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CONSUMO E PRODUZIONE RESPONSABILI

Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo

A livello globale l’impronta ecologica cresce a un ritmo maggiore del Pil. L’Italia registra progressi nell’indice di circolarità della materia e nella percentuale di riciclo dei rifiuti, è costante la diminuzione del consumo di materiale interno per unità di Pil. È il Lazio la regione che mostra l’avanzamento più incisivo.

Quanto costerebbe il cibo se tenessimo conto degli impatti sul Pianeta?

Una ricerca tedesca pubblicata su Nature mostra il costo “reale” dei prodotti alimentari: una bistecca aumenterebbe il suo prezzo medio del 146%, i vegetali solo del 6%. Il ruolo dei governi per supportare la filiera agricola. 14/01/21

Quanto costa una bistecca? Una domanda banale, almeno all’apparenza, dato che chiunque potrebbe più o meno conoscere il prezzo di un chilo di carne oppure, più semplicemente, recarsi al supermercato più vicino e verificare sul proprio scontrino d’acquisto quanto ha pagato. Eppure c’è di più. Secondo la ricerca “Calculation of external climate costs for food highlights inadequate pricing of animal products” pubblicata il 15 dicembre 2020 sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, e applicata al contesto della Germania, l’attuale prezzo medio di acquisto della carne, e dei prodotti alimentari in generale, non riflette il costo pagato dal consumatore (e dalla collettività) in “termini reali”.

Ma andiamo con ordine. Per comprendere lo studio è necessario richiamare la teoria economica che ci fornisce la definizione di “esternalità negative”. Parliamo, in pratica, di costi scaricati sulle spalle dei cittadini da chi produce un determinato bene o servizio. L’esempio più classico è dato dai costi ambientali da imputare alle attività aziendali ma che, di fatto, pagano i cittadini sotto forma di spese sanitarie, emissioni climalteranti e inquinamento.

Alla luce di questa premessa potrebbe essere interessante riformulare la nostra domanda iniziale: quanto costerebbe, dunque, una bistecca se volessimo tener conto di questi aspetti? Se il suo prezzo riflettesse gli impatti provocati alla biodiversità e al clima, in media, una bistecca dovrebbe costare il 146% in più. L’aspetto positivo, sostiene lo studio, è che se riuscissimo a incorporare in qualche modo il costo ambientale della produzione alimentare nel prezzo del cibo questo sarebbe in grado di orientare uno spostamento verso diete a base vegetale, più sostenibili e meno impattanti per gli ecosistemi del nostro Pianeta. In confronto ai prodotti a base di carne, infatti, l’aumento stimato del prezzo medio di alimenti di origine vegetale si aggirerebbe intorno al 6% (a dimostrazione della grande differenza d’impatto tra i prodotti), mentre i prodotti lattiero-caseari vedrebbero aumentare del 91% il proprio prezzo medio.

L’analisi, a cura di un team di ricercatori tedeschi, ha tenuto conto di tutti i costi ambientali “invisibili” che si generano lungo l’intera catena di produzione, ne sono un esempio l’uso eccessivo di fertilizzanti nocivi per il suolo, le emissioni di metano dannose per l’equilibrio climatico, il sistema di trasporti e di riscaldamento responsabili delle emissioni di CO2 e di polveri sottili che minano la qualità dell’aria. Oltre a fornire una valutazione di tipo monetaria (traducendo in un costo economico queste esternalità), l’intento è quello di colmare il divario cognitivo che esiste tra quello che mangiamo e gli impatti che ne derivano.

Inoltre, lo studio evidenzia che dei tre prodotti presi in esame, i metodi di agricoltura biologica forniscono un aiuto ma, per quanto riguarda la produzione di carne, questa sotto il profilo delle emissioni continua ad avere impatti non sostenibili. “Gli standard dell'agricoltura biologica vietano per esempio l'uso di fertilizzanti azotati minerali, un fattore che riduce il costo complessivo delle emissioni di questo metodo di produzione. Ma la carne resta un'eccezione sorprendente: sia i metodi convenzionali sia quelli biologici di produzione hanno denotato costi legati alle emissioni troppo alti”, si legge infatti nella ricerca. Un elemento da imputare al fatto che, se da una parte l’allevamento biologico riduce l’uso di sostanze inquinanti, dall’altra richiede maggiori superfici a disposizione per il pascolo. Una considerazione che suggerisce che è proprio il cambio di dieta a generare maggiori benefici per i nostri ecosistemi e che, se davvero vogliamo incidere in modo profondo sul buono stato del capitale naturale, non basta solamente preferire l’agricoltura biologica.

La ricerca si è basata sul principio che vige in Europa del “chi inquina paga”. Secondo le conclusioni dello studio, prezzi più alti servirebbero - come detto precedentemente - a orientare meglio le scelte dei consumatori. Tuttavia ci sono alcuni problemi che non andrebbero trascurati. L’aumento dei prezzi, anche quelli di lieve entità dei vegetali, potrebbe comunque minare l’accessibilità al cibo da parte di una grossa fetta di consumatori. Per questo motivo, la scelta di internalizzare nel prezzo del bene il costo dell’esternalità negativa dovrebbe essere supportata da misure di compensazione sociale e da sussidi offerti dai governi, in modo da rendere anche questa transizione “equa per tutti”. Un tipo di decisione del genere, inoltre, renderebbe anche più competitiva l’agricoltura biologica, facendo sì che sempre più persone scelgano di mangiare meglio e con “meno impatti”.

Scarica la ricerca

 

di Ivan Manzo



     
       
Giovedì 14 Gennaio 2021
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