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VITA SULLA TERRA

Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell'ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di diversità biologica

Le risorse naturali hanno subito dagli anni ‘50 del secolo scorso un declino senza precedenti nella storia umana. Una specie su otto è a rischio estinzione. Per l’Italia la tendenza è estremamente negativa, causata dal netto peggioramento degli indicatori elementari relativi alla frammentazione del territorio e al consumo di suolo.

Crisi climatica e deforestazione rendono le foreste meno “amiche” dell’uomo

Il 21 marzo è la giornata delle foreste: dal 1990 persa un’area pari alla Libia, dal 2010 Sud America e Africa le più colpite. L’Amazzonia è vicina a un punto di non ritorno? L’Italia presenta la sua strategia forestale.   21/3/22

Il 21 marzo si celebra in tutto il mondo la giornata delle foreste. Sull’argomento a inizio febbraio il Mipaaf (Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali) ha pubblicato la Strategia forestale nazionale (Sfn). Obiettivo principale è “portare il Paese ad avere foreste estese e resilienti, ricche di biodiversità, capaci di contribuire alle azioni di mitigazione e adattamento alla crisi climatica, offrendo benefici ecologici, sociali ed economici per le comunità rurali e montane, per i cittadini di oggi e per le prossime generazioni”.

Il documento, che stabilisce come dovrà essere gestito il territorio italiano forestale per i prossimi 20 anni, dà poi attuazione a parte della “Strategia dell'Ue sulla biodiversità per il 2030” e alla nuova “Strategia dell'Ue per le foreste per il 2030”, e integra la “Strategia nazionale per la bioeconomia”, soprattutto in relazione al sistema foresta-legno.

La Sfn rappresenta una importante novità sul panorama nazionale, basti pensare che fino a ora mancava una gestione condivisa del patrimonio forestale, nonostante più di un terzo del territorio italiano, il 36,7%, sia ricoperto da foreste (nello specifico: 9 milioni di ettari forestali e circa 2 milioni di bosco).

Tutti gli sforzi dovranno essere ricondotti a una gestione sostenibile delle risorse forestali. La strategia infatti ricorda che va rispettato “il ruolo multifunzionale delle foreste” e “l’efficienza nell’impiego delle risorse forestali”. In sostanza, bisognerà tener conto della perdita di capitale naturale e di quei preziosi servizi ecosistemici che le foreste ci offrono gratuitamente e che sono indispensabili al benessere umano. Una piccola sintesi, tratta proprio dalla pubblicazione del Mipaaf, è presente nella seguente tabella.

Continua la deforestazione nel mondo. Secondo il Global forest resources assessment 2020 della Fao, la più grande valutazione sul patrimonio boschivo fatta fino a ora, attualmente la Terra ospita più di 4 miliardi di ettari di foreste (0,52 ettari per ogni abitante, 32% superficie totale). Un dato importante che, però, viene costantemente minacciato. Nel corso degli ultimi anni la deforestazione è infatti proseguita senza sosta, basti pensare che tra il 2010 e il 2020 ogni anno abbiamo perso 4,7 milioni di ettari forestali. Peggio si è fatto nel decennio precedente quando tra il 2000 e il 2010 perdevamo 7,8 milioni di ettari ogni anno di foresta. Per fare un paragone, dal 1990 a oggi è come se avessimo mandato in fumo un’area pari a quella della Libia.

Ma la deforestazione non avanza allo stesso modo, ci sono Paesi che risultano più colpiti di altri. Se per esempio negli ultimi dieci anni in Asia ed Europa è aumentata la copertura forestale, questa si è ridotta di parecchio in Africa (3,9 milioni di ettari persi) e nel Sud America (2,6 milioni di ettari persi). A destare preoccupazione c’è poi anche il fatto che sta crescendo proprio nei luoghi che posseggono un alto tasso di biodiversità e che ospitano alcune tra le comunità umane più vulnerabili al mondo.

In generale, l’agricoltura resta la prima causa di deforestazione sul Pianeta, attività che impatta ancora di più se consideriamo che di fianco alla perdita dei terreni forestali si accompagnano altre pratiche nocive come la costruzione di reti stradali necessarie al trasporto merci. Un grande impatto ce l’hanno anche le attività minerarie, seguite dall’aumento degli insediamenti urbani e dal fenomeno di accaparramento dei terreni di proprietà pubblica (soprattutto dove la governance nazionale risulta debole).

Ma per comprendere bene lo stato di salute delle nostre foreste bisogna affrontare l’argomento non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi. Ed è proprio su quest’ultimo punto che i problemi risultano essere ancor maggiori.

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Come stanno le foreste? In “fronti di deforestazione” il Wwf descrive in che modo l’uomo impatta sulla resilienza degli ecosistemi forestali. Circa il 45% delle foreste definite ancora “in piedi” è costantemente messo sotto pressione da un’attività antropica lontana da qualsiasi pratica di sostenibilità.

