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Aumentano gli omicidi di attivisti per i diritti umani, giornalisti o sindacalisti: tra gennaio e ottobre 2018, in 41 Paesi ne sono stati uccisi 397. Peggiora sensibilmente la situazione italiana, dovuta soprattutto a un aumento del sovraffollamento delle carceri (114 detenuti per 100 posti disponibili nel 2017). A livello regionale, la maggior parte delle variazioni negative si registrano nel Nord e nel Centro Italia, mentre nel Sud questa tendenza è invertita.

FOCUS. Il ruolo perduto del giornalismo di qualità e le sfide del futuro

Un’informazione autentica, libera e capace di interpretare lo spirito del tempo può ritrovare la sua centralità. La tecnologia ha aperto delle autostrade che aspettano di essere riempite. Le opinioni di Auci, De Bortoli, e Ravetta. 30/03/21

In tutto il mondo il giornalismo sta attraversando un’era di incertezza. Non è ancora chiaro quale sarà il modello di business del mercato editoriale, e questo sta accadendo proprio in un momento in cui l’informazione è una questione centrale nella vita delle persone. La pandemia da Coronavirus ha messo in luce due dimensioni. I cittadini confinati a casa consumano molte più notizie per restare aggiornati sulle implicazioni del Covid-19, ma questo avviene in una modalità non necessariamente remunerativa per il mondo dell’informazione e mai come in questa fase si assiste alla proliferazione di fake news e informazioni non verificate.

Il 7 gennaio il Reuters institute for the study of journalism ha pubblicato il suo rapporto sul futuro e sulle principali tendenze attese nel giornalismo per il 2021. Lo studio, curato da Nic Newman, si basa su sondaggi somministrati a editori e dirigenti di progetti digitali nei media. Sono state intervistate 234 persone in 43 Paesi. La maggior parte degli intervistati (73%) afferma di essere fiduciosa riguardo alle prospettive della propria azienda per il prossimo anno, ma le persone sono meno certe (53%) riguardo al futuro del giornalismo. Le preoccupazioni maggiori riguardano la crescita della disinformazione, gli attacchi ai giornalisti e la tenuta finanziaria delle testate più piccole e di quelle locali. Tre quarti del campione di intervistati afferma che il Covid-19 ha accelerato i piani aziendali per la transizione digitale, che includono essenzialmente un lavoro più da remoto e un passaggio più rapido all’offerta di contenuti a pagamento . Il solo New York Times, riferisce il Reuters institute, ha acquisito più di un milione di abbonati digitali netti nel 2020. “Gli editori che continuano a dipendere dai ricavi della stampa o dalla pubblicità digitale affronteranno un anno difficile”, prevede lo studio.

 

 

La promozione degli abbonamenti digitali è stata considerata un obiettivo importante o molto importante per le entrate. Quando è stata posta la domanda l’ultima volta nel 2018, la percentuale era molto più esigua. Un altro elemento è la preoccupazione fra gli editori riguardo il crescente potere delle piattaforme digitali che forniscono le notizie al pubblico. Sebbene questo timore sia diffuso, non vi è consenso sul tipo di risposta da dare a questo nuovo potere che si sta consolidando. Gli editori pensano che le piattaforme tecnologiche potrebbero ancora fare molto di più per supportare il giornalismo. Il tema della remunerazione degli editori da parte delle piattaforme per l’uso delle pubblicazioni online è attuale. In Francia si è raggiunta una tregua, con un accordo raggiunto tra l’associazione delle principali testate editoriali e Google per la remunerazione dei quotidiani nazionali e regionali. La questione è aperta anche in Australia, dove il governo ha presentato una proposta di legge per obbligare Google a pagare la pubblicazione dei contenuti.

