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VITA SULLA TERRA

Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell'ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di diversità biologica

Dagli ultimi dati aggiornati al 2021, risulta che sulle otto milioni conosciute, un milione di specie animali e vegetali è a rischio estinzione. L'attività antropica ha velocizzato di mille volte il tasso naturale di estinzione. Continua il declino della biodiversità italiana a causa di problemi irrisolti, come il degrado e il consumo del suolo. 

FOCUS. Contro il consumo dei suoli una legge in Italia e nuovi modelli produttivi

Nel nostro Paese vengono consumati oltre due metri quadrati di suolo al secondo e diminuisce quello fertile. Le buone pratiche di agroforestazione e agricoltura rigenerativa.  [Da FUTURAnetwork.eu15/1/24

lunedì 15 gennaio 2024
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Circa l'80% della superficie terrestre europea è stata modellata dalle attività umane: ricoperta da edifici, strade, infrastrutture industriali o utilizzata per l'agricoltura. Il modo in cui utilizziamo il territorio costituisce uno dei principali fattori di degrado ambientale e cambiamento climatico. Prendiamo il consumo di suolo, inteso come l’aumento nel tempo delle superfici artificiali. In Italia continua la tendenza negativa, come conferma l’ultimo rapporto Ispra pubblicato a ottobre: cementifichiamo 2,4 metri quadrati di suolo al secondo, solo in piccola parte compensati dal ripristino di aree naturali, perlopiù associato al recupero di aree di cantiere o di altro suolo consumato reversibile. L’obiettivo di azzeramento del consumo di suolo netto, previsto dall’Agenda 2030 e dai piani europei, si allontana: 70,8 chilometri quadrati svaniti in un solo anno (2022), 19,4 ettari al giorno, di cui 14,8 chilometri quadrati di consumo permanente. Il 10,2% in più rispetto al 2021. Le aree più critiche? La Pianura padana, la costa adriatica e le aree metropolitane di Roma e Napoli. La logistica e la grande distribuzione organizzata rientrano tra le principali cause di consumo di suolo. Le grandi infrastrutture rappresentano l’8,4% del consumo totale. “Ritmi non sostenibili”, denuncia l’Ispra, “dovuti alla mancanza di interventi normativi efficaci e all'attesa di un quadro normativo omogeneo a livello nazionale, quantomai necessario alla luce delle note fragilità geologiche e morfologiche del nostro Paese”.


ALTA SOSTENIBILITÀ 
TRA CLIMA, SCIENZA E POLITICA, COSA RESTA DEL SUOLO OGGI


La legge nei cassetti

Serve dunque una svolta, a partire dalla tanto attesa legge sull’arresto del consumo di suolo e la sua rigenerazione, che l’Italia non ha ancora. Come ricostruisce Avvenire, la prima proposta di legge per la limitazione del consumo di suolo risale al 2012, mentre le cinque proposte presentate nella scorsa legislatura sono rimaste soffocate nei cassetti. Ora il governo pare intenzionato ad accelerare i tempi: “Noi affronteremo la questione” del consumo di suolo, ha dichiarato pochi mesi fa, a margine dell’inaugurazione di Ecomondo, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin. “Abbiamo intenzione come governo”, ha aggiunto, “di presentare nei tempi dovuti una legge quadro perché queste competenze sono poi ripartite a livelli regionali e comunali; legge quadro che deve avere proprio come ridisegno il consumo del suolo”. In effetti negli ultimi anni molte regioni si sono poste il problema e hanno iniziato a legiferare in materia o con provvedimenti ad hoc. Il quadro complessivo è quello di competenze istituzionali sempre più frazionate. In una recente puntata di Alta sostenibilità, la trasmissione dell’ASviS su Radio RadicaleEnrico Giovannini, ex ministro del governo Draghi e ora direttore scientifico dell’Alleanza, ha spiegato: “Nella scorsa legislatura eravamo arrivati a un pelo dell’approvazione da parte del Senato della legge sulla rigenerazione urbana. In uno degli articoli della legge dei criteri generali si fissava e salvaguardava il buon lavoro di alcune regioni e comuni. Per questo spero che quella legge possa procedere molto rapidamente”. Ma, ha avvertito Giovannini, “diversa è la sua attuazione: anche con una legge, ci troveremmo con una serie di regole tecniche e urbanistiche vecchissime. Non si si parla di norme primarie, ma di regolamenti. È molto difficile fare rigenerazione urbana: le nostre città sono state costruite in gran parte nel secondo dopoguerra, con criteri abbastanza obsoleti”.

Un ciclo edilizio espansivo che si è sviluppato negli ultimi 30 anni in aree prevalentemente sottratte all’uso agricolo, nelle zone più ricche del Paese. Con quali effetti? Una risposta efficace si trova nello studio del 2021 “L’Italia è fragile” a cura di Lorenzo Fabian e Mattia Bertin, ricercatori dello Iuav di Venezia, che hanno indagato le relazioni tra crescita delle città, numero di catastrofi e riduzione degli abitanti nelle aree interne. L'espansione dell'ambiente costruito ha intensificato la produzione di aree di rifiuti urbani e l'abbandono dei territori periferici, e ha accresciuto i rischi di esondazioni, terremoti e frane. Dall’analisi della mappa qui sotto si può riconoscere una coincidenza geografica tra l'espansione dell'urbanizzazione e il rischio di inondazioni. “Sebbene queste correlazioni”, scrivono gli autori dello studio, “non dimostrino necessariamente che esista una relazione causa-effetto tra i fenomeni, è possibile affermare che in assenza di cambiamenti radicali nella politica territoriale, i rischi di catastrofe saranno esacerbati dai cambiamenti climatici nelle stesse aree in cui il mercato immobiliare è stato più dinamico”.

In figura: consumo di suolo ed eventi idraulici estremi

Non solo consumo di suolo: dal 2012 ad oggi, il degrado del suolo in Italia è aumentato fino a comprendere quasi un terzo del territorio nazionale (poco meno di 90mila chilometri quadrati). Le cause sono i cambiamenti di suolo, la perdita di produttività e di carbonio organico, l’erosione, la frammentazione e il deterioramento degli habitat, con conseguente perdita di servizi ecosistemici. Al Sud è la Sicilia, seguita da Puglia e Campania, a registrare gli indicatori maggiormente negativi sul peggioramento dello stato di salute dei suoli. Sicilia che resta osservata speciale per il rischio desertificazione. Al Nord i dati peggiori riguardano il Veneto, con gli effetti dell’onda lunga del consumo di suolo dovuto alla crescita di infrastrutture e insediamenti, e in generale l’intera Pianura padana. Al Centro gli indicatori di degrado sono preoccupanti per l’area centro-laziale, le fasce costiere e le aree appenniniche di Marche e Abruzzo.

Anche a livello europeo le cose non vanno meglio: oggi il 60-70% dei suoli è in uno stato malsano a causa di pratiche agricole inadatte, urbanizzazione, inquinamento, crisi climatica. Le forme più diffuse di degrado del suolo sono la perdita di carbonio organico nel suolo (53%) - indispensabile per la crescita e la salute della vegetazione – la perdita di biodiversità del suolo (37%) e il rischio di degrado delle zone umide, le cosiddette torbiere (30%). Lo scorso luglio, la Commissione europea ha presentato la sua proposta di Direttiva sul suolo, un primo passo verso lo sviluppo di un sistema di monitoraggio a livello di Stati nazionali e di misurazione della salute del suolo rispetto a una serie di parametri. Le reazioni di legislatori e ambientalisti non sono state però tutte di segno positivo, e c’è chi ha accusato l’Europa di aver fatto troppo poco e troppo tardi. Già nel 2021, comunque, la Commissione Ue aveva approvato la nuova “Strategia europea per il suolo al 2030” con un obiettivo di consumo netto di suolo pari a 0 al 2050.

Degrado del suolo: la crisi esplosa ma di cui nessuno parla

In Europa tra il 60% e il 70% dei suoli è in uno stato di degrado, a livello globale la percentuale è al 52%. Entro 60 anni potremmo perdere le terre coltivabili. L’unica via è aumentare il contenuto organico nel terreno. 27/12/2022

Pratiche virtuose

Cosa fare? Legambiente da anni chiede misure per arginare l’abbandono di terre coltivate, che spesso colpisce le aree marginali, montane e collinari del Paese. Si fanno strada, poi, le soluzioni basate sulla natura (NbS) per la gestione dei suoli e quelle in ambito di agricoltura rigenerativa per il ripristino dei terreni coltivabili. È il caso del progetto “Bello e buono”, promosso da Barilla e da Daives Group: su un’area di 10mila metri quadrati sperimentano la coltivazione in rotazione di cereali quali grano tenero, grano duro e cece, oltre che di essenze utilizzate dall’industria cosmetica, come melissa, calendula e lavanda.

Save Soil, movimento globale di Conscious planet, propone che vi sia un contenuto organico minimo del 3-6% nel suolo agricolo di tutto il mondo. “Per raggiungere questo obiettivo”, ragiona Elena Zanato, referente del movimento per l’Italia, “i governi devono sostenere gli agricoltori, i primi a subire le conseguenze del degrado dei terreni, con normative adeguate. Il contenuto organico viene da due fonti: la copertura arborea, specie le foglie che vanno a nutrire il suolo, e il rifiuto organico animale. Occorre poi riportare i terreni all’ombra della vegetazione: in tante parti del mondo, lo vediamo in India, l’agroforestazione sta dando risultati straordinari. Sistemi di questo tipo si fanno strada anche in Italia, per esempio in Piemonte”. Zanato ricorda come l’estinzione del suolo abbia effetti profondi, forse meno noti, sulla salute mentale delle persone: “Diversi studi stanno mostrando gli impatti psicologici che un nutrimento insufficiente può avere sui giovani. Su questi temi faremo una grande campagna nel 2024. La comunicazione su questi temi è fondamentale. I segnali positivi ci sono: per la prima volta alla Cop 28 il suolo è stato messo al centro del dibattito”.

 

Fonte copertina: azem kovaci, da pexels.com

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