 2015. Prevalentemente questi decessi avvengono in contesti con poche risorse e sarebbero facilmente prevenibili. Tre parti su quattro sono stati assistiti da personale sanitario qualificato. Le morti di bambini al di sotto dei 5 anni sono scese del 44%, ma nonostante ciò ancora nel 2015, il 5,9 milioni di loro sono prematuramente deceduti, con una incidenza globale di 43 decessi ogni 1000 bambini nati vivi.
A livello globale nel 2015 circa tre donne su quattro in età riproduttiva, dai 15 ai 49 anni, hanno avuto accesso ai moderni metodi contraccettivi e pianificato consapevolmente la propria famiglia. Nell'Africa subsariana però questa percentuale scende a meno del 50%.
Il numero di nuove infezioni di Aids nel mondo è stato nel 2015 dello 0,3% su 1000 persone non infette, numero che sale a 1,5 su 1000 nell'Africa subsariana. Nel 2014, 9.6 milioni i nuovi casi di tubercolosi, 133 per 100mila persone, di cui il 58% nel Sudest asiatico e nel Pacifico occidentale. Quasi la metà della popolazione globale è a rischio malaria, registrando circa 214 milioni di casi. Nell'Africa subsariana si presentano l'89% dei casi, con un incidenza di 235 infettati ogni 1000 persone a rischio.

Goal 4 – Istruzione di qualità
Nel 2013, ultimo anno in cui si dispone di questo dato, 59 milioni di bambini in età da educazione primaria non frequentavano alcuna scuola: uno su cinque ha abbandonato gli studi mentre due su cinque non hanno mai messo piede in una classe. Nel 2014 in 10 Paesi africani, una percentuale compresa tra il 40% e il 90% non è riuscita a raggiungere nemmeno un livello minimo di lettura e scrittura, e in nove di questi Paesi percentuali analoghe riguardano una conoscenza basilare della matematica. Anche la preparazione degli insegnati, specialmente in Africa, rappresentar ancora una grande sfida: nell'Africa subsariana, ad esempio, nel 2013 solo il 71% di loro aveva ricevuto una formazione coerente con gli standard nazionali.

Goal 5 – Parità di genere
Nel 2014, 143 Paesi hanno inserito l'equità tra uomini e donne nella propria Costituzione, mentre 52 Paesi devono ancora mettere in atto questo importante impegno.
Tra il 2005 e il 2015, sia in Paesi sviluppati che in in via di sviluppo, il 21% delle donne tra i 15 e i 49 anni ha ricevuto violenze fisiche e/o sessuali nei 12 mesi precedenti.
A livello globale, la proporzione di donne tra i 20 e i 24 anni che dichiarava di essersi sposata prima dei 18 anni di età è scesa dal 32% del 1990 al 26% del 2015.
Le mutilazioni genitali femminili rappresentano una ancora molto diffusa violazione dei diritti umani. La quantificazione di questa pratica non è facilmente ottenibile ma si parla di almeno 200 milioni di bambine in 30 Paesi. Oggi nei 30 Paesi per cui questi dati erano disponibili, circa una bambina su tre viene sottoposta a questa mutilazione, mentre alla metà degli anni '80 erano almeno una su due.
In media le donne spendono il 19% del loro tempo in attività quotidiane non retribuite, contro l'8% degli uomini. La partecipazione femminile nella politica attività, ovvero la presenza in Parlamento, è passata dal 6% di dieci anni fa, al 23% del 2016.

Goal 6 – Acqua pulita e servizi igienico-sanitari
Nel 2015, 4,9 miliardi di persone nel mondo hanno migliorato i propri servizi igienico-sanitari, mentre 2,4 miliardi sono rimasti nelle stesse precarie condizioni rappresentate dall'inadeguatezza di questi servizi. Di loro, ben 946 milioni di persone non aveva servizi igienici di alcun tipo, continuando a evacuare all'aria aperta. Rispetto al 2000, in cui la popolazione globale che aveva servizi igienico-sanitari minimi era del 59%, nel 2015 il numero è arrivato al 68%. Nello stesso anno la popolazione che aveva accesso all'acqua potabile era il 91%, 6,6 miliardi di persone, mentre nel 2000 era l'82%. Nonostante ciò nel 2012 è stato stimato che almeno 1,8 miliardi di persone ha accesso ad acqua potabile contaminata da feci.
L'approvvigionamento idrico rappresenta un problema per oltre due miliardi di persone e questo numero è destinato a crescere.

Goal 7 – Energia rinnovabile
La proporzione di popolazione globale con accesso all'elettricità è costantemente aumentata, passando dal 79% del 2000 al 85% del 2012. Eppure 1,1 miliardi di persone non possono ancora godere di questo servizio.
La popolazione mondiale con accesso a energie pulite per cucinare è aumentata dal 51% del 2000 al 58% del 2014, anche se a partire dal 2010 c'è stato un limitato miglioramento. Il numero complessivo di persone che utilizzano combustibili inquinanti per cucinare, come ad esempio il cherosene, è cresciuto, toccando circa quota 3 miliardi.
In termini assoluti, circa il 72% del consumo di energia prodotta dalle fonti rinnovabili tra il 2010 e il 2012 è avvenuto nei Paesi in via di sviluppo, in prevalenza in Asia orientale. Le tecnologie che hanno giocato il ruolo principale sono state quella idroelettrica, eolica e solare: insieme rappresentano il 73% del totale aumento delle energie rinnovabili tra il 2010 e il 2012.

Goal 8 – Buona occupazione e crescita economica
La crescita globale del Pil procapite è stata dell'1,3%, un netto calo in comparazione con il 2010, quando era del 2,8%. Le regioni in via di sviluppo crescono molto più velocemente dei Paesi sviluppati, rispettivamente il 3,1% i primi, e l'1,4% i secondi. La produttività del lavoro è però uno dei dati dove si registra un maggior divario: Nel 2015 un lavoratore medio in un Paese sviluppato aveva una capacità produttiva circa 23 volte quella di un cittadino dell'Africa subsariana, una delle regioni dove la produttività del lavoro è la più bassa in assoluto.
Il tasso globale di disoccupazione è sceso dal 6,6 del 2009 al 6,1 del 2015, in prevalenza per un calo di questa percentuale nei Paesi sviluppati. Il lavoro minorile è diminuito di un terzo dal 2000 al 2012, da 246 milioni a 168, anche se più della metà dei bambini lavoratori, 85 milioni, nel 2012 è stato impiegato in lavori rischiosi o malsani.

Goal 9 – Innovazione e infrastrutture
Infrastrutture, industrializzazione e innovazione: queste le parole chiave per l'evoluzione delle infrastrutture in chiave più sostenibile.
E sono i Paesi meno sviluppati a dover affrontare la sfida dell'industrializzazione. Nel 2015, nonostante rappresentassero solo il 13% della popolazione, essi hanno contribuito meno dell'1% al valore aggiunto a livello globale nella manifattura. Nel mondo sono 500 milioni le persone impiegate nel settore manifatturiero ma mentre questi lavoratori sono costantemente calati nei Paesi sviluppati, nei Paesi in via di sviluppo il loro numero è costantemente cresciuto. Nei Paesi più arretrati comunque l'agricoltura e gli impieghi tradizionali rimangono la principale fonte di occupazione.
La spesa globale in ricerca e sviluppo in proporzione al Pil si è attestata nel 2013 all'1,7%. Bisogna tuttavia considerare che queste cifre nascondono forti disparità, passando dal 2,4% nei Paesi sviluppati, all'1,2% nei Paesi in via di sviluppo, ad appena lo 0,3% nei Paesi più arretrati.