 

Il cambio di paradigma

“L’informazione mainstream si è trovata totalmente spiazzata”, spiega a FUTURAnetwork Ferruccio De Bortoli, già direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore e oggi editorialista del quotidiano di via Solferino. “Per troppo tempo ha compiuto l’errore di dare i contenuti gratuitamente sulla rete. Oggi non solo fatica a farseli pagare assai poco, forse con l’unica eccezione di Rupert Murdoch in Australia. Ma con l’effetto negativo di aver reso difficile l’accettazione dell’idea che un’informazione di qualità debba essere pagata. Questo ha generato in un pubblico vasto l’attesa che l’informazione sia una sorta di commodity priva di valore e che debba essere fruita a ogni angolo della strada, senza porsi il problema se quell’informazione sia attendibile o meno”.

Gli studi rilevano costantemente che i motori di ricerca e una vasta gamma di social media spingono le persone a utilizzare fonti d’informazione più diversificate. La riduzione dei costi, l’aumento della pressione per produrre un ciclo di notizie 24 ore su 24, sette giorni su sette, hanno portato a un grande volume di informazione più superficiale. Tra gli under 35, tre quarti delle persone tendono ad affidarsi principalmente ai social per accedere ai contenuti. Dunque il giornalismo sta perdendo la battaglia per l’attenzione e la fiducia del pubblico? “La nostra sconfitta”, prosegue De Bortoli, “consiste nel non essere riusciti a dimostrare che un’informazione di qualità ha un valore e un prezzo. Non può essere fornita da un algoritmo, per quanto meno costoso e più facilmente gestibile di una redazione, ma presuppone l’investimento sulla professionalità. Oggi è cambiato totalmente il modello di business dell’industria editoriale e i ricavi non vengono più dagli investimenti pubblicitari. La soluzione è puntare sugli abbonamenti e chiedere alle comunità, attraverso il crowdfunding o i sostenitori, di finanziare un’informazione indipendente di qualità. Oggi il rumore di fondo della pubblica opinione è rappresentato dai social network e dagli stessi utenti che producono notizie. Spesso le informazioni vengono distorte o male interpretate, finendo per essere degli organismi geneticamente modificati. Un meccanismo infernale che crea nell’apparenza e nella verosimiglianza effetti e valutazioni che sono totalmente distaccati dalle fonti originali”.

 

L’intermediazione giornalistica

Mentre i giornali cartacei perdono copie, l’ascesa dei media digitali si ramifica in una quantità di format diversi. Una delle aree in più rapida espansione è quella dei podcast, che è stata una fonte di informazione per molte persone durante la pandemia. I podcast già rappresentano oltre il 10% dei download complessivi negli Stati Uniti e il 9% in Francia e Australia. Con il continuo sviluppo dell’intelligenza artificiale (qui l’articolo di Marco Pratellesi su Prima Comunicazione), siamo chiaramente solo nelle prime fasi di questo cambiamento fondamentale. La conseguenza è che la discriminante tra ciò che è giornalismo e ciò che non lo è appare sempre più difficile. Con il passare del tempo, il giornalismo professionale indipendente sarà più importante che mai per aiutare le persone a comprendere le principali sfide del mondo che cambia, dagli eventi locali quotidiani alle grandi questioni globali. Ma cambiando il modello di business, il giornalismo rischia di diventare anche meno robusto e incapace di fornire informazioni, analisi e interpretazioni accurate. “È ovvio che l’informazione del secolo scorso, quella basata sostanzialmente sui quotidiani, sia scomparsa con l’affermazione dei social network”, dichiara Ernesto Auci, giornalista e politico, già direttore del Sole 24 Ore. “Oggi siamo di fronte a un’involuzione della professione, in cui non c’è quasi più l’intermediazione del giornalista. Gli utenti dei social si fanno anche loro giornalisti, portatori di opinioni spesso vaghe e non verificate. Il rischio è che gruppi di pressione agiscano per danneggiare la tenuta dei sistemi democratici, diffondendo informazioni prive di concretezza. Occorre fermare questa deriva? Io credo di sì. Sicuramente ci vorrà del tempo, ma il valore dell’intermediazione giornalistica tornerà ad essere un pilastro delle società democratiche. Non si può chiedere agli stessi social di filtrare le opinioni di tutti, non hanno redazioni attrezzate per farlo. È al potere pubblico che spetta questo compito, attraverso la creazione di strumenti verificabili. Ci sono nell’ambito del web giornali online indipendenti o collegati a testate quotidiane che fanno un’informazione più controllata. Il potere pubblico dovrebbe agevolarli anche economicamente, perché svolgono lavori di controllo complicati e costosi”.

