per dare un futuro alla vita   
e valore al futuro

LAVORO DIGNITOSO E CRESCITA ECONOMICA

Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un'occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti

Nel 2018 il tasso globale di disoccupazione è sceso al 5%. In Italia i giovani disoccupati che non studiano né si formano (Neet) hanno raggiunto i livelli più alti dell’Ue. Inoltre, permangono fortissime differenze territoriali, con le regioni del Mezzogiorno ben distanti da quelle del Centro e del Nord in termini di output economico e di occupazione.

FOCUS. Sviluppo, sostenibilità e futuro. Come ci ha già cambiato il Coronavirus

La pandemia ha imposto un confronto scientifico e politico su quali soluzioni scegliere e su come evitare di farsi trovare impreparati a nuove emergenze. Quesiti complessi che hanno bisogno di un approccio sistemico. 27/4/20

 

Dalle relazioni internazionali alla politica dei trasporti, dal mondo del lavoro alla sanità: l’impatto dell’epidemia di Covid-19 sulla nostra società è trasversale e impone ai politici e alle istituzioni un radicale ripensamento del modo di affrontare i problemi legati al futuro prossimo del nostro Pianeta. Le disuguaglianze, la povertà e le misure per contenere nuove epidemie avranno certamente bisogno di un’azione politica coordinata che affronti contemporaneamente più aspetti della vita sociale ed economica del Paese. In questo quadro di incertezza, economisti, scienziati e politici stanno provando ad affrontare problemi complessi che li sfidano a trovare oggi risposte organiche valide anche per il futuro.

Contagio economico

“Il mondo è in uno stato critico. La pandemia di Covid-19 si sta rapidamente diffondendo in tutti i Paesi, con una scala e una gravità che non si vedono dalla devastante influenza spagnola del 1918” scrive l’economista Mariana Mazzucato sul quotidiano inglese The Guardian. Tuttavia, con il passare dei giorni di blocco il contagio virale è divenuto anche un contagio di natura economica. Secondo un indice messo a punto da JPMorgan Chase & Co. e IHS Markit, le misure introdotte per contenere la pandemia in Cina hanno “soffocato la domanda”. Il settore manifatturiero mondiale ha così subito la sua contrazione più forte degli ultimi 11 anni, portando a una crisi dell’occupazione in molaesi poveri: in Bangladesh, per esempio, secondo le stime del sindacato, le fabbriche tessili hanno sospeso o licenziato più della metà dei quasi 4,1 milioni di lavoratori del settore. Spiega l’inchiesta della Cnn: “la maggior parte di loro sono donne che guadagnano circa 110 dollari al mese, spesso l’unica fonte di reddito per le loro famiglie”. L’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) ha lanciare l’allarme: “la pandemia causata dal Covid-19 sta mettendo crudelmente in evidenza le disuguaglianze” che abbiamo accumulato dalla fine degli anni ’80. “Alcuni gruppi, come quelli dei lavoratori migranti o appartenenti all’economia informale, sono particolarmente colpiti dalle conseguenze economiche del virus. In tutto il mondo, due miliardi di lavoratori (61,2 per cento della popolazione attiva mondiale) possiedono un’occupazione informale”.

Questa volta, però, occorrerà cercare una strada diversa da quella percorsa dopo l’ultima crisi globale: “Durante il 2008-2009, quando lavoravo all’Ocse, ci domandammo se questa potesse essere l’occasione per dare una spinta al dibattito sullo sviluppo sostenibile e sull’andare ‘oltre il Pil’, temi su cui lavoravamo dal 2001”, spiega il portavoce dell ASviS Enrico Giovannini, sentito da Lifegate.it. Tuttavia, non si prese quella direzione: “Anche nei Paesi dove operavano politici ed esperti vicini a questo modo di pensare, nei fatti la risposta fu centrata sulla creazione di posti di lavoro e la minimizzazione del danno economico”, e il tema dello sviluppo sostenibile fu abbandonato per anni. Gli impegni assunti dalla comunità internazionale con la firma dell’Agenda 2030 nel 2015, però, potrebbero indicare una nuova strada. L’Agebnda, infatti, affronta proprio le tematiche che sono colpite dalla crisi: la salute, il lavoro, l’istruzione. “Sperare di tornare semplicemente allo stato pre-crisi, magari adottando ricette vecchie tutte centrate sulla dimensione economica, significherebbe fare un grandissimo errore” conclude Giovannini. 

Governance e clima

“Siamo ancora nel mezzo della prima pandemia di questo secolo, ma non è mai troppo presto per trarre nuove lezioni sulla governance e vedere come possono essere utilizzate per favorire le transizioni sociali legate all'Agenda 2030”, spiega l’introduzione del documento “It Takes More Than Markets: First Governance Lessons from the Covid-19 Pandemic”. Tra le indicazioni che nascono dall’emergenza c’è la necessità di un intervento dello Stato nella vita socio-economica del Paese. Il report osserva, infatti, che “i Paesi con un settore pubblico efficiente che garantisce servizi sanitari essenziali per tutti sono meglio attrezzati per affrontare la pandemia rispetto ad altri che hanno privatizzato l'assistenza sanitaria”. Tuttavia, Scrive Mazzucato sul The Guardian “l'intervento pubblico necessario richiede una struttura molto diversa da quella scelta dai governi. Dagli anni '80, alla politica è stato detto di fare un passo indietro e lasciare che le imprese guidino e creino ricchezza, intervenendo solo allo scopo di risolvere i problemi quando si presentano. Il risultato è che i governi non sono sempre adeguatamente preparati e attrezzati per affrontare crisi come Covid-19 o l'emergenza climatica”. Occorrerà, pertanto, selezionare una classe dirigente “lungimirante” e autorevole. “Solo così si potrà rispondere ai bisogni urgenti, ridurre il rischio di esporci a crisi future” e puntando su uno sviluppo socio-economico più in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030, spiega Giovannini a Lifegate.it.