Vista l’importanza che hanno nel contrasto alla crisi climatica, dedica ampio spazio al tema anche l’ultimo rapporto dell’Ipcc sull’adattamento. Le foreste, non va dimenticato, sono dei veri e propri serbatoi di carbonio minacciati da una serie di fattori riconducibili all’attività umana. A causa dell’aumento delle temperature, per esempio, aumentano di intensità fenomeni estremi come le ondate di calore. Inoltre, con un clima più caldo, è sempre più difficile spegnere gli incendi che generano grossi danni al patrimonio forestale, basti pensare che il cambiamento climatico ha raddoppiato l'area bruciata negli Stati Uniti occidentali dagli anni '80.

Sempre a causa della crisi climatica, sono poi in aumento i fenomeni di siccità e di nuove epidemie che possono causare la mortalità degli alberi: eventualità da contrastare con tutti i mezzi possibili dato che la morte di un albero significa reinserire in atmosfera il carbonio che durante la vita aveva immagazzinato.

Ogni ecosistema ha poi determinate caratteristiche e alcuni, se parliamo di stoccaggio della CO2, sono più efficienti di altri. È il caso delle foreste di mangrovie che però si sono ridotte di oltre il 35% negli ultimi decenni. La stima è al 2005 ed è del Millennium ecosystem assessment (la più grande valutazione sullo stato di salute fatta sugli ecosistemi globali), tutto fa pensare che la situazione sia ulteriormente peggiorata. Stesso discorso per le foreste di torbiere, "ecosistemi ad alto contenuto di carbonio che si sono costruiti nel corso di millenni", ricorda l’Ipcc, che se distrutte portano al rilascio di elevate quantità di gas serra.


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Il grosso rischio che stiamo correndo è quello di trasformare ecosistemi che fino a ora sono stati necessari al benessere umano in una potenziale minaccia per la vita sul Pianeta e per la lotta al cambiamento climatico. E su questo, l’allarme lanciato dagli scienziati sull’Amazzonia è emblematico.

Tipping points: l’Amazzonia è vicina a un punto di non ritorno? La questione dei tipping points, conosciuti anche come effetti soglia o punti di non ritorno, è ormai al centro del dibattito scientifico. Grazie anche allo studio dei limiti planetari, avviato dallo Stockholm resilience centre, siamo sempre più in grado di comprendere “il punto di caduta di un ecosistema”.

In sostanza: quanto è resiliente una foresta e quanto può essere messa sotto stress prima che oltrepassi il punto di non ritorno? Il recente studio (del 7 marzo) pubblicato su Nature climate change dal titolo “Pronounced loss of Amazon rainforest resilience since the early 2000s” prova a fornire una prima risposta proprio a questa domanda, analizzando il caso dell’Amazzonia.

Occorre innanzitutto chiarire che stabilire con esattezza il momento in cui una foresta (discorso che vale per qualsiasi ecosistema) perde resilienza non è una impresa semplice, tuttavia ci sono ormai diversi segnali che confermano che nei prossimi anni l’Amazzonia potrebbe trasformarsi da una foresta pluviale a una prateria, una sorta di Savana, con seri danni per l’intero Pianeta.

Secondo lo studio la foresta amazzonica è infatti entrata in uno stato di instabilità, dato che dal 2003 a oggi il 75% di questo ecosistema ha perso buona parte della sua capacità di resilienza. In pratica, ci mette sempre di più per riprendersi dagli eventi estremi e dall’attività antropica.


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Prima ancora, nel 2020, era stato il Wwf insieme al Boston consulting group con il report “Fuochi, foreste e futuro: Una crisi fuori controllo?” a sottolineare questo rischio estinzione. “Negli ultimi 10 anni, sono stati persi circa 300 mila chilometri quadrati di foresta amazzonica, pari all’intera superficie dell’Italia”, evidenzia il Wwf, che nello studio spiega l’importanza dell’ecosistema per chi abita il Pianeta: “Deforestazione e cambiamento climatico stanno spingendo l’Amazzonia verso l’estinzione.  La foresta ridotta e degradata è più soggetta ad incendi, alla perdita di biodiversità e perde la capacità di fornirci quei servizi irrinunciabili che ci fornisce. La foresta amazzonica genera infatti piogge, raffredda la Terra, assorbe gas serra, immagazzina carbonio, custodisce il 10% della biodiversità mondiale, contrasta la desertificazione, produce acqua, cibo e medicine; oltre a custodire ancora comunità indigene senza le quali, spesso, molte aree della foresta amazzonica non sarebbero protette e custodite. Ad oggi la foresta amazzonica brasiliana ha perso il 19% della superficie di alberi presente nel 1970. Continuando con l’attuale trend di deforestazione secondo gli scienziati più accreditati il tipping point sarà raggiunto in 10-15 anni”.

Le foreste ci proteggono da calamità naturali, fungono da scudo contro il cambiamento climatico, salvaguardano la biodiversità, svolgono funzioni importanti come lo stoccaggio di carbonio, producono ossigeno e sono protagoniste di diverse attività a scopo economico e ricreativo. Non abbiamo scelta, vanno gestite in maniera sostenibile.

 

di Ivan Manzo

Lunedì 21 Marzo 2022

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