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SCONFIGGERE LA FAME

Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile

Dal 2014 è tornato a crescere il numero di persone che nel mondo soffrono la fame, nel 2017 erano 821 milioni. In Italia dal 2010 al 2017 l’uso di pesticidi e diserbanti in agricoltura è diminuito del 20%, ma tra il 2016 e il 2017 è aumentato l’utilizzo di fertilizzanti.

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Sicurezza alimentare, nutrizione e agricoltura sostenibile all’Hlpf: progressi, ma difficile realizzare il Goal 2 entro il 2030

a cura di Lucilla Persichetti, Segretariato ASviS

Molte dichiarazioni a effetto nelle discussioni per “sconfiggere la fame” all’High-Level Political Forum, ma poco il reale dialogo volto alla soluzione in comune dei problemi. Nonostante i progressi registrati da molti Paesi, il mondo sembra lontano dal pieno raggiungimento dell’Obiettivo 2, anche entro il 2050.
Luglio-Agosto 2017

Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile: il Goal 2 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite è stato tra i sei Obiettivi di sviluppo sostenibile (1, 2, 3, 5, 9, 14) ad essere approfonditi nel corso dell’High-Level Political Forum che si è svolto quest’anno a New York, dal 10 al 19 luglio.

L’Agenda 2030 pone le questioni alimentari e agricole al centro del tema dello sviluppo, non a caso l’Assemblea Generale ha dichiarato quella del 2016-2025 la “Decade Onu per la nutrizione”. L’Obiettivo 2 collega l’eliminazione della fame e della malnutrizione alla trasformazione dei sistemi agricoli e alimentari, oltre che all’empowerment delle comunità rurali, con particolare attenzione alle donne e alle popolazioni indigene. Si tratta di un Goal che per sua natura è particolarmente interconnesso con tutti gli altri, in quanto l’agricoltura gioca un ruolo essenziale per il raggiungimento di target relativi all’eliminazione della povertà, alla salute, all’acqua, alla biodiversità, all’energia e le città sostenibili e al cambiamento climatico. Una delle sinergie più evidenti dell’Agenda 2030 è però quella tra il Goal 2 e il Goal 1 (porre fine alla povertà), poiché il 70% delle persone in condizioni di povertà estrema vivono nelle aree rurali, fanno affidamento sull’agricoltura per vivere e sono particolarmente vulnerabili agli shock climatici e ambientali. In un contesto globale di rapida urbanizzazione, inoltre, il raggiungimento degli Obiettivi 1 e 2 richiede importanti sforzi per migliorare le connessioni tra città e campagna, investendo in sistemi alimentari che sappiano fornire cibo nutriente e accessibile alle città espandendo, al contempo, le opportunità economiche per le popolazioni rurali e periurbane. Questi concetti sono stati centrali al tema dell’incontro Onu di quest’anno: “Eliminare la povertà e promuovere la prosperità in un mondo che cambia”.

Il dato chiave emerso dalle discussioni è preoccupante: secondo l’attuale ritmo e portata dell’implementazione del Goal 2 nel mondo, la realizzazione entro il 2030 degli Obiettivi posti in sede Onu appare improbabile.

I più recenti dati[1] di Fao (Food and Agriculture Organization of the United Nations), Ifad (International Fund for Agricultural Development) e Wfp (World Food Programme) indicano che nonostante i progressi compiuti finora, grandi porzioni della popolazione mondiale, soprattutto nell’Africa sub-sahariana e in Asia meridionale, continueranno a soffrire di denutrizione e malnutrizione nel 2030, ma anche nel 2050. Inoltre, il numero di bambini che soffre di disturbi della crescita non sta diminuendo abbastanza per raggiungere il target globale posto dall’Assemblea mondiale della sanità (World Health Assembly, Wha), di una riduzione del 40% entro il 2025. Anche il dato sui bambini in sovrappeso è poco incoraggiante: un numero in rapido aumento che pone serie sfide ai target relativi alla salute.

È necessario un maggiore impegno per assicurare agli agricoltori, specialmente alle donne, accesso alla terra, al credito, alle tecnologie, ai mercati e all’informazione per implementare pratiche agricole sostenibili e migliorare il tenore di vita, il reddito e la resilienza delle comunità rurali. L’Agenda 2030, inoltre, riconosce la pace come condizione fondamentale per lo sviluppo sostenibile e l’eliminazione della fame. Ma allo stato attuale il mondo è teatro di gravi e protratte crisi umanitarie e conflitti che conducono a carestie e migrazioni di massa. Sono più di 125 milioni le persone colpite da crisi umanitarie e oltre 65 milioni gli sfollati a causa dei conflitti, di cui 21 milioni sono rifugiati, 41 milioni sono migranti interni e 3 milioni richiedenti asilo. Spesso alla radice dei conflitti vi sono problemi di accesso alla terra e all’acqua, oltre che ad altri servizi di base, il che evidenzia la profonda connessione tra i target del Goal 2 e i conflitti.