Proprio la questione climatica è un punto focale di questa svolta. Infatti, come ha spiegato il fondatore di Microsoft Bill Gates in un incontro pubblico lo scorso 24 marzo: “Sebbene il blocco della produzione economica dovuto a Covid-19 nei Paesi di tutto il mondo” abbia temporaneamente ridotto gli effetti più evidenti dell’inquinamento in luoghi che vanno dalla Cina a Venezia, tuttavia “l'attenzione quasi esclusiva del mondo sulla pandemia ha significato meno attenzione ai temi relativi ai cambiamenti climatici”.  Un problema anche in vista di possibili future epidemie: “Quello che è accaduto non è una sorpresa”, spiega all’Huffington post il giornalista scientifico statunitense Alan Weisman, autore del libro Il mondo senza di noi. “Le pandemie si sono sempre verificate nella storia dell’umanità, il punto non era se ce ne sarebbe stata un’altra, ma quando sarebbe avvenuta”. Nessun altro grande mammifero, infatti, si è riprodotto al nostro ritmo nell’ultimo secolo “e dal momento che siamo connessi così strettamente dai commerci e dai viaggi”, era ovvio che questa pandemia avrebbe fatto molti più danni di quelle precedenti.

La pandemia deve spingerci ad affrontare con maggiore impegno l’emergenza climatica. In un articolo su Newsweek, Robert Walker, presidente del Population institute di Washington, ammonisce: “l’anno scorso 11mila scienziati hanno firmato una dichiarazione nella quale si avverte che senza una radicale riduzione dei gas serra il mondo si avvia a ‘sofferenze mai viste’. Se non cambiamo rotta, entro il 2050 più di 200 milioni di persone dovranno emigrare per la siccità, le inondazioni e l’aumento del livello dei mari. Molto prima della fine di questo secolo la quantità di persone uccise ogni anno dall’aumento della temperatura e dagli altri effetti climatici, compresa la diffusione delle malattie portate dagli insetti, potrebbe superare ampiamente il costo umano del Covid 19. L’anno scorso Michael Greenstone, co-direttore del Climate Impact Lab, ha avvertito il Congresso che attorno al 2100 le morti premature dovute ai cambiamenti climatici supereranno ogni anno il numero di quelli che oggi muoiono per tutte le malattie infettive messe insieme.

Gli equilibri nel teatro delle relazioni internazionali

Nel quadro dei rapporti internazionali, la diffusione del virus ha riguardato soprattutto le relazioni tra Usa e Cina. Entrambe le potenze mondiali sembrano essere state indebolite dalla pandemia. Spiega l’ex direttore della Stampa Maurizio Molinari: “La Cina è la nazione da dove il virus si è originato, che non ha saputo prevenire la diffusione del contagio sul Pianeta e dunque, nonostante i risultati positivi nella lotta al Covid-19 in patria e gli aiuti che sta inviando all'estero, ha perduto una parte importante della credibilità a cui affidava l'ambizione a guidare la globalizzazione. Gli Stati Uniti da parte loro sono stati colti di sorpresa da una minaccia che già aveva investito l'Europa e, nonostante un'imponente mobilitazione di risorse, sembrano al momento la nazione più colpita - dal punto di vista economico e sanitario - sollevando dubbi sulla capacità di mantenere la leadership globale quando la pandemia sarà passata”. Ma se la Cina appare all’esterno come un monolite impenetrabile, cresce negli Stati Uniti il dibattito intorno agli effetti della crisi e a come affrontarli: ″È difficile tenere operativa una città, quando il modo in cui si finanzia è la tassazione dei suoi abitanti”, spiega Alan Weisman, ponendo dei dubbi sulla tenuta economica degli Stati Uniti: “nel mio paese, stanno posticipando il pagamento delle tasse, perché siamo in emergenza. Se a settembre o ottobre saremo ancora in stato d’emergenza, alcune città si ritroveranno ad affrontare problemi molto seri” nell’erogazione dei servizi minimi. Una situazione che le aziende trasporto pubblico locale devono già affrontare: in Italia nel periodo di lockdown la chiusura delle scuole e delle attività commerciali ha portato il settore a perdere in media il 50% dei propri utenti, raggiungendo punte fino al 90%, spiega Alfredo De Girolamo nel suo blog sul sito Huffingtonpost.it.

Questa situazione avrà effetti anche su una “nuova metrica di leadership e credibilità internazionale” basata sulla sostenibilità dello sviluppo come efficienza sanitaria, sviluppo digitale e qualità nell’amministrazione pubblica. Scrive ancora Molinari: “Gli Stati che avranno dimostrato di saper gestire meglio la pandemia usciranno politicamente più forti da questa crisi globale mentre quelli che l'avranno gestita peggio saranno più deboli”.

“All’improvviso il Coronavirus ha cambiato radicalmente il contesto delle cose e i dati spiccioli” ha scritto in una lettera pubblicata su Repubblica l’economista bengalese e premio Nobel per la pace Muhammad Yunus. “Tutto quello che andrà fatto nella ripresa dovrà portare alla creazione di un’economia consapevole per il singolo Paese e per il mondo intero a livello sociale, economico, ambientale”.


di William Valentini

Lunedì 27 Aprile 2020
#goal13 #goal16 #goal8 #ASviS_Altre_News

Aderenti

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile - ASviS
Via Farini 17, 00185 Roma C.F. 97893090585 P.IVA 14610671001

Licenza Creative Commons
This work is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale