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L’aumento della temperatura metterà a rischio 50 anni di progressi

I ricchi sfuggiranno agli impatti negativi dei cambiamenti climatici, il resto del mondo verrà lasciato in balia di fame e conflitti. È lo scenario tracciato dal Consiglio Onu sui diritti umani. 2/7/2019

Le Nazioni Unite tornano ad ammonire i governi di tutto il mondo, colpevoli di trascurare le politiche a sostegno della battaglia climatica, in modo di evitare i peggiori impatti che il fenomeno del riscaldamento globale è in grado di generare. 

Questa volta, l’allarme è stato lanciato da Philip Alston, “special rapporteur on extreme poverty and human rights” per il Consiglio Onu sui diritti umani, nel rapporto  “Climate change and poverty” pubblicato il 24 giugno. Viene esaminata la relazione tra cambiamento climatico, povertà e diritti umani: fattore poco approfondito e poco discusso sul piano mediatico, ma che rappresenta una grande minaccia per il benessere collettivo. 

Secondo il rapporto, infatti, milioni di persone in tutto il mondo saranno costrette a fare i conti con l’insicurezza alimentare, la migrazione forzata, il diffondersi di malattie e le morti premature per via del riscaldamento globale. Il cambiamento climatico, si legge nel documento, “metterà a rischio gli ultimi 50 anni di progressi compiuti nello sviluppo in generale, nella salute globale e nella riduzione della povertà”. 

Un disastro non solo da un punto di vista sociale ma anche economico, come ricorda Alston: “una ricetta per la catastrofe economica. La crisi climatica spingerà più di 120 milioni di persone sotto la soglia di povertà entro il 2030, con impatti ancor più importanti nei Paesi più poveri e nei luoghi dove vivono e lavorano i poveri”. 

Effetti che avverranno anche nel caso riuscissimo a stare nel range di 1,5 gradi centigradi (inteso come aumento medio della temperatura globale rispetto all’epoca pre-industriale) entro fine secolo, scenario definito però dal rapporto stesso come “irrealistico” e non più raggiungibile.

Per contenere il più possibile l’aumento della temperatura, e quindi gli effetti dannosi del cambiamento climatico, lo studio ricorda che va trasformato il modo in cui beni e servizi approdano oggi sul mercato. È necessario un cambio di paradigma orientato alla conversione ecologica, e serve disaccoppiare economia e gas serra attraverso l’abbandono dei combustibili fossili, senza dimenticare la questione della giusta transizione. 

Acqua, cibo, alloggio, qualsiasi cosa collegata ai diritti umani verrà pesantemente colpita, un elemento capace di destabilizzare le democrazie in tutto il mondo. Un vero e proprio “apartheid climatico”, dove i ricchi saranno in grado di pagare e sfuggire alla crisi climatica e dove il resto del mondo viene lasciato da solo, in balia della fame e dei conflitti. 

Un rapporto dunque severo, molto critico con le azioni messe in campo dalla politica globale, troppo impegnata su altri aspetti, e dove viene ricordato che gli Stati fino a ora non sono stati in grado di mantenere neanche gli impegni di riduzione delle emissioni climalteranti presi, su base volontaria, a Parigi nel 2015 che, ricordiamo, se attuati ci consegnerebbero un mondo più caldo di almeno 3,5 gradi centigradi entro il 2100. Inoltre, non tutte le soluzioni possono essere affidate al settore privato, che è spesso responsabile dell’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali.

“I discorsi poco chiari da parte dei rappresentanti dei governi alle consuete conferenze non stanno portando a un’azione significativa. Gli Stati hanno superato ogni limite e ignorato ogni allarme scientifico, e quello che una volta era considerato un riscaldamento catastrofico, ora sembra essere uno scenario migliore a cui aggrapparsi. Ancora oggi, troppi Paesi stanno facendo passi miopi e nella direzione sbagliata”, conclude Philip Alston. 

 

di Ivan Manzo

martedì 02 luglio 2019
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