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CONSUMO E PRODUZIONE RESPONSABILI

Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo

A livello globale, il Material footprint, che indica i flussi di risorse minerali e organiche che sono state rimosse dall’ambiente per produrre un bene, è passato dai 48,5 miliardi di tonnellate del 2000 a 69,3 miliardi di tonnellate nel 2010. In Italia aumentano riciclo e raccolta differenziata e diminuisce il consumo di energia e materia, ma bisogna lavorare di più sulla dimensione sociale.

Articoli

Estendere la Responsabilità sociale d’impresa alla catena produttiva: il passaggio dall’impresa alla filiera sostenibile

di Francesca Cucchiara, studentessa del Joint Degree In Sustainable Development all’Università Kalr Franzens di Graz

La reputazione di un’impresa non dipende solo dal proprio operato ma anche dai fornitori con cui collabora. Ecco perché è importante garantire il monitoraggio di tutta la catena di fornitura e incentivare la collaborazione e la diffusione di buone pratiche fra imprese, lasciandosi aiutare anche dalla tecnologia.
Gennaio - Febbraio 2018

La sostenibilità nel mondo del business la si può riassumere in tre parole: “Responsabilità sociale d’impresa” (Rsi), o come nella più nota versione anglosassone “Corporate social responsibility” (Csr). Quest’ultima, così come la definisce la Comunicazione Ue n. 681 del 2011,  non è altro che la “responsabilità delle imprese per il loro impatto che hanno sulla società”. Nel campo della sostenibilità si intende l’adozione di buone pratiche quali l’uso consapevole delle risorse naturali, la tutela dei beni comuni o la capacità di contribuire allo sviluppo della comunità in cui l’azienda opera.  La Rsi è per certi versi un approccio “win-win”: porta beneficio all’ambiente, al sociale ma anche all’impresa stessa. Secondo Unioncamere, anche i consumatori italiani si fanno più sensibili al tema della sostenibilità, che diventa quindi un parametro importante nell’orientare le scelte al consumo. Ma la Rsi non basta dichiararla, bisogna darne prova, pena la perdita di credibilità. Maggiori informazioni le chiedono i consumatori e le chiede anche l’Europa, che con la direttiva 2014/95/Ue  ha imposto alle imprese (quelle di una certa dimensione) di rendere ufficiali le misure adottate in materia di: ambiente, lavoro, diritti umani e anticorruzione. Secondo lo United Nations Global Compact Progress Report 2017 c’è da essere ottimisti, il numero di imprese che hanno adottato policy o programmi su queste tematiche è significativamente aumentato. Tuttavia, come spiega lo stesso Report, uno dei nodi più spinosi rimane la gestione della catena produttiva, specialmente quando questa passa per molteplici fornitori e nazionalità. Come enunciato nella guideline dell’Ocse (2011), un’impresa è chiamata a correggere le male pratiche del suo fornitore in virtù del rapporto commerciale che ha con esso. Per cui a poco serve dichiarare la propria Rsi se poi il raggio di azione non arriva a coprire l’intera catena produttiva. Come ci si passa la merce così la reputazione, specialmente se negativa. È una storia che conosce bene Apple, che nonostante abbia adottato codici di condotta per i fornitori non si è risparmiata dall’ultimo scandalo targato “Foxconn” – ultimo di una lunga serie - riguardante lo sfruttamento di studenti per la produzione di IPhone X.

Il raggio di azione della Rsi deve necessariamente estendersi oltre la singola impresa. Dall’impresa sostenibile si passa allora alla filiera sostenibile. Come? Innanzitutto, tramite un processo di monitoraggio fra i partner, ossia di assessment delle pratiche di sostenibilità lungo tutta la filiera. Inoltre, incentivando la collaborazione e la condivisione di buone pratiche fra diverse imprese. In questo la tecnologia sicuramente può essere di supporto. Per esempio, tramite l’utilizzo di piattaforme elettroniche si può rendere più fluida e trasparente la comunicazione fra aziende e fornitori. È questa l’idea alla base progetto TenP - Sustainable Supply Chain Self-Assessment Platform, ideato dal Global Compact Network Italia per assistere le imprese nella verifica delle informazioni sulle performance di sostenibilità dei loro fornitori. Il meccanismo in breve è il seguente: il fornitore compila un questionario di autovalutazione, che viene poi caricato su portale elettronico e reso quindi accessibile alle imprese facentene parte. La documentazione può essere poi verificata su richiesta tramite un servizio di Destkop Auditing - ossia verifica documentale - eseguito da Bureau Veritas.  

La combinazione “innovazione digitale e sostenibilità” in Italia la troviamo poi applicata nel settore agroalimentare, come nei nuovi progetti targati Smart Agrifood. Un esempio è l’iniziativa “Filiera 4.0” organizzata da Oleificio Zucchi, che consiste nel monitoraggio del prodotto lungo tutte le fasi della filiera produttiva. Il sistema poggia sull’utilizzo di una piattaforma elettronica, accessibile a tutti gli operatori, che consente quindi di migliorare la tracciabilità e la sostenibilità del prodotto.

Dall’agricoltura ci spostiamo poi all’edilizia e andiamo in Calabria, dove l’utilizzo di una piattaforma telematica, organizzata da S3Calabria, viene usata per facilitare la collaborazione di diverse imprese su progetti aventi per oggetto l’edilizia sostenibile. Anche in questo caso la tecnologia unisce e questa volta nella diffusione di idee ed iniziative che creano quindi la base per una filiera sostenibile.

Migliori strumenti per la comunicazione possono certamente accelerare il cammino verso la sostenibilità nel campo dell’impresa. Sicuramente possono contribuire a rendere più concreta quella Rsi che purtroppo a volte rimane solo su carta. Tuttavia, la tecnologia da sola non basta, occorre l’apertura culturale al cambiamento e soprattutto la volontà di mettere al centro valori come il benessere sociale e la tutela dell’ambiente e del territorio.

Aderenti

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