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SCONFIGGERE LA FAME

Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile

Dal 2014 è tornato a crescere il numero di persone che nel mondo soffrono la fame, nel 2017 erano 821 milioni. In Italia dal 2010 al 2017 l’uso di pesticidi e diserbanti in agricoltura è diminuito del 20%, ma tra il 2016 e il 2017 è aumentato l’utilizzo di fertilizzanti.

Crisi alimentari e conflitti sono parte di un unico problema e vanno risolti insieme

Guerre, fragilità economiche e shock climatici: queste le tre cause alla base dell'insicurezza alimentare. È il monito del Global report on food crises, che punta su sistemi alimentari più inclusivi, resilienti e sostenibili.  03/06/21

Nel corso dell'ultimo anno, almeno 155 milioni di persone nel mondo hanno affrontato una situazione di insicurezza alimentare acuta, un aumento di circa 20 milioni di individui rispetto al 2019. È quanto emerge dai risultati pubblicati il 5 maggio nell'ultimo Global report on food crises (Grfc 2021). Il documento, giunto alla sua quinta edizione, è prodotto dal Global network against food crises, un'alleanza internazionale che mira a sradicare le condizioni di fame estrema nel mondo. Il numero di persone in crisi identificato nell'edizione 2021 è il più alto nei cinque anni di esistenza del Rapporto. 

Il Grfc 2021 fornisce una panoramica delle crisi alimentari nel 2020 concentrandosi in particolare su quei territori che non sono in grado di fornire autonomamente risposte sufficienti alle proprie comunità locali e, pertanto, necessitano della mobilitazione internazionale. I dati si basano principalmente su due classificazioni scientifiche riconosciute a livello globale: "Integrated food security phase classification" (Ipc) e "Cadre harmonisé" (Ch).

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Le fasi delineate da tali indici sono cinque a seconda della gravità della situazione. La prima, detta fase minima, comprende le famiglie in grado di soddisfare il fabbisogno essenziale alimentare e non alimentare senza ricorrere a sforzi fuori dall'ordinario. Segue poi una seconda fase definita di stress e, quindi, una terza chiamata di crisi in cui le famiglie vanno incontro a malnutrizione acuta e all'esaurimento dei mezzi di sussistenza. La quarta fase è quella dell'emergenza e, infine, la quinta, la più severa, è la catastrofe o carestia in cui i nuclei familiari hanno un’estrema mancanza di cibo così come di altri bisogni primari. I livelli di fame, indigenza e malnutrizione acuta in questa fase sono evidenti e spesso conducono a morti precoci.

Delle 55 crisi alimentari identificate nel 2020, dieci hanno compreso territori in cui il livello di insicurezza alimentare superava la fase di crisi (o terza fase). Geograficamente, sei di queste crisi si sono concentrate in Africa (Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Nigeria settentrionale, Etiopia, Sud Sudan e Zimbabwe), due in Medio Oriente (Repubblica Araba Siriana e Repubblica Araba Siriana e Yemen), una nelle Americhe (Haiti) e l'ultima in Asia meridionale (Afghanistan). In queste 55 crisi, oltre 15 milioni di bambini sotto i cinque anni hanno sofferto di malattie debilitanti causate dalla mancanza di cibo e molti bambini sotto i sei mesi sono stati esclusivamente allattati al seno, con conseguenti perdite di nutrienti e immunità per quattro neonati su dieci.

Le cause dell'insicurezza alimentare acuta sono spesso interconnesse e si rafforzano a vicenda; infatti, benché l'aumento delle percentuali rifletta un ampliamento delle analisi condotte dalla comunità internazionale, l'acuirsi delle crisi è stato determinato dal sovrapporsi di più shock verificatisi nel 2020.

In particolare, la prosecuzione dei conflitti in Africa e Medio Oriente ha innescato continui spostamenti. La crisi siriana, ad esempio, ha causato quasi 5,6 milioni di rifugiati registrati dall'Unhcr alla fine del 2020, mentre 6,7 milioni di persone sono rimaste sfollate internamente. Le già fragili economie dei Paesi poveri sono state minate ancora di più dalla pandemia in corso: decine di milioni di persone vulnerabili non hanno potuto permettersi cibo in quantità sufficienti, dal momento che molti hanno perso il lavoro con una conseguente brusca diminuzione del reddito. Infine, in molti territori, i repentini cambiamenti meteorologici hanno aggravato le precarie condizioni alimentari. Ad esempio, in molte parti dell'Africa, del Medio Oriente e dell'Asia, piogge e inondazioni eccezionalmente abbondanti hanno rovinato i raccolti e devastato i mezzi di sussistenza. Allo stesso tempo, le tempeste tropicali e gli uragani verificatisi in America centrale (Guatemala, Honduras e Nicaragua) hanno contribuito in maniera vertiginosa a un aumento dell'insicurezza alimentare colpendo nuclei familiari che negli anni precedenti avevano sperimentato una condizione opposta di siccità prolungata.

Conflitti, fragili economie e condizioni meteorologiche estreme hanno, inoltre, contribuito alla scarsa alimentazione di donne e bambini. Secondo uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità, si stima che il 42% delle donne in età riproduttiva sia affetto da anemia, così come il 46,4% dei bambini.

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Alla fine del 2020, l'obiettivo di raggiungere la "fame zero entro il 2030" cui punta il Goal 2 dell’Agenda Onu è sembrato sempre più fuori portata e di conseguenza, nel corso del 2021 l'assistenza umanitaria continua a operare su larga scala. Il perpetrarsi di scenari di guerra rimane il principale motore delle crisi alimentari, soprattutto nei Paesi che affrontano le fasi più gravi secondo gli indici globali. Inoltre, occorre fare i conti con la difficoltà di reperire informazioni in aree particolarmente critiche: è il caso della regione del Tigray in Etiopia, martoriata dai conflitti e bisognosa di accessi umanitari. In generale, nonostante la speranza in alcuni Paesi di attuare negoziati di pace o cessate il fuoco, il recupero dei mezzi di sussistenza dopo un conflitto prolungato è sempre un processo lento e graduale.


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Il Rapporto evidenzia la necessità di affrontare le crisi alimentari e i conflitti come parte di un unico problema e non come due questioni separate. La fame genera tensioni e facilita l'innescarsi di conflitti, così come il conflitto costringe le persone a lasciare la terra e il lavoro, interrompe l'agricoltura e il commercio, riduce l'accesso alle risorse vitali come l'acqua e l'elettricità e, quindi, porta alla fame e alla carestia.

Alla luce di questa analisi, il documento suggerisce di promuovere l'agricoltura e sistemi alimentari sostenibili e resilienti allo scopo di raggiungere la sicurezza alimentare e una migliore nutrizione, lavorando contemporaneamente su tre livelli: globale, nazionale e regionale. Solo in questo modo, conclude il Rapporto, si può cercare di trovare soluzioni di lunga durata alle crisi alimentari attraverso un miglior coordinamento e un'integrazioni delle azioni.

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di Elisa Capobianco

Giovedì 03 Giugno 2021

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