 

L’era delle redazioni ibride

Dopo un anno di blocchi e restrizioni, è presto per dire se i giornalisti torneranno in ufficio abbandonando il lavoro a distanza. Molte aziende editoriali stanno pianificando di ridimensionare la propria sede fisica. Le redazioni ibride - con una parte del personale in ufficio, alcune persone che lavorano da casa e altre inviate sul posto- saranno probabilmente parte integrante del futuro panorama dei media. Secondo il Reuters institute, il lavoro a distanza potrebbe aver reso le organizzazioni più efficienti (55% degli intervistati), ma con effetti negativi sulla creatività e sui team. Quasi otto intervistati su dieci (77%) ritengono che il lavoro a distanza abbia reso più difficile costruire e mantenere relazioni, con molti che sollevano preoccupazioni su come comunicare in modo efficace e sulla salute mentale dei dipendenti.

“La nostra redazione è entrata completamente in modalità da remoto a marzo e da allora lavoriamo in questo modo", osserva Alessandra Ravetta, condirettore di Prima Comunicazione. “Non credo che torneremo mai più in ufficio con una redazione numerosa. Oggi molti editori stanno riesaminando il modo in cui funziona la redazione, con un piccolo nucleo che rimane in ufficio, integrato da altri sul campo e in remoto. Questa modalità può diventare un elemento positivo, anche se le imprese dovranno investire in tecnologia per garantire un servizio internet affidabile e di qualità. Quale può essere l’evoluzione del giornalismo? Io parlerei più di quale futuro per i giornalisti. Nell’organizzazione attuale, sono molto dedicati al lavoro di redazione e di scrittura sul web. Gli inviati sono sempre meno, perché rappresentano un costo per le testate. Una delle prime vittime del Covid sono state le inchieste. Ma un inviato, un corrispondente che abbandona il campo ha la sensazione di essere tagliato fuori dal suo ruolo informativo. Un altro aspetto riguarda il ricambio generazionale nella professione. In Italia molte testate non possono più sostenere un contratto tanto oneroso quale è quello dei giornalisti. Questo elemento mina la sostenibilità dei conti e impedisce l’accesso ai giovani giornalisti”.

Probabilmente le redazioni in futuro porranno maggiormente l'accento sulla specializzazione. La crisi ha mostrato quanto ci sia bisogno di giornalisti che sappiano di scienza e tecnologia e siano in grado di spiegare questioni complesse al grande pubblico. I temi dell’ambiente e dei cambiamenti climatici, nonché i contenuti rivolti a un pubblico più giovane, diventeranno prioritari. Le prospettive per un giornalismo di qualità credibile e indipendente sono ancora incoraggianti. Come osserva De Bortoli, “il mondo dell’informazione tradizionale certamente è perdente, ma un giornalismo che investa nelle inchieste, che sia credibile, che abbia l’onestà intellettuale di riconoscere i propri errori, avrà un futuro. La tecnologia ha aperto delle autostrade straordinarie che oggi sono occupate da pezzi di verità e rumori di fondo. L’informazione di qualità che si contrappone al potere riuscirà a farsi apprezzare e il pubblico tornerà a darle il giusto valore”.

di Andrea De Tommasi

 

Sullo stesso tema vedi anche l’intervista ad Alessandra Galloni, Global managing editor di Reuters.

Venerdì 02 Aprile 2021
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