Goal 10 - Ridurre le diseguaglianze
L'abbattimento del dazio doganale per i prodotti provenienti dai Paesi in via di sviluppo ha incentivato le esportazioni,
con margini di crescita diversi a seconda del tipo di merce analizzata.
Il flusso di aiuti finanziari ha contribuito alla riduzione del divario tra Paesi. Nel 2014, le risorse totali destinate allo sviluppo dei Paesi più bisognosi si sono attestate a 55,2 miliardi di dollari e otto dei Paesi donatori hanno raggiunto l'obiettivo dello 0,15% del reddito nazionale lordo.

Goal 11 – Città e comunità sostenibili
Più di metà della popolazione globale vive in città. Entro il 2030, saranno sei persone su dieci. Nel 2014 il 30% della popolazione urbana viveva in condizioni precarie, all'interno di baracche o strutture fatiscenti. Nell'Africa subsariana questa percentuale arrivava al 55%, mentre nel mondo sono più di 880 milioni le persone a vivere in simili contesti.
La crescita non pianificata delle città mina la possibilità di uno sviluppo sostenibile. Ad esempio, per ogni 10% di aumento della popolazione urbana, c'è un relativo aumento del 5,7% di emissioni di diossido di carbonio procapite e un 9,6% di inquinamento dato da polveri sottili. Anche la gestione dei rifiuti solidi risulta un problema sempre maggiore nelle aree densamente popolate e in molti Paesi in via di sviluppo meno della metà di questi rifiuti vengono trattati adeguatamente. L'inquinamento dell'aria nelle città è anche causa di milioni di morti premature ogni anno e nel 2014 circa la metà della popolazione mondiale era esposta a valori di inquinamento 2,5 volte maggiori di quelli indicati dall'Oms.

Goal 12 – Consumo responsabile
Grazie a due misurazioni, quella dell'impronta materiale e quella del consumo interno di materiali, è possibile restituire un quadro globale del ciclo delle materie prime e dei prodotti consumati nei singoli Paesi. La prima riflette la quantità di materie prime necessarie a un Paese per soddisfare le proprie necessità; il secondo misura le risorse naturali usate nei processi economici.
Nel 2010, il totale dell'impronta ecologica nei Paesi sviluppati era significativamente più elevato che nei Paesi in via di sviluppo: rispettivamente 23,6 kg per unità di Pil contro 14,5. Il consumo interno nelle regioni sviluppate è leggermente sceso, da 17,5 tonnellate procapite del 2000 a 15,3 del 2010, restando comunque molto più elevato che nei Paesi in via di sviluppo, che nel 2010 hanno registrato 8,9 tonnellate procapite.

Goal 13 – Lotta contro il cambiamento climatico
Tra il 1990 e il 2013, più di 1.6 milioni di persone sono morte per disastri naturali legati al cambiamento climatico e la tendenza è in crescita ogni anno. Per questo motivo molti Paesi hanno messo a punto o migliorato le proprie strategie per ridurre i rischi connessi a questi fenomeni. Nel 2015, ad esempio, sono stati 83 i Paesi che hanno legiferato in questo senso.
I Paesi sviluppati si sono impegnati a mettere a disposizione entro il 2020, 100 miliardi di dollari all'anno per aiutare e sostenere i bisogni dei Paesi più poveri proprio nelle conseguenze dei mutamenti climatici.

Goal 14 – Flora e fauna acquatica
L'economia legata agli oceani è cruciale per coloro che vivono in comunità costiere, nel 2010 il 37% della popolazione mondiale. Oltre ai più evidenti benefici che gli oceani offrono, essi aiutano anche a regolare l'ecosistema globale assorbendo calore e diossido di carbonio dall'atmosfera, circa un terzo di quello generato dalle attività umane, mitigando l'impatto del cambiamento climatico. Purtroppo questo ha delle dirette ricadute ecologiche: lo scioglimento della Co2 nelle acque marine abbassa il livello di ph degli oceani, aumentandone l'acidità e impattando sugli equilibri chimici.
Per quanto riguarda lo stock di pesce, la sua percentuale è calata dal 90% del 1974 al 69% del 2013. Fortunatamente il suo sfruttamento sembra essere rallentato e stabilizzato a partire dal 2008.

Goal 15 – Flora e fauna terrestre
Tra il 1990 e il 2015, le aree occupate dalle foreste sono diminuite dal 31,7% sul totale delle terre emerse al 30,7%. Questa perdita è riconducibile alla conversione delle foreste in terre per altri tipi di uso, come l'agricoltura o la costruzione di infrastrutture. Allo stesso tempo però molte terre sono state trasformate in foreste attraverso la piantumazione di alberi e piante, restaurando l'espansione originaria della foresta. Mettendo i due processi a confronto, si può stimare che la perdita annuale globale di aree coperte da foreste è passata dai 7,3 milioni di ettari del 1990 ai 3,3 milioni di ettari all'anno, tra il 2010 e il 2015.

Goal 16 – Pace e giustizia
Il numero di vittime di omicidi volontari rimane all'incirca invariato tra il 2008 e il 2014, con numeri che oscillano dai 4,6 ai 6,8 ogni 100mila persone, con un leggero calo rispetto agli anni precedenti, tenendo però presente che gli omicidi nei Paesi in via di sviluppo sono il doppio di quelli che avvengono nei Paesi sviluppati.
La proporzione di persone detenute in prigione in attesa di sentenza è leggermente scesa, rappresentando il 30% di tutti i detenuti nel mondo nel periodo tra il 2012 e il 2014, mentre tra il 2003 e il 2005 tale percentuale era del 32%. Nonostante questo è nei Paesi in via di sviluppo che si concentra la metà di questi casi, come ad esempio nell'Asia meridionale, dove due detenuti su tre non sono passati per un processo.
Il numero di giornalisti uccisi sono aumentati notevolmente nel quinquennio 2010-2015: da 65 sono arrivati a quota 114, anche se dal 2013 sono 90 gli Stati che hanno adottato leggi sulla libertà di stampa e/o di accesso all'informazione.

Goal 17 - Partnership per gli obiettivi
Il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi dell'Agenda entro il 2030 richiede un rilancio e un rafforzamento della collaborazione globale che metta insieme governi, società civile, settore privato, il sistema delle Nazioni Unite e metta a disposizione le risorse necessarie, specialmente in favore dei Paesi più svantaggiati, affinché si possa raggiungere un progresso che vada a beneficio di tutti.

Se la relazione del Segretario Generale Onu vuole essere una fotografia globale e dare il senso della strada ancora da percorrere e delle emergenze planetarie, a soffermarsi sulla situazione dei singoli Paesi sono le National voluntary reviews, elaborate su base volontaria e in maniera autonoma da 22 Stati, tra cui Germania, Svizzera, Colombia e Cina – l’Italia è assente -  e presentate all’High Level Political Forum di New York.

Lo scopo di queste analisi può così essere riassunto:

  • Creare familiarità e conoscenza degli SDGs con il coinvolgimento degli stakeholder e delle autorità locali e nazionali;
  • Includere gli SDGs nel contesto e nelle iniziative legislative per la loro implementazione a livello nazionale, sottolineando le maggiori difficoltà e segnalando ulteriori obiettivi non connessi agli SDGs, ma che rappresentano priorità per il Paese;
  • Integrare i tre aspetti dello sviluppo sostenibile, ovvero economico, sociale e ambientale;
  • Delineare su specifici Obiettivi (Goals) e sotto-obiettivi (Targets) le criticità incontrate, quando possibile anche con il supporto di dati, al fine di fornire indicazioni utili anche ad altri Paesi membri;
  • Elaborare analisi tematiche sui progressi e iniziative legate al focus dell’Hlpf per quel determinato anno;
  • Fornire informazioni sui meccanismi istituzionali avviati per la realizzazione dell’Agenda 2030 e indicare i prossimi passi che il Paese ha intenzione di intraprendere.

A supporto dei lavori dei singoli Paesi c’è anche lo studio pubblicato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) “Measuring distance to the SDGs targets. A pilot assessment of where OECD countries stand” nel quale viene individuato e analizzato il punto di partenza di alcuni Paesi Ocse in relazione agli SDGs.
Basato sui dati raccolti dai Paesi membri e successivamente armonizzati secondo metodologie e processi Ocse, questo strumento stabilisce degli indicatori misurabili e comparabili tra i diversi Stati, anche se la sua funzione è di orientamento e rimane poi ai governi la scelta di come monitorare i propri progressi.
I Paesi per ora passati sotto la lente dell'Organizzazione sono stati solo Austria, Danimarca, Finlandia, Olanda, Norvegia, Slovenia e Svezia. Nella versione della ricerca distribuita a New York era presente anche un focus sull'Italia e sul Portogallo.
Nel dettaglio, agli Obiettivi finali fissati per il 2030 dagli SDGs, l'Ocse ha assegnato un valore numerico e a partire dagli ultimi dati disponibili dei singoli Paesi.

Gli indicatori presi come punto di riferimento iniziale sono quelli stabiliti dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite, dai quali in seguito è avvenuta una selezione in base a criteri di rilevanza, possibilità di distinguere le performance dei diversi Paesi, disponibilità e qualità statistica. Per questo l'Ocse ha individuato solo 86 indicatori relativi a 73 diversi Target - o sotto-obiettivi - sul totale di 169, distribuiti nei 17 Obiettivi: in alcuni casi non è stato possibile arrivare a una misurazione adeguata di alcuni dei Target. Una delle priorità Ocse è dunque quella di adeguare i propri sistemi di raccolta ed elaborazione di informazioni a quella dei Paesi membri.

Inoltre, affinché le realtà nazionali interessate potessero approfondire la conoscenza degli effetti e dei “contributi globali” delle loro politiche e percorsi di sviluppo, questo studio pilota propone anche una valutazione iniziale di tutti gli aspetti rilevanti per lo sviluppo sostenibile che hanno un impatto anche oltre ai confini nazionali, come le emissioni di CO2.
Mentre le valutazioni sui punti di partenza dei vari Paesi sono state fatte in relazione ai sotto-obiettivi degli SDGs, i risultati possono essere analizzati anche per Obiettivi o con il criterio del “contributo globale”.
In media, i Paesi Ocse esaminati hanno fatto i progressi più significativi nel campo di salute, acqua ed energia, mentre molto resta ancora da fare sull'uguaglianza di genere e sulla realizzazione di politiche di crescita economica sostenibile.

Gli indicatori possono anche essere aggregati secondo quelle che vengono definite come “le 5 P”: People, Planet, Partnership, Prosperity, Peace. Utilizzando questa scala, l’Ocse raggiunge risultati migliori su Planet, People e Prosperity mentre è più indietro su Partnership e soprattutto su Peace.
Tenendo conto della limitatezza dei dati disponibili bisogna tuttavia considerare i risultati e le valutazioni come preliminari.
La eterogeneità tra i punti di partenza dei diversi Paesi sia sui sotto-obiettivi sia sugli Obiettivi suggerisce che le priorità nazionali per implementare l’Agenda debbano essere pianificate a livello di sotto-obiettivi, per meglio indirizzare le azioni specifiche necessarie.
Infine questo studio mostra come gli Stati debbano sviluppare nuovi indicatori per riuscire a monitorare e valutare i progressi di politiche e strategie.

 

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PER APPROFONDIRE:

1- https://sustainabledevelopment.un.org/hlpf

2 - www.asvis.it/home/46-862/luci-e-ombre-sui-17-sdgs-rapporto-di-ban-ki-moon-allhigh-level-political-forum-on-sustainable-development

3 - https://sustainabledevelopment.un.org/hlpf/inputs

4 - http://www.oecd.org/std/measuring-distance-to-the-sdgs-targets.htm

 

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