È poi essenziale migliorare la mobilitazione e l’allocazione delle risorse per l’implementazione delle politiche, degli strumenti e dei programmi necessari al raggiungimento dei target posti dal Goal 2, poiché le risorse e gli strumenti impiegati finora non sono adeguati a soddisfare i bisogni di lungo termine delle popolazioni più povere e vulnerabili. Secondo stime Fao, Ifad e Wfp, sarebbero necessari investimenti di 265 miliardi di dollari in più ogni anno per sconfiggere povertà e fame entro il 2030.

Le analisi Onu sul monitoraggio dei progressi relativi all’Obiettivo 2 a livello nazionale hanno evidenziato che molti Paesi stanno chiedendo supporto nell’adattare le proprie capacità statistiche a nuove sfide, e se la misurazione dei dati è agevole in relazione a sicurezza alimentare e nutrizione, sono necessari maggiori sforzi per sviluppare adeguati strumenti di misurazione e monitoraggio quando si tratta invece di reddito degli agricoltori, produttività e agricoltura sostenibile.

Partendo da queste premesse, nella mattinata di martedì 11 luglio è stato discusso lo stato di implementazione dell’Obiettivo 2 nel mondo in una sessione presieduta dal presidente del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc), Frederick Musiiwa Makamure Shava e moderata da Gerda Verdburg, coordinatrice dello Scaling up nutrition movement (Sun).  Si è trattato della prima valutazione su specifici SDGs mai realizzata in seno all’L-level Political Forum.

La moderatrice ha introdotto la sessione invitando chi avrebbe preso la parola a rispondere a tre domande: “Come possiamo migliorare le risposte umanitarie alle crisi poste dalle carestie indotte dai conflitti?”; “quali meccanismi istituzionali per integrare il Goal 2 con gli altri SDGs sembrano più promettenti?”; “quali sono state le politiche e le pratiche di maggiore successo a livello nazionale in relazione all’Obiettivo 2?”. Va appuntato che queste domande hanno ricevuto scarso seguito nelle discussioni, in cui i rappresentanti dei governi, delle agenzie Onu, della Banca Mondiale, del mondo della ricerca e dell’università, delle organizzazioni della società civile, del settore privato e delle organizzazioni di agricoltori hanno evidenziato i propri punti di vista senza calarsi in un dialogo realmente fruttuoso.

Nonostante la constatata mancanza di interventi “di cuore”, nel corso delle discussioni sul Goal 2 è emerso che sono proprio le interconnessioni tra questo Obiettivo e gli altri dell’Agenda 2030 a rappresentare la maggiore sfida per i Paesi, dove approcci settoriali rischiano di danneggiare una visione integrata e olistica dello sviluppo, mettendo a rischio il raggiungimento degli Obiettivi nel loro complesso. Tra i primi a intervenire, Min Yongyi, del Dipartimento delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali (Desa), ha sottolineato che nonostante il mondo rurale rappresenti la chiave per ridurre la povertà, gli investimenti domestici ed esteri nell’agricoltura sono in declino. Secondo Esther Penunia, della Asian Farmers’ Association for Sustainable Rural Development, va posta l’enfasi sui diritti di accesso alla terra, all’acqua e alle risorse naturali, specialmente per i più poveri, oltre che sull’accesso al credito, all’informazione e al mercato. Infatti, per i contadini asiatici, come per quelli di molti Paesi in via di sviluppo, risulta difficile vendere i propri prodotti nei mercati perché non dispongono di informazioni a sufficienza sui prezzi o sui luoghi dove avviene la vendita. E anche quando gli agricoltori conoscono queste informazioni, incontrano spesso difficoltà di accesso alle città per via delle pessime condizioni delle strade.

Il rapporto tra città e campagna è stato anche al centro dell’intervento di Meena Bilgi, dell’organizzazione asiatica Women Organizing for Change in Agriculture and Natural Resources Management. Riferendosi all’agricoltura asiatica, e in particolare a quella indiana, ha dichiarato: “Nonostante tutte le iniziative intraprese in Asia per il Goal 2, secondo il Global Hunger Index Report l’India non riuscirà a porre fine alla fame entro il 2030. Ci deve essere qualcosa che non va nel modo in cui abbiamo interpretato la fame e la denutrizione. Le nostre politiche trattano la fame principalmente come un fenomeno rurale e di scarsità di cibo. Ma dobbiamo identificare le sfide emergenti della rapida urbanizzazione della fame e della malnutrizione, e della crescente sconnessione tra cibo e nutrizione”.

