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Dal 2005 al 2016 il 90% dei paesi meno sviluppati ha beneficiato di meno di un medico ogni 1.000 persone e oltre il 60% meno di tre infermieri o ostetriche. L’Italia si colloca tra i paesi più virtuosi per mortalità infantile, e dal 2004 è in costante diminuzione anche il tasso di mortalità tra 30-69 anni per tumori maligni, diabete mellito, malattie cardiovascolari e malattie respiratorie croniche.

 

Nature: per evitare aumento gas serra, ridurre consumo di carne del 90%

Tre studi analizzano la connessione tra alimentazione e inquinamento. Il 26% dei millenials è vegetariano. Tra le soluzioni del futuro la dieta flessibile. 8/3/2018

“È ormai risaputo che l’alta quantità di prodotti animali consumati sia nociva tanto per l’uomo quanto per l'ambiente”. Questo il commento in apertura dell’articolo del Guardian Could flexitarianism save the planet?, che riporta i risultati di alcuni studi scientifici sull’alimentazione, tra cui Food in the Anthropocene, pubblicato sulla rivista medica Lancet e analizzato in un precedente articolo sul sito ASviS.

Tutti i report sono d’accordo su un punto fondamentale: "bisogna delimitare il consumo di carne entro i confini del pianeta", e alcune aree hanno bisogno di cambiamenti più consistenti di altri. In Nord America bisognerebbe infatti mangiare l'84% in meno di carne rossa e sei volte la quantità attuale di fagioli e lenticchie. Inoltre, per gli europei, il 77% di carne rossa in meno e 15 volte più noci e semi soddisferebbe le linee guida del report Lancet. Ma siamo ancora lontani dall’obiettivo: basti pensare che nel solo Regno Unito le persone consumano 12,9 miliardi di uova all’anno.

Un altro studio pubblicato recentemente, Options for keeping the food system within environmental limits, pubblicato sulla rivista Nature, afferma che per evitare di incrementare i livelli di gas serra, deforestazione e scarsità delle acque è richiesta una riduzione del consumo di carne del 90%. Ma come si può raggiungere effettivamente un proposito, a detta di molti, di difficile attuazione? 

Macro cambiamenti a livello socio-politico sono senza dubbio necessari, ma il principale terreno di sfida resta la volontà individuale. Ad oggi, infatti, la più grande rivoluzione nelle nostre diete è arrivata tramite una piccola ma crescente percentuale di vegetariani o vegani. Questo trend è condotto dalle fasce più giovani. Uno studio di Acosta, agenzia di analisi, afferma che “il 26% dei millenials è attualmente vegetariano o vegano”. Ma questo ancora non basta: infatti, se aumenta il numero dei vegetariani, cresce anche la popolazione mondiale, e dunque, alla fine dei conti, il consumo globale di carne. E questo avviene soprattutto nei Paesi da poco sviluppati o in via di sviluppo, situati in Africa e Asia. Perché? Marco Springmann, ricercatore a capo del report pubblicato su Nature, spiega: "Le persone in Cina mangiano carne quando hanno aumenti di reddito. Questo perché molto spesso guardano verso ovest, per vedere cosa mangiano i ricchi ". Così anche in Africa, dove l’apertura di un Burger King a Città del Capo, pochi anni fa, ha provocato fenomeni di isteria collettiva, con quasi cinquemila persone in fila, e alcune che hanno dormito in strada per avere il primo Whopper.

Per questo motivo è necessario un cambio di approccio verso un regime che sia meno rigido sul consumo di carne ma capace di coinvolgere più persone. Un esempio di questo metodo è il cosiddetto “Flexitarianism”, conosciuto in Italia come “Dieta flessibile”, un tipo di nutrizione che presenta i vantaggi di un’alimentazione prevalentemente vegetariana, ma con un apporto di carne. Questo tipo di dieta pone al centro i vegetali biologici (40% del fabbisogno), aggiungendo cereali integrali (20%), legumi (15%) semi oleosi (5%), uova e latticini (10%) e un 10% riservato a carne e pesce. Anche i dolci, il vino e gli insaccati sono ammessi. In questo modo, “incoraggiamo le persone a pensare a cosa possono fare per ridurre il consumo di carne in tutto il mondo”. 

Uno dei leader di questo movimento è Brian Kateman, che ha coniato il termine “Reducetarian”, parola che definisce quelle persone che si impegnano a ridurre il consumo giornaliero di carne. La fondazione, che ha creato la Reducetarian Foundation, svolge un compito di informazione molto importante: "Una volta compreso che l'allevamento industriale e i suoi prodotti sono connessi a problemi che riguardano noi stessi tanto quanto gli altri (malattie cardiache, maltrattamento degli animali, disastri ambientali), il punto di vista può cambiare”. Kateman suggerisce dunque di sostenere iniziative politiche e incoraggiare i ristoranti ad ampliare i loro menù, in modo che con piccole azioni possano promuovere il cambiamento.

Nonostante interventi governativi in vari Paesi a proposito di salute personale, Springmann nota che l’argomento a livello politico è affrontato con molta cautela per paura di promuovere misure impopolari, anche se “la posta in gioco è troppo alta perché i politici rimangano schizzinosi sulla regolamentazione”. Buone notizie arrivano dalla California, dove gli attivisti hanno chiesto una votazione per rendere illegale l'allevamento in fabbrica di polli in gabbia. 

In conclusione, piccoli cambiamenti possono avere un impatto globale, ma devono essere compiuti ora. "Se continuiamo con i nostri attuali livelli di consumo di carne, è molto probabile che avremo più inondazioni, più uragani e condizioni meteorologiche estreme” conclude Springmann. “Se non si fa nulla si supereranno quei cosiddetti “limiti ambientali” che definiscono lo spazio sicuro per l'umanità ".

Fondazione Barilla conduce un sondaggio online, realizzato dal consorzio Su-eatable life project, volto ad aumentare la consapevolezza e il convolgimento dei cittadini in materia di diete sostenibili e dimostrare che è possibile ridurre le emissioni di CO2 e l’impronta idrica relative al consumo di cibo. Partecipa al sondaggio adesso!

di Flavio Natale

 

 

venerdì 08 marzo 2019
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