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Nel mondo sono 750 milioni gli adulti analfabeti, due terzi dei quali sono donne. In Italia permangono forti disuguaglianze tra le regioni, dovute al divario del Mezzogiorno rispetto alla media nazionale, evidente per la quota di laureati tra i 30-34 anni (21,6% nel Mezzogiorno, rispetto alla media nazionale del 26,9%) e per l'uscita precoce dal sistema di formazione che si attesta al 18,5% rispetto alla media italiana del 14%.

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WeWorld: tre azioni per rilanciare l’educazione in Italia dopo la pandemia

Il sistema scolastico è stato duramente provato dai prolungati periodi di didattica a distanza, rileva un rapporto dell’organizzazione. Rischio aumento del 25% di bambine e bambini sotto il livello minimo di competenze.   2/5/22

Edifici inadeguati in termini di sicurezza e accessibilità, scarsa attenzione alla fascia d’età 0-6 anni, difficoltà nella progettazione tra scuola ed extra-scuola e mancanza di incentivi all’innovazione. La scuola italiana presenta problemi strutturali e sistemici, aggravati dalla pandemia e dai periodi prolungati di didattica a distanza. È quanto rileva WeWorld nel rapporto “Facciamo scuola – L’educazione in Italia ai tempi del Covid-19” pubblicato ad aprile, in cui vengono indagati tre aspetti legati della didattica: povertà educativa, digitalizzazione e benessere degli studenti. 

Le dimensioni della povertà educativa. La povertà educativa, evidenzia lo studio, riguarda diverse dimensioni, legate alle opportunità culturali e scolastiche, alle relazionali e alle attività formative. Esiste un legame diretto tra povertà economica e povertà educativa. Molto spesso, bambini e bambine provenienti da famiglie povere sono anche quelli i cui genitori hanno livelli di istruzione più bassi. Condizione che si traduce in un minore supporto allo studio e minore valore attribuito all’educazione. La pandemia ha riportato la povertà economica ai livelli più alti dal 2005. Nel 2020 il 7,7% delle famiglie italiane (circa due milioni) ha dovuto affrontare una condizione di povertà assoluta. Povertà che si traduce nella difficoltà ad acquistare libri, materiale scolastico, vivere in abitazioni sovraffollate e prive di spazi da dedicare allo studio, non possedere un device per la didattica a distanza.


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Gli indicatori della povertà educativa. La povertà educativa viene misurata attraverso l’analisi di alcuni indicatori, in particolare il livello di competenze scolastiche e il tasso di abbandono precoce. Nel 2019, il tasso di abbandono dell’Italia era uno dei peggiori a livello europeo, con il 13,5%. Se nel 2020 il dato è sostanzialmente stabile a livello nazionale (13,1%), a livello territoriale si sono registrati peggioramenti, soprattutto nelle regioni del Sud. Un elemento di preoccupazione arriva anche dai dati più aggiornati relativi ai Neet: nell’anno della pandemia la percentuale di giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano né studiano ha raggiunto il 20,7% (erano il 18% nel 2019).

Il 64% di coloro che non hanno completato gli studi non trova un lavoro e, nel 2020, solo il 27,6% dei giovani possiede una laurea o un titolo di istruzione terziaria. Un dato stabile negli ultimi tre anni, ma tra i peggiori in Europa.

La povertà educativa dipende, oltre che dalle condizioni socio-economiche e culturali delle famiglie, anche dal contesto e dalle opportunità presenti sul territorio. Servizi educativi per la prima infanzia, tempo prolungato a scuola, dopo-scuola, mensa scolastica gratuita, disponibilità e velocità della connessione internet, offerta sportiva e culturale, sono tutti fattori che incidono sulle possibilità di bambini e bambine e adolescenti di non cadere in povertà educativa. Ma se la famiglia non possiede le risorse necessarie il rischio è che i bambini provenienti da contesti di disagio accumulino più carenze e lacune dei coetanei in condizioni socio-economiche migliori, rischiando di rimanere esclusi da una serie di esperienze fondamentali per la loro crescita personale.


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Digital divide. In ambito digitalizzazione, continua il report, l’Italia paga la mancanza di una infrastruttura adeguata, in particolare di collegamento a Internet veloce e di adeguate competenze digitali. Secondo il Digital economy and society index (Desi) 2020, che misura il livello di digitalizzazione dell’economia e della società dei Paesi europei, l’Italia si trova al quart’ultimo posto nella classifica. Analizzando la composizione dell’indice, la dimensione del capitale umano evidenzia le lacune del nostro Paese: nel 2019 solo il 42% delle persone tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base, a fronte di una media europea del 58% e del 70% in Germania.

Anche per quanto riguarda l’utilizzo dei servizi Internet, il nostro Paese rimane ben al di sotto della media Ue: il 17% delle persone non ha mai utilizzato Internet (rispetto a una media europea del 9%), il 48% utilizza servizi bancari online (66% in Ue) e, in generale, risultano poco diffuse attività quali lettura di notizie online, shopping e vendita online.

Nonostante un miglioramento nell’accesso alla banda larga tra il 2018 e il 2019, la disponibilità della fibra ottica rimane al di sotto della media europea. Anche l’accesso a Internet mostra lacune importanti: secondo il Rapporto Benessere equo e sostenibile 2021 dell’Istat, tre famiglie italiane su dieci non dispongono ancora di un computer e di una connessione internet da casa. Anche se l’accesso avviene tramite smartphone, l’uso del cellulare non consente una fruizione completa e articolata. È evidente, continua il report, che la DaD abbia inciso sui percorsi educativi di bambini e bambine. In un Paese dove l’accesso alla banda larga non è garantito a tutti, dove famiglie e individui hanno scarse competenze digitali, la didattica online non è riuscita a sostituire quella in presenza in modo uniforme. Alla fine dell’anno scolastico 2019-2020, circa 600 mila studenti (l’8% del totale) sono rimasti esclusi da qualsiasi forma di didattica a distanza e non hanno preso parte alle lezioni online. I periodi di DaD produrranno una perdita di apprendimento equivalente a 0,6 anni di scuola e un aumento del 25% della quota di bambini e bambine della scuola secondaria inferiore al di sotto del livello minimo di competenze, secondo la stima dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione (Invalsi) citata nel Rapporto.

DaD e isolamento sociale. Il calo degli apprendimenti e della motivazione allo studio è strettamente collegato alla scarsa socialità e all’isolamento provocato dalla DaD. In un sondaggio svolto dalla Fondazione Italia in salute, 20mila studenti e studentesse delle scuole superiori di età compresa tra i 14 e i 18 anni hanno dichiarato che l’elemento che è più mancato è stato ridere con i compagni di scuola (89%), seguito dalla vicinanza fisica (68%).

Benessere psico-fisico. Preoccupa lo stato di benessere dei ragazzi. Nei periodi di lockdown, evidenzia il Rapporto, oltre alla scuola si sono interrotte tutte le attività extra-scolastiche che contribuiscono alla crescita e allo sviluppo di competenze non cognitive. La quarantena e l’isolamento sociale producono cambiamenti fisiologici e sociali, come l’alterazione del ritmo sonno-veglia, dell’attività fisica, dell’alimentazione, dell’esposizione alla luce solare. Secondo l’Oms, in seguito alla pandemia, almeno il 10% dei bambini e il 20% degli adolescenti rischiano di sviluppare disturbi mentali. Dall’inizio della pandemia, il 16,5% della popolazione italiana ha manifestato sintomi di depressione, ma tra i più giovani questa percentuale sale al 34,7%.

L’educazione, osserva il report, non può limitarsi all’acquisizione di nozioni di matematica, italiano e scienze, ma dovrebbe articolarsi in un insieme di esperienze culturali, sportive, sociali e relazionali che contribuiscono a formare il capitale umano di bambini e ragazzi. È necessario coinvolgere tutti gli attori della comunità educante, arricchire l’offerta formativa e valorizzare il territorio. La povertà educativa tende a trasmettersi di generazione in generazione, e la presenza di un’offerta ludico-culturale nel territorio risulta particolarmente importante per i giovani provenienti dalle famiglie più svantaggiate dal punto di vista economico-sociale.

Le tre azioni per il futuro. È necessario avviare un processo di ristrutturazione della scuola e di cosa significhi fare scuola, dice il Rapporto. Per evitare il rischio di dispersione scolastica e livellare le disuguaglianze sociali è fondamentale investire anche sulle competenze non cognitive di ragazze e ragazzi. Da un lato è necessario che queste competenze possano essere coltivate anche a scuola, ma per farlo la scuola adotti metodologie didattiche innovative, che favoriscano il protagonismo degli studenti. Per rafforzare questo scenario, WeWorld propone tre azioni per il rilancio dell’educazione in Italia:

  1. Estendere l’obbligo di istruzione passando dalla fascia 6-16 anni a 3-18 anni

In questo modo si garantirebbero i benefici dell’educazione della prima infanzia a tutti i bambini, con conseguenze positive in termini di apprendimento e performance educative nel lungo periodo. Estendere l’obbligo a 18 anni, favorirebbe la prevenzione e il contrasto alla dispersione scolastica, consentendo di ridurre il fenomeno dei Neet.

  1. Rimodulare il calendario scolastico

La rimodulazione del calendario scolastico, con la riduzione delle vacanze estive a due mesi (luglio e agosto), e il contemporaneo inserimento di pause distribuite in maniera uniforme e bilanciata durante l’anno scolastico porterebbe un duplice vantaggio: maggiore continuità didattica e uguaglianza sociale. Ridurre le vacanze estive permette di limitare il periodo prolungato in cui i giovani non ricevono un’istruzione, evitando il rischio di perdita di competenze e contemporaneamente favorirebbe l’uguaglianza sociale, visto che la partecipazione alle attività culturali estive è legata all’offerta del territorio, alle risorse economiche e al background familiare.

  1. Dirigente del “tempo extra-scuola”

Questa figura avrà l’incarico di potenziare e coordinare l’offerta formativa e l’organizzazione di attività extracurricolari, collaborando con il Terzo Settore. La proposta di inserire una figura specifica nasce dalla necessità di attribuire maggiore rilevanza e spazio di operatività all’extra-scuola. Tale misura mira a colmare quella carenza di esperienze attive e relazionali, aggravata dalla pandemia e dai ripetuti lockdown, nell’ottica di porre al centro l’interesse di bambini e bambine e adolescenti.

 

 

di Tommaso Tautonico

 

Fonte foto di copertina: stockbroker/123rf

Lunedì 02 Maggio 2022

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