A questi dilemmi Patrick Caron, del Comitato mondiale per la sicurezza alimentare (Committee on World Food Security, CFS), ha provato a dare una risposta: “Serve una rivoluzione dei sistemi alimentari … l’agricoltura è polivalente, ci fornisce molto di più che soltanto cibo: salute umana e dell’ecosistema, occupazione decente e reddito per miliardi di persone, coesione territoriale, pace e stabilità politica. E nonostante la trasformazione dei sistemi alimentari abbia represso la profezia Malthusiana, questi sistemi non sono sostenibili. Non dobbiamo aver paura di ammetterlo. Si sente tanto dire che possiamo convertirli da grande problema a parte della soluzione: io suggerisco di andare oltre e utilizzare i sistemi alimentari come leva per realizzare tutti gli Obiettivi dell’Agenda 2030. Ma vanno rispettate due condizioni. Prima di tutto serve una rivoluzione, e non soltanto un cambiamento. Una rivoluzione della stessa portata della rivoluzione verde, ma che non soccomba all’illusione di un beato ottimismo. Servono reali cambiamenti: di paradigma, di pratiche, di governance … In secondo luogo dobbiamo tenere a mente che non esiste una soluzione valida per tutti … Contrariamente alla rivoluzione verde, quella che ci serve adesso deve basarsi su percorsi adatti al contesto locale, che al contempo contribuiscano a una trasformazione di portata globale”.

È poi intervenuta una rappresentante della Fao, che parlando anche a nome delle altre Rome-based agencies dell’Onu (Ifad e Wfp), ha sottolineato l’importanza di porre i piccoli agricoltori al centro delle politiche alimentari. Il rappresentante del Sud Africa ha evidenziato che la malnutrizione deprime il Pil africano dell’11% e ha presentato il Piano nazionale integrato per la sicurezza alimentare e la nutrizione (National Food and Nutrition Security Plan 2017-2022). Secondo l’Argentina, per realizzare il Goal 2 è prioritario eliminare le distorsioni economiche e commerciali, compresi i sussidi per la pesca. È invece il degrado del suolo la sfida più grande da affrontare secondo il Benin, e dovrebbero essere i Paesi con i livelli più alti di consumo a farvi fronte. Secondo l’Indonesia bisogna puntare su una distribuzione più equa del cibo, mentre la Finlandia ha posto l’accento sull’uguaglianza di genere, che potrebbe permettere alle donne di aumentare la resa agricola del 20 - 30%. Il Gruppo della Banca Mondiale ha evidenziato l’importanza del Global Agriculture and Food Security Program (Gafsp), il Programma di sicurezza alimentare e agricola istituito dal G20 e gestito attraverso un fondo fiduciario della Banca mondiale. È poi intervenuto un rappresentante del gruppo delle Ong, richiamando l’attenzione su un approccio basato sui diritti per rispondere alle sfide poste da conflitti, disastri naturali e migrazioni.

La modernizzazione agricola, la riduzione delle barriere commerciali e il finanziamento delle tecnologie agricole per i Paesi in via di sviluppo sono invece gli elementi chiave per il raggiungimento del Goal 2 secondo la Cina, mentre per il Sudan sono prioritari l’aumento della produttività agricola e una gestione sostenibile delle risorse naturali. Il Cile, invece, ha evidenziato il ruolo cruciale della regolamentazione delle etichette alimentari per rispondere alla sfida della malnutrizione. Secondo l’Unione Europea, poi, l’agricoltura sostenibile può essere incoraggiata con pagamenti diretti per i lavoratori agricoli le cui attività registrino una buona performance ambientale.

Sono poi intervenuti gli Stati Uniti, ponendo l’enfasi sugli aiuti umanitari e sulla necessità di sviluppare misure preventive che possano condurre alla sicurezza alimentare per le generazioni a venire. Ma il progresso verso i target dell’Obiettivo 2 deve essere misurabile: “Molti indicatori relativi al target 2.4 sulla produttività e la sostenibilità agricola sono ancora in fase di sviluppo e discussione. Chiediamo alla Fao, agenzia che veglia su questo target, di continuare a lavorare con lo Iaeg-SDGs, i Paesi membri, altre agenzie e stakeholder per proporre, provare, valutare e raccomandare una serie di indicatori che riescano a cogliere a pieno lo scopo di applicazione del target e fornire dati robusti e affidabili”.

Un unico Obiettivo, quindi, ma molti e vari gli ingredienti proposti per raggiungerlo. A tratti la discussione sul Goal 2 all’High-Level Political Forum è sembrata un “dialogo tra sordi” (secondo la relazione dell’International Institute for Sustainable Development), e infatti la moderatrice è più volte intervenuta per esortare i relatori a proporre soluzioni comuni piuttosto che leggere i propri discorsi di posizione. Un appello caduto nel vuoto quello della Verdburg alla platea: “Parlate dal cuore. Sappiamo cosa dobbiamo fare, allora perché non lo stiamo facendo?”.

 

Guarda il video della sessione dell’Hlpf in cui è stato esaminato il Goal 2

 

Aderenti

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