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CITTÀ E COMUNITÀ SOSTENIBILI

Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili

Circa 3,5 miliardi di persone vivono in città, numero destinato a lievitare a cinque miliardi nel 2030. La situazione italiana risulta peggiore di quella del 2010 ma dal 2015 si segnala una ripresa dovuta al miglioramento della quota di rifiuti urbani conferiti in discarica sul totale della raccolta (dal 56,80% del 2006 al 23,40% del 2017). In calo la concentrazione di PM2.5 e PM10 nelle aree urbane, che si riduce rispettivamente del 37% e del 25% rispetto al 2006. Cresce invece l’indice di abusivismo edilizio.

Costruire (e ricostruire) meglio riduce le perdite legate ad eventi estremi

World bank e Gfdrr hanno calcolato convenienza ad agire in modo tempestivo, resiliente ed inclusivo nelle ricostruzioni post-disastro. Benefici per la collettività fino a 555 miliardi di dollari l’anno.

Un guadagno per la collettività che varia tra i 382 e i 555 miliardi di dollari l’anno. È la conclusione a cui arriva un rapporto di fresca pubblicazione, rilasciato da World Bank e dal Global Facility for Disaster Reduction and Recovery (Gfdrr), dal titolo “Building Back Better: Achieving resilience through stronger, faster and more inclusive post-disaster reconstruction”.

Secondo il team di ricerca, infatti, ricostruire meglio ed in modo resiliente le città a seguito dei disastri subiti da eventi estremi, che crescono e si intensificano per via dell’aumento della temperatura, può ridurre gli impatti economici e sociali subiti dalle persone. Un’accortezza capace di tradursi in un risparmio fino al 31% dei costi sociali generati dai disastri naturali.

Il rapporto, nel valutare la resilienza socioeconomica e gli effetti delle catastrofi sul benessere di 149 paesi (che compongono il 95,5% della popolazione mondiale), dimostra come siano proprio i Paesi che subiscono di più, ad esempio i piccoli Stati insulari, a poter ricavare i maggiori benefici da un nuovo modello di ricostruzione.

In particolare, i dieci stati più ad alto rischio da aventi estremi, individuati in Antigua e Barbuda, Dominica, Guatemala, Trinidad e Tobago, Zimbabwe, Myanmar, Belize, Vanuatu, Perù e Angola, potrebbero ridurre le perdite complessive di oltre il 60%.

“Bisogna ricostruire in modo più efficace”, afferma John Roome, direttore senior del gruppo climate change di World Bank. “Man mano che il cambiamento climatico aumenta di intensità e crescono gli impatti, dobbiamo dare ancora maggiore supporto ai Paesi in difficoltà attraverso politiche di ricostruzione rapide, resilienti ed inclusive”.

Inoltre, basandosi sui dati contenuti nella precedente analisi “Unbreakable: Building the Resilience of the Poor in the Face of Natural Disasters, il quale sostiene che ogni anno i disastri naturali, oltre a presentare un conto salato pari a 520 miliardi di dollari, trascinano pure 26 milioni di persone al di sotto della soglia di povertà, il rapporto fornisce tre dimensioni da prendere in considerazione. Tre misure chiave in grado di ridurre i costi e mettere in salvo delle vite.

Innanzitutto bisogna puntare a costruire nel modo più resiliente possibile. Se tutte le infrastrutture post-disastro ricostruite fossero progettate per reggere maggiormente agli urti del clima impazzito, si potrebbero diminuire le perdite del 12% in 20 anni. Tradotto: un beneficio di 65 miliardi di dollari l’anno.

Ma anche la velocità conta. Perché intervenire immediatamente è una manovra che paga, soprattutto per i piccoli Stati insulari e i Paesi dell’Africa sub-sahariana, costretti a subire frequenti shock naturali. La misura in questo caso porterebbe un guadagno massimo di 75 miliardi dollari, con una riduzione delle perdite del 14%.

Infine, ricostruire con il criterio dell’inclusività, facendo in modo che nessuno rimanga indietro nelle politiche di tutela, potrebbe di contenere le perdite del 9%, numero corrispondente ad un guadagno di circa 52 miliardi di dollari l’anno.

 

di Ivan Manzo

 

Mercoledì 27 Giugno 